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domenica 4 giugno 2017

Si può combattere la disoccupazione se non se ne conoscono le cause?

di Gianluca Campo

Il lavoro è la propulsione attraverso cui le persone concorrono al progresso della società. Il lavoro è una dimensione costitutiva dell’essere umano, perché consente all’uomo di esplicitare quelle che altrimenti sarebbero solo potenzialità. Tramite il lavoro l’uomo esprime la propria personalità e trova centralità in una comunità espressione di più individui.




È il lavoro che conferisce senso alla cittadinanza e motivo di partecipazione allo sviluppo della società. Pertanto si può affermare che la disoccupazione è il più grande ostacolo al benessere e alla prosperità della società nel suo complesso.

I disoccupati non solo vengono privati della possibilità di guadagnare un reddito con cui sostenersi, ma vengono esclusi dal processo di organizzazione della vita sociale. La disoccupazione disintegra la relazione tra il singolo e la comunità, aliena la persona dal contesto, la priva di senso di identità e di autostima. Nei casi peggiori, il disagio esistenziale può culminare in gesti di disperazione estrema.

Dal punto di vista economico, la forza-lavoro inutilizzata incontra un progressivo deterioramento della capacità produttiva e la relativa mancata produzione si riflette in una rinuncia di beni e servizi per tutta la società.

Anche coloro i quali risultano essere occupati riscontreranno amare conseguenze in uno scenario in cui vi è alta disoccupazione. Questi ultimi, infatti, soffriranno la presenza dell’”esercito industriale di riserva”, garante di una spinta al ribasso dei salari e di un aumento della ricattabilità del lavoro. La disoccupazione, motore primo della povertà e delle disuguaglianze, presenta inoltre una serie formidabile di esternalità negative connesse ai reati di violenza, a quelli ambientali, alla promozione di ostilità etniche, oltre che rappresentare un elemento di instabilità sociale e politica.

È quindi indispensabile che la prima voce dell’agenda dei Governi sia dedicata alla lotta alla disoccupazione. Una reale agenda politica orientata alla lotta alla disoccupazione ha come presupposto la comprensione di questi tre aspetti:


- Cos’è la disoccupazione,
- Perché esiste la disoccupazione,
- Qual è il significato economico della disoccupazione.


Il disoccupato è colui che, volendo e potendo, offre la propria disponibilità a lavorare in cambio di una remunerazione in una valuta specifica, ma che non trova un posto di lavoro. La sua offerta di lavoro non incontra la domanda di lavoro di qualcun altro all’interno dell’economia. Qui è bene chiarire l’origine dell’offerta di lavoro o, in altri termini, cosa e chi crea la disponibilità delle persone ad offrire la propria forza-lavoro in cambio di una valuta specifica. Per far questo occorre chiamare in causa il ruolo dello Stato. Quest’ultimo è l’unica istituzione dotata del monopolio della forza, tramite cui riesce ad imporre alla collettività una tassazione denominata nella valuta che lei stessa crea. Una volta imposta la tassazione, gli agenti economici ricercheranno una valuta specifica (precisamente la valuta in cui è espressa la tassazione), attraverso la quale potranno adempiere il pagamento delle tasse. I soggetti, per non andare incontro a sanzioni stabilite dallo stesso Stato, dovranno ottemperare all’onere del pagamento delle tasse e, pertanto, venderanno forza-lavoro o merci in cambio di valuta. È dunque lo Stato che, attraverso la tassazione imposta sulla base della coercizione, induce la popolazione ad offrire forza-lavoro in cambio di valuta.

Chiarito ciò, possiamo analizzare il fenomeno della disoccupazione da una prospettiva prettamente economica.

La disoccupazione è sempre una questione di reddito non speso. Qualcuno, all’interno dell’economia, spende in misura minore rispetto al reddito che percepisce; questo risparmio comporta un invenduto di beni e servizi prodotti e, quindi, una riduzione dell’occupazione[1]. Il risparmio può quindi essere visto come una spesa non effettuata, ed è proprio questa spesa mancante che dà luogo ad una giacenza di lavoro o produzione. Dal punto di vista contabile, se qualcuno spende meno del suo reddito, allora qualcun altro deve spendere in misura superiore al suo reddito affinché l’intera offerta di lavoro, e del suo prodotto, sia venduta. La disoccupazione è quindi la prova che qualcuno, all’interno dell’economia, ha speso meno del suo reddito, e tale risparmio non è stato compensato da una spesa che eccede il reddito da parte di qualche altro soggetto. Alla luce di ciò, possiamo definire la disoccupazione come la prova che né all’interno del settore privato, né nel complesso delle amministrazioni pubbliche, vi è sufficiente spesa in deficit per compensare il risparmio di chi non spende interamente il proprio reddito. È quindi necessario che uno dei due settori dell’economia effettui una spesa maggiore rispetto al livello delle proprie entrate.


La strategia narrata dall’Eurozona
L’area Euro ha perseguito una linea di politica monetaria espansiva con l’obiettivo di stimolare un indebitamento di qualche soggetto all’interno del settore privato. Fissando i tassi d’interesse ai minimi storici, la Banca Centrale Europea pensava di convincere gli agenti economici privati ad indebitarsi con il sistema bancario affinché essi spendessero in deficit, sostenendo obiettivi di crescita occupazionale. Secondo questa logica, tassi più bassi avrebbero portato ad una crescita trainata da indebitamento privato. Ma questo non ha funzionato e non può funzionare.

Lo Stato è infatti un grande pagatore netto di interessi al settore privato e, abbassando i tassi, riduce la spesa da interesse che il governo paga all’economia. Restringendo parte delle entrate del settore privato, la riduzione dei tassi è così stata una misura in sé recessiva. Inoltre, di per sé, la decisione di portare i tassi di interesse vicino allo zero non può convincere le imprese ad indebitarsi verso le banche per effettuare investimenti che rilancino l’occupazione, né tantomeno può indurre gli istituti di credito ad aumentare i prestiti verso le imprese. Anche le banche sono enti soggetti al fallimento. E non è possibile aspettarsi da loro grandi operazioni di elargizione di credito a imprese e famiglie, in un contesto di austerità. Gli aumenti di tasse e i tagli alla spesa pubblica derivanti dalle politiche di austerità conducono ad una diminuzione dei redditi dei soggetti, con conseguenti cali di consumi e, per riflesso, del venduto. In tale scenario di diminuzione generalizzata delle vendite, e quindi dei fatturati aziendali, non è pensabile una forte esposizione delle banche al rischio di elargizione del credito[2]. Il quadro macroeconomico non suggerisce affidabilità in merito alla capacità di restituzione dei prestiti da parte di imprese e famiglie, il cui rating bancario e il merito creditizio divengono declassati. La politica monetaria, anche se incondizionata grazie ai tassi d’interesse prossimi allo zero, non è perciò in grado di giocare un ruolo attivo in merito ai processi decisionali delle banche nell’erogazione dei prestiti[3].
La strategia della BCE di far leva sui tassi di interessi per indurre un’espansione del debito privato ha rivelato la propria impotenza nel raggiungere certi obiettivi.

Di cosa l’economia ha bisogno per arrivare alla piena occupazione

In un contesto macroeconomico che soffre a causa delle politiche di austerità, non si può chiedere alle banche di sostenere il rischio di dare credito quando le aziende non registrano fatturato, né alle imprese di investire in produzione che rimarrà invenduta a causa della bassa domanda per i loro prodotti, né tanto meno auspicare che siano le famiglie a spendere di più quando già hanno difficoltà ad adempiere i propri obblighi di pagamento. Nessuno degli agenti economici presenti all’interno del settore privato può quindi sostenere l’onere di effettuare spesa in deficit per compensare la spesa mancante di chi risparmia. All’interno dell’economia rimane perciò uno ed un solo soggetto che può effettuare una spesa in deficit. Questo soggetto è lo Stato.

Lo Stato è l’istituzione pubblica che non ha vincoli di natura finanziaria alla propria capacità di spesa, ma solo limiti reali. Ciò vuol dire che possiede la capacità finanziaria di spendere in deficit per assorbire l’intera produzione di beni e servizi ed abbattere la disoccupazione. Lo Stato potrà sempre vendere la valuta che crea per comprare i beni e i servizi reali di cui desidera approvvigionarsi. La valuta è infatti un monopolio dello Stato[4].

Possiamo affermare che, all’interno del settore privato, se la volontà di chi vuole risparmiare non è compensata dalla volontà di qualcun altro di indebitarsi, allora si avrà una domanda di risparmio netto che rimarrà insoddisfatta[5]. A questo punto, soltanto la spesa in deficit[6] del monopolista della valuta potrà soddisfare il desiderio di risparmio netto espresso dal settore privato. Solo lo Stato, tramite una spesa pubblica in disavanzo, potrà creare attività finanziarie nette[7] in grado di soddisfare la volontà del settore privato di risparmiare in modo netto e raggiungere quindi l’obiettivo della piena occupazione. Da qui possiamo concepire la disoccupazione come prova del fatto che il monopolista della valuta sta fissando il proprio deficit (ovvero l’offerta di attività finanziarie nette denominate nella sua valuta) ad un livello troppo basso per poter soddisfare il desiderio di risparmio netto del settore privato.

Lo Stato dovrà quindi avvalersi di operazioni interne al quadro della politica fiscale, e non di quella monetaria. È sì vero che la BCE, tramite la politica monetaria, decide unilateralmente il costo del denaro (il tasso d’interesse), ma è anche vero che non ha la facoltà di stabilire il volume di denaro presente all’interno dell’economia. È la politica fiscale, tramite le operazioni di spesa pubblica e tassazione, che incide direttamente sulla situazione finanziaria netta del settore privato[8].

