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domenica 18 giugno 2017

Voucher 2.0, perché sono peggio di prima


di Stefano Feltri


A molti la protesta della Cgil pare incomprensibile, a tutti quelli che credono al ritornello che “non sono tornati i voucher, ma un po’ di regole ai lavoretti erano necessarie o sarebbe tornato tutto nel sommerso”. Per quanto false, queste genere di considerazioni si sentono a ciclo continuo tra radio e tv. Sono balle di chi mente sapendo di mentire.


Non si può dire che il M5S non l'aveva previsto!

Il governo Gentiloni ha cancellato i voucher per decreto perché Matteo Renzi aveva paura del referendum previsto per giugno – come dargli torto, visti i precedenti – e poi li ha ripristinati con un altro violento abuso, cioè infilati in una manovra correttiva sui è stata posta la fiducia.
Questi nuovi voucher hanno alcune modifiche che dovrebbero farli sembrare migliori: limite di 5000 euro all’anno per lavoratore, non più di 2500 dallo stesso committente; sanzioni pesanti come l’obbligo di assunzione a tempo indeterminato per il committente che sfonda il tetto (curiosamente l’obbligo non vale se a imbrogliare è lo Stato, cioè la pubblica amministrazione…), aumenta la paga reale per il prestatore d’opera, che sale di fatto da 7,5 a 9 euro all’ora e non è neppure rigida, ma può essere più alta; colf e badanti pagate dalle persone fisiche con il “libretto di famiglia” hanno anche più diritti, tra cui quello al riposo giornaliero e alle pause settimanali. Tutto bene, dunque? Assolutamente no. Se non credete alla Cgil, leggetevi il focus prodotto dall’Ufficio parlamentare di Bilancio, che è un’autorità davvero indipendente che analizza e commenta la politica economica. Scoprirete che di ragioni per protestare in piazza ce ne sono parecchie.

La più seria è che questi nuovi voucher hanno lo stesso difetto di quelli vecchi: nati per combattere il lavoro nero, sembrano costruiti per incoraggiarlo e rendere ancora meno efficaci i controlli. Il committente imprenditore o commerciante può comprare la prestazione da remunerare in voucher dal sito dell’Inps, ma se poi il lavoro non sviene svolto entro tre giorni da quello indicato, può bloccare il pagamento. Perché questo lasso di tempo per comunicazioni che avvengono nel tempo di un clic? Poiché siamo in Italia, sappiamo come finirà: se entro il terzo giorno non sono arrivati i controlli, basta disdire il voucher e pagare in nero. Al prossimo giro si ricomincia. E il lavoratore non protesterà perché i contanti li ottiene subito, il pagamento via voucher deve avvenire entro il 15 del mese successivo a quello della prestazione. Perché? Non si sa, così, per complicare un po’ la vita a chi già se la passa abbastanza male da accettare lavori pagati in buoni e senza contratto.
Torna poi un altro dei peccati originali dello strumento: non viene mai specificato cosa sia una prestazione occasionale e accessoria. Risultato: qualunque tipo di lavoro può di fatto essere pagato a voucher. In Paesi più civili del nostro ci sono limiti: in Lituania, per esempio, si pone come limiti nell’agricoltura che i lavoratori pagati a voucher si dedichino solo a prestano manuali senza ricorso a macchinari, che richiedono professionalità più specifiche e comportano qualche rischio. In Italia invece no: nell’agricoltura, dove la norma permette di pagare a voucher solo studenti sotto i 25 anni e pensionati. Cioè veri lavoratori occasionali, ma non c’è limite alle mansioni che il datore di lavoro può richiedere. E’ chiaro che così si espongono proprio i lavoratori con meno esperienza e meno tutele ai rischi che in agricoltura non mancano. Ma sicuramente di questo parleremo al primo incidente, come succede sempre in questi casi.

C’è un ultimo punto, forse il più subdolo: i voucher avevano come pregio e difetto di essere chiari nel loro ammontare, 10 euro di costo per il committente, 7,5 al lavoratore. Unità di misura precisa e inderogabile. Adesso invece i voucher diventano negoziabili: minimo 9 euro all’ora al lavoratore, ma si può salire. E qui sta il problema: se la tariffa oraria sale ed è flessibile, può essere negoziata, adattata alle esigenze dell’impresa o del settore. In pratica i voucher non servono più soltanto a regolare le parti più residuali del mondo del lavoro, ma diventano una delle opzioni a disposizione del datore di lavoro. Una alternativa ai contratti veri. E indovinate cosa sceglierà chi ha come alternativa un pagamento a cottimo e un rapporto rigido con tutele e costi più alti?

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