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martedì 25 aprile 2017

In Francia non è uno scontro tra Destra e Sinistra ma tra Globalismo dei Poteri Forti e Sovranismo del Popolo

Gli operai francesi hanno votato in massa Marine Le Pen, segno che in Francia la tradizionale distinzione destra - sinistra è oramai decaduta e questo, in vista del ballottaggio, pone la situazione in maniera molto più indecisa di quanto si possa pensare

di Lorenzo Vita

Sarà Marine Le Pen contro Emmanuel Macron, lo scontro che deciderà l’eletto sul trono di Francia. 




Il ballottaggio su cui puntavano tutti i sondaggi degli ultimi mesi, alla fine è diventato realtà.
Il 7 maggio i francesi dovranno quindi scegliere se a entrare all’Eliseo sarà la leader del Front National o il leader del movimento En Marche!. Il candidato presidente dell’establishment, il signor Macron, è indubbiamente il favorito da tutta la stampa mondiale, europea e francese, che vede nella sua presidenza il baluardo più forte contro l’avanzata dei cosiddetti populismi. Il mainstream punta tutto su di lui, il paladino mediatico del nuovo corso del fronte mondialista e la figura su cui l’europeismo punta tutto per maggiore integrazione e forza. In pochi mesi, Macron si è trasformato nel campione di una crociata che vede il mondo dell’élite contrastare con forza tutti i quei movimenti sovranisti/populisti e contrari alla globalizzazione, di destra e di sinistra, che oggi sempre di più si elevano dalle basse percentuali di qualche anno fa, per diventare a pieno titolo partiti di governo o comunque a vocazione maggioritaria.
Ora che le urne hanno consegnato questo ballottaggio e che il 7 Maggio la Francia dovrà scegliere fra questi due candidati così diversi e così radicalmente opposti a livello ideologico, la domanda che tutti i spongono e quella di come finirà questo voto. Tutti quanti i principali media internazionali e la maggiore stampa francese danno per certo il risultato di Macron eletto al ballottaggio. I più pessimisti danno uno scarto di venti punti percentuali, con Macron che vincerebbe come minimo con il 60%. E in effetti, tutto sembra fa presagire questo risultato, sia perché Macron ha effettivamente vinto al primo turno, sia perché Fillon e Hamon, candidati dei partiti tradizionali, hanno fatto l’appello per votarlo al secondo turno.

Eppure c’è qualcosa che quest’anno fa sperare che si possa avere una situazione ben diversa da quella del 2002, quando la Francia si mobilitò per sconfiggere il “pericolo fascista” di nome Jean-Marie Le Pen e si schierò in massa per votare Chirac. Una differenza sociale, politica, economica e mondiale per cui non è detto che si ripeta quanto successo quindici anni fa.
Innanzitutto, la Francia è cambiata. La Francia del 2002 arrivava dagli anni ’90 e da un’economia in sostanziale crescita. Era la Francia che ancora riceveva i benefici del Franco e che si era appena inserita nell’euro. La moneta unica dell’Unione Europea ancora doveva entrare bene a regime e i suoi effetti sull’economia nazionale non potevano ancora essere visibili. Come tutti i popoli europei, anche quello francese, seppur in maniera meno netta, stava accettando di buon grado le logiche dell’Unione Europea, vista ancora come una piattaforma per il benessere di tutti e non come una minaccia alle sovranità nazionali.
Oggi la Francia in larga parte rifiuta i principi dell’Euro e dell’Unione Europea. Soltanto sommando i voti di Mélenchon, Le Pen e Dupont-Aignan (che ha ottenuto un ottimo 5%), ovvero i tre partiti contrari all’Euro o comunque critici con l’impostazione di Bruxelles, si arriva tranquillamente al 45% dell’elettorato francese. Milioni e milioni di francesi che si sono quindi apertamente schierati contro l’impostazione liberista di Macron e contro questa visione della Francia legata ai trattati europei.

La Francia è oggi molto più impaurita dalla globalizzazione rispetto al 2002 e ne sta cominciando a comprendere i grandi rischi. È una Francia divisa al suo interno, tra un’élite cittadina che ormai è sempre più distante dalle periferie e così anche divisa fra metropoli e provincia. La Francia profonda ha perso ormai le speranze nei partiti della grande tradizione francese, come i socialisti e i repubblicani, e la nazione si è scissa fra i liberisti/liberali, che vogliono una Francia in stile start-up come Macron, e coloro che invece hanno deciso di mettere un freno a tutto questo e votano compatti per ricette di destra come di sinistra ma che non siano quelle delle logiche dell’austerity e del progressismo a tutti i costi.

Questi cambiamenti sono stati fondamentali in questi anni per mutare radicalmente il quadro politico e non è un caso se il Partito Socialista ha ottenuto il 6% dopo che aveva in carica il suo Presidente: François Hollande. Le politiche di tagli al sociale volute dal partito che era nato proprio per difendere i lavoratori e gli operai, ha di fatto creato un vuoto ideologico all’interno della classe operaia e dei dipendenti francesi, che oggi hanno deciso di abbandonare i socialisti. Il 45% degli operai delle fabbriche francesi dichiarava nei sondaggi di votare Le Pen, gli altri quasi tutti Mélenchon. Dei socialisti nemmeno l’ombra.
E sono state proprio le leggi intraprese da Macron quando era ministro socialista a creare questo baratro tra l’elettorato e il suo partito. Si presenta come la novità, ma in realtà proprio l’esatto opposto. È lui il colpevole della fine del Partito Socialista insieme a Valls e Hollande ed è lui ad aver creato la peggior legge di riforma del lavoro che i francesi ricordino. Lui ha voluto tutto ciò, passando dai Rothschild al governo, e ora, nonostante questo, c’è chi ancora crede nel suo progetto per la Francia.

Macron è il simbolo di quanto la Francia profonda detesta, è l’emblema del motivo per cui la Francia reale rifiuta queste politiche, ma nello stesso tempo è ancora considerato come il grande enfant prodige da tutti, colui che renderà di nuovo la Francia un paese forte ed economicamente stabile.
Macron illude, come del resto faceva quando speculava nelle banche d’affari. Non a caso al Wall Street Journal dichiarò che il suo lavoro consisteva in quello di una prostituta, cioè sedurre l’altra persona. E lui è riuscito a sedurre ancora una volta banche, capi di Stato e la classe borghese liberale che si sente molto più a suo agio con un Macron che con una populista come Le Pen.




Ed è proprio per questo motivo però che La Pen può ancora sperare. Proprio perché l’ascesa di Macron è in realtà il timore più grande delle classi sociali più debole, più grande di quello che un tempo era lo spauracchio “fascista” del Front National. E mentre Fillon e Hamon hanno fatto la corsa all’appello a votare Macron al secondo turno, dall’altra parte Mélenchon ha preso una decisione storica, ovvero quella di lasciare libertà di voto ai suoi elettori. Ha chiesto di votare secondo coscienza. Un candidato di estrema sinistra che non dice apertamente di contrastare Marine Le Pen è un chiaro simbolo di come le cose stiano cambiando.
C’è un fronte eterogeno che non vede di buon occhio il rampollo socialista e, a costo di vedere la destra al potere, preferisce non votare piuttosto che votare chi rappresenta l’austerity, le liberalizzazioni e la globalizzazione.

Nel mancato appello di Mélenchon c’è la speranza che qualcosa possa davvero cambiare rispetto al 2002. La speranza che la Francia non rimanga legata a categorie del passato, che pure esistono, ma s’impegni attivamente per frenare la deriva liberista e mondialista del peggior candidato possibile: Emmanuel Macron.

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