Il problema dell’area Euro è proprio questo: mentre la BCE effettua operazioni di politica monetaria espansiva, la politica fiscale degli Stati membri è fortemente restrittiva a causa delle presenza del vincolo del 3% sul deficit/Pil contenuto nel Trattato di Maastricht[9]. Tale parametro impedisce agli Stati di aumentare la spesa e diminuire il livello di tassazione in misura funzionale al raggiungimento della piena occupazione.

La disoccupazione è una scelta politica

Come chiarito in precedenza, è la tassazione imposta dallo Stato a creare l’offerta di lavoro degli individui. Ed è quindi compito e dovere dello Stato comprare tutta l’offerta di lavoro che rimane invenduta sul mercato del lavoro.

I paesi dell’Eurozona, ponendosi vincoli finanziari alla capacità di spesa, non solo legittimano la presenza di un’alta disoccupazione, ma circoscrivono entro un esiguo raggio la loro stessa capacità di affrontare sfide di portata storica.

Il vincolo di bilancio del 3% deficit/Pil, lungi dall’essere il frutto della razionalità del calcolo, rivela l’esistenza di una costruzione ideologica atta a mascherare scelte di natura politica e sociale. L’elevata disoccupazione dei giorni odierni non è infatti una calamità naturale, ma il prodotto di una scelta politica volta ad istituzionalizzare l’egemonia di qualcuno sugli altri. La disoccupazione è uno strumento di aggressione sociale finalizzato a rinsaldare il potere di una minoranza oligarchica organizzata a scapito delle condizioni di vita reali di una maggioranza disorganizzata. Occorre quindi prendere coscienza critica rispetto alle logiche attuali che, nel presentare gli interessi particolari come universali, glorificano le posizioni di dominio ed esasperano i già drammatici squilibri presenti all’interno dei rapporti di forza nella società.

La politica europea dell’austerità sottrae risorse finanziarie al settore privato, condannando la società all’asfissia e deprimendo gli standard di vita reali delle persone. L’austerità sta portando alla disgregazione della coesione sociale e politica dell’Europa. Soltanto un’appropriata politica economica potrà aiutare l’Europa ad intraprendere un percorso condiviso di prosperità e progresso in grado di valorizzare le proprie potenzialità economiche, il proprio patrimonio intellettuale e culturale, la propria capacità di “contare” all’interno dello scacchiere internazionale.


Note dell’Autore

1.^ Se gli imprenditori notano che quanto producono non viene comprato, allora livelleranno la loro offerta al livello della domanda per i loro prodotti e servizi. In questo caso, gli imprenditori sarebbero quindi costretti a licenziare parte del proprio personale così da produrre una quantità di beni e servizi che possa essere interamente assorbita dalle richieste dei consumatori, in modo tale da non dare luogo a perdite in conto economico.

2.^ Il sistema bancario, all’interno dell’economia, assume un ruolo pro-ciclico: quando il ciclo è positivo rende la crescita più sostenuta, quando è negativo lo inasprisce.

3.^ Oltre al merito di credito del cliente, la decisione di concedere un nuovo prestito da parte di una banca dipende dal margine di utile che ne può ricavare e dalla necessità di rispettare gli obblighi inerenti ai requisiti patrimoniali stabiliti dalla normativa. Aspetti rispetto ai quali la BCE ha un margine d’azione ristretto o del tutto assente.

4.^ Qui è possibile approfondire il concetto di Stato come monopolista della valuta.

5.^ La domanda di risparmio netto del settore privato è la ricerca di attività finanziarie nette, in un dato periodo, che eccedono quelle necessarie per il pagamento delle tasse.

6.^ Il deficit dello Stato è la differenza negativa tra le tasse e la spesa pubblica. Contabilmente, corrisponde al surplus finanziario del settore privato residente e non residente. La somma dei deficit pregressi dello Stato è chiamata debito pubblico, e trova il suo corrispondente nella somma dei risparmi finanziari del settore privato residente e non residente, che è chiamata ricchezza finanziaria privata.

7.^ Le attività finanziarie nette (Net Financial Assets) del settore privato sono quelle attività finanziarie che non hanno una corrispondente passività all’interno del settore privato.

8.^ Possiamo qui apprezzare la principale differenza tra la politica monetaria e quella fiscale. La prima fissa il costo, per le banche, di ottenere liquidità bancaria dalla Banca Centrale, ovvero stabilisce i tassi di interesse a cui le banche possono accedere al credito offerto dalla Banca Centrale; non si ha però creazione di ricchezza finanziaria netta all’interno del settore privato. La politica fiscale, invece, tramite l’operazione di spesa pubblica crea ricchezza finanziaria e tramite la tassazione la distrugge; incide quindi direttamente sulla situazione patrimoniale netta del settore privato. La domanda aggregata di beni e servizi è perciò influenzata dalla quantità di moneta determinata dalla politica fiscale, non da quella monetaria.

9.^ Lo stesso inventore del paramento ha rivelato di averlo stabilito senza alcuna riflessione teorica o fondamento scientifico.




fonte: ReteMMT

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