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domenica 19 febbraio 2017

Esplode il Nodo Derivati: Paghi ora chi ha svenduto l'Italia alle Banche

Pubblichiamo per la prima volta i contratti con la banca americana Morgan Stanley che nel 2013 ci sono costati più di tre miliardi di euro.

di Luca Piana

Cade il segreto che le istituzioni hanno cercato di porre per impedire la divulgazione dei contratti derivati fatti dal Tesoro con le banche d’affari, e che stanno costando miliardi di euro alle casse pubbliche. Nel numero in edicola domenica 12 febbraio, L’Espresso pubblica infatti per la prima volta i contratti che nei primi giorni del 2012 hanno costretto il governo di Mario Monti a versare 3,1 miliardi di euro alla banca americana Morgan Stanley, per effetto di strumenti finanziari ad alto rischio che erano stati sottoscritti negli anni precedenti.




Si tratta di quattro famiglie di derivati molto complessi, che l’istituto ebbe la facoltà di terminare in largo anticipo rispetto alla data di scadenza prevista, per effetto di una discussa clausola di chiusura anticipata prevista in un vecchio accordo del 1994, mai esercitata in precedenza.




Nei dettagli i contratti chiusi erano due “Interest rate swap” e due “swaption”, che vengono descritti nell’articolo dell’Espresso assieme ad altri documenti relativi ai rapporti fra il Tesoro e Morgan Stanley. Ci sono i memorandum con i quali, proprio in concomitanza con l’avvicendamento a Palazzo Chigi tra il premier uscente Silvio Berlusconi e Monti, la banca americana comunicava al governo la decisione di rientrare di una cifra di 3,5 miliardi di dollari.


L’Espresso in edicola da domenica 12 febbraio dove ci sono i contenuti di una perizia richiesta dalla procura di Roma nel corso di un’indagine giudiziaria avviato nel 2015 e poi archiviato. Il professor Ugo Pomante, l’esperto interpellato dai magistrati romani, nella sua ricostruzione sostiene che per effetto di quella clausola del 1994 i vertici del Tesoro avrebbero dovuto astenersi dal fare nuovi contratti con Morgan Stanley. Al contrario negli anni che vanno dal 2004 al 2008 vennero rinegoziati derivati precedenti o ne vennero fatti di nuovi, come dimostrano i documenti rilevati da L’Espresso, perché i vertici del Tesoro non erano a conoscenza o sottovalutarono gli effetti della clausola in mano alla banca americana. 

Fonte: espresso.repubblica.it

ED ECCO  IL PRONUNCIAMENTO DELLA CORTE DEI CONTI NEL MERITO DELLA QUESTIONE

di Gian Maria De Francesco

La Procura della Corte dei Conti del Lazio ha contestato alla banca americana Morgan Stanley e al ministero dell'Economia un danno erariale di oltre 4,1 miliardi di euro

È quanto ha rimarcato il procuratore regionale Donata Cabras nella relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Si tratta di una vicenda che il Giornale ha messo in evidenza la scorsa estate allorquando il bilancio dell'istituto statunitense mise in rilievo la richiesta risarcitoria di circa 3 miliardi di euro (2,8 miliardi per la precisione). Gli altri 1,3 miliardi sono, infatti, stati contestati a Via XX Settembre non solo per aver sottoscritto strumenti «non idonei ad attuare le strategie finanziarie» dichiarate, cioè la copertura da un eventuale incremento dei tassi di interesse, ma per averli stipulati con una controparte in conflitto di interessi essendo Morgan Stanley un operatore specialista nel collocamento dei titoli di Stato.

Per spiegare ancor meglio è opportuno ricordare che un contratto derivato è uno scambio di flussi finanziari relativi a un determinato bene chiamato «nozionale». Nel caso del Tesoro il nozionale sono i Btp e i flussi sono relativi ai tassi di interesse. Operazione finanziaria più che legittima e che i più grandi operatori effettuano: un'assicurazione contro il rialzo dei tassi.

Il guaio è che il ministero dell'Economia non ha sottoscritto solo derivati sui tassi di interesse, ma anche pericolosissime swaption, ossia contratti in ci la controparte può scegliere a un determinato istante di entrare in gioco o no. Perché lo ha fatto? Questi contratti davano flussi immediati in entrata (47 milioni scrive la Corte dei Conti), ma si sono rivelati costosi perché contenevano un additional termination event, cioè una clausola di risoluzione anticipata. Quella che tra fine 2011 e inizio 2012 Morgan Stanley ha fatto valere incassando oltre 1,3 miliardi. Il governo Monti, in carica in quel periodo, avrebbe dovuto «astenersi dallo stipulare altri contratti» rinegoziando i precedenti, hanno sottolineato i magistrati. Quella non era una copertura assicurativa, ma una speculazione finanziaria tanto più che il Tesoro non aveva inserito nei contratti una garanzia ulteriore che gli avrebbe consentito di non pagare cash, ma «sbolognando» Btp.

Come ha evidenziato Luca Piana in La voragine, saggio di recente pubblicazione, tra il 2011 e il 2015 il costo dei derivati per lo Stato è stato di 23,5 miliardi, mentre sono attese ulteriori perdite per 24 miliardi tra il 2016 e il 2021. Ecco perché la Corte dei Conti del Lazio, che ha formalizzato l'invito a dedurre (equivalente alla chiusura delle indagini), ha formