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domenica 9 aprile 2017

SUM 01, il filo rosso che collega tutti gli interventi ascoltati: si chiama onestà, si chiama libertà intellettuale.



di Andrea Strozzi

Varco i cancelli dell’officina H di Olivetti alle 9:30. Intorno a me, con trolley o zainetti come me, molti parlamentari della Repubblica. Che, come me, si mettono in fila per l’assegnazione del pass. Fanno la fila per entrare, per sedersi, per andare in bagno. L’unica “casta” ammessa qui è la visione – autentica e disinteressata – di un futuro possibile. Per intuirlo. Decodificarlo. E, come recita il payoff, capirlo. 


La politica oggi è spettatrice, se vuole prende appunti: credo sia soprattutto questa la cifra stilistica di SUM#01, un’esperienza collettiva (mezzo milione di spettatori connessi, per circa un migliaio in sala) di speleologia del futuro. A Ivrea, tra sogni e certezze, l’impegno è duplice: studiare il vento da un lato (perché “nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuol approdare”, Seneca) e, dall’altro lato, scegliere il porto (molto più delicato).

Gli speech sono trasversali e complessivamente ricchissimi di spunti. Qualcuno è addirittura commovente. Si spazia dalla data-driven innovation alla sua applicazione nelle piccole e medie imprese (Pmi). Dalla robotica domestica e industriale, al futuro della ricerca farmaceutica (quali avanguardie sono ancora possibili, in un Paese come l’Italia che negli ultimi cinque anni ha contratto la spesa sanitaria del -1%, a confronto del +33% tedesco?). Dalla lettura dei destini dell’informazione (affidata a un Enrico Mentana che, scettico su quella stessa democrazia diretta che fece crocifiggere Gesù Cristo, tende però a ignorare che, ancora dopo duemila anni, oltre due miliardi di persone seguono una religione che non mi risulta si chiami Barabbesimo: la democrazia diretta è “solo” un metodo, Enrico, che nulla ha a che fare con i valori sottostanti: chi ci pensa a quelli?) al ruolo della magistratura nell’Italia post-politica.

Dalla speleologia delle più profonde cavità del suolo all’esplorazione delle orbite terrestri e a come ripulirle dai rottami satellitari: curiosa, la escalation alla loro conquista da parte di privati come Branson (Virgin) e Musk (Tesla), che nei prossimi anni colonizzeranno l’atmosfera con 900 satelliti il primo e 4000 il secondo! Si passa dall’approfondimento sociologico delle prossime dinamiche (sub)occupazionali alle nuove frontiere della ricerca semantica online. Dal ruolo del giornalismo (quale sarà il suo prossimo fattore critico di successo? Essere veicolo di opinioni o piuttosto produttore di – udite, udite – notizie?) ai rischi intrinseci di un potere mediatico strutturalmente asservito a quello politico. Si passa dal cambiamento climatico alle più innovative soluzioni in ambito energetico e di bioedilizia, illustrate da un pioniere del settore come Paolo Ermani. Si toccano i più attuali e sconcertanti fatti di cronaca geopolitica, con uno sguardo attento e preoccupato ai nuovi scenari internazionali.

Ci si avvia verso la chiusura con la toccante, e al tempo stesso rivoluzionaria, sensibilizzazione sulla cura dei bambini, unici e incontestabili artefici del nostro futuro. Mentre ascolto Maria Rita Parsi mi ritrovo a riflettere su quale infanzia abbiano avuto i leader politici del nostro recente passato: chi si è preso cura di loro? Come? E’ solo provocatoria la proposta di far passare la nostra futura classe dirigente per la perizia psicologica di un bravo ed onesto professionista? Eppure, solo poco prima abbiamo appreso che anche la carriera di un astronauta può essere stroncata per un identico motivo…
L’ultimo, gigantesco intervento è di Massimo Fini, l’unico – insieme a Carlo Freccero – ad aver opportunamente sottolineato anche i pericoli di un atteggiamento troppo fideistico nei confronti della tecnologia. A tal proposito ricordo sempre le parole di D. Meadows: “La tecnologia è solo un attrezzo. Come un martello o come il sistema finanziario neoliberista. Se i nostri valori sono sempre gli stessi, continueremo a sviluppare tecnologie che li soddisfano”.
E alla fine allora lo trovo, il filo rosso che collega tutti gli interventi ascoltati: si chiama onestà, si chiama libertà intellettuale. L’onestà intellettuale di offrire alla società civile una cornice culturale aliena da opportunismi di parte: un quadro prepolitico e postideologico che ognuno di noi ha potuto apprezzare o respingere, ma in ogni caso non ignorare. La libertà intellettuale di poter dare spazio e voce a ogni punto di vista, perché si è autenticamente convinti che proprio in quella libertà risieda la migliore sponsorship della credibilità di questa Associazione dedicata a un italiano che, come scrissi esattamente un anno fa, “pensando molto alto, aveva capito della società molto più di quanto la società avesse probabilmente capito di lui”.
Rientrando da Ivrea, stanotte, pensavo a Seneca e a Gianroberto Casaleggio. E riflettevo che, se per studiare il vento servono gli specialisti, per scegliere il porto in cui andare occorrono i visionari.Attenzione: solo raramente queste due propensioni coesistono.

fonte: il Fatto Quotidiano

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