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mercoledì 12 aprile 2017

La nuova Primavera di Praga

La scelta della Banca Centrale Ceca di sciogliere l'accordo di cambio fisso con l'euro risulta l'ennesima dimostrazione dell'insostenibilità strutturale della moneta unica.

di Antonio Martino

Tra i tanti paradossi dell’epoca presente, stritolata dalle contraddizioni di un sistema decadentee dunque pericolosamente aggressivo, in economia ve n’è uno che supera per stupidità ogni altro pur ragguardevole traguardo raggiunto in quarant’anni di liberismo deprimente.




Il formidabile primato dell’idiozia non poteva naturalmente sfuggire all’Unione Europea, campione della libertà economica al punto tale da aver abolito il mercato dei cambi oramai vent’anni fa per la maggioranza dei paesi membri.


La coerenza del laissez-faire è sempre stata notevole. D’altro canto la Storia sembra risultare materia assai antipatica agli occhialuti burocrati di Bruxelles: la lezione del Sistema Monetario Europeo- che pur un minimo margine di flessibilità consentiva- poteva e doveva bastare per far intendere al Vecchio Continente che vincolare il tasso di cambio equivale a consegnare alla mercé della speculazione e dei ricatti i Tesori nazionali. Eppure le giornate campali del settembre 1992 sono state rapidamente consegnate all’oblio, dimenticate sull’altare del nuovo mirabolante artificio monetario continentale: l’euro.
Non vogliamo in questa sede certo maramaldeggiare su un corpo ormai in avanzato stato di decomposizione: basta vedere come si dibattono i corifei adoranti della moneta unica per capire il livello di agonia mortale di quest’ultima, e ciò ci basta. Il de profundis, checché ne dica Marietto dall’alto della torre eburnea, deve apparire evidente a chi ancora ha la possibilità di poter manovrare la propria valuta nazionale, ed in tal senso non suona certo strano che l’euro non sia più ritenuto una divisa di riserva affidabile in giro per il Globo. A completare il quadro clinico, il progressivo disfacimento degli accordi di cambio extra-Eurozona certifica gli scricchiolii pre-crollo: dopo la Svizzera, la Repubblica Ceca ha deciso di eliminare il peg, la fissazione del tasso di cambio della corona contro euro, e su questa scia pare indirizzarsi la Danimarca.

Perché allora- se il cambio fisso significa perdita di sovranità economica- uno Stato vuole vincolare la propria economia ad un carrozzone scalcinato come l’eurozona? Tra la ridda di motivi, Praga e Berna condividevano la stessa causa di fondo: impedire l’apprezzamento della valuta nazionale in tempi di mordente deflazione. Un paradosso insegue l’altro. Se per gli aedi di casa nostra la liretta svalutata era un mostro da abbattere a tutti i costi, evidentemente una volta varcate le Alpi resiste ancora l’idea che, di per sé, i giudizi di valore sulla dinamica dei cambi sono mera aria fritta. Difatti la Repubblica Ceca, pur avendo una divisa in fase di apprezzamento (e quindi per tautologia forte secondo gli economisti del Bar Sport) aveva preferito concordare un accordo di cambio con l’euro per beneficiare della svalutazione- altro paradosso gianniniano- seguita al bazooka spompo di Draghi nostro. In effetti avere una valuta che si rivaluta mentre i prezzi precipitano non risulta una condizione favorevole alla crescita; in questo modo, dunque, Praga stampava corone per acquistare euro e mantenere il peg costante.

Così facendo la corona ha beneficiato indirettamente di una politica di deprezzamento che ha tutelato la bilancia commerciale, permettendo al contempo ai consumi di crescere senza squilibrare i conti con l’estero. In questo contesto favorevole il tasso di disoccupazione non poteva non seguire il trend generale attestandosi ad oggi al di sotto del 5% (10,3% quella giovanile): dati brillanti, ancor più poderosi se comparati con l’asfittica situazione dell’eurozona.

Appare allora comprensibile la scelta di rompere la parità con l’euro, considerato che i fondamentali occupazionali trainando i consumi hanno permesso una risalita costante dell’inflazione, la cui depressione nel 2013 era stata la ragione fondante dell’aggancio valutario. D’altro canto l’acquisto di euro sul mercato da parte della Banca Centrale Ceca aveva raggiunto limiti ragguardevoli- 19 miliardi nel solo mese di marzo- portando le riserve in euro al livello inedito del 60% del PIL.

Era infine suonata l’ora di scindere il destino della corona dalla moneta unica

La czexit giunge in un momento non casuale: un paese libero, la cui adesione all’UE risulta del tutto strumentale agli interessi nazionali e non pregiudica alcuna autonoma politica economica (la Repubblica Ceca non ha aderito nemmeno al Fiscal Compact), ha deciso di riappropriarsi della leva valutariaseguendo la scia della Svizzera e segnando probabilmente la via alla Danimarca. E mentre Draghi s’affanna a blaterare di irrevocabilità dell’euro, esempi come la Cechia testimoniano come nazioni sovrane- indipendentemente dal grado di potenza- possano assicurare efficienza produttiva e giustizia sociale ai propri cittadini mantenendosi ben lontane da insensati progetti di unione-annessione economica.


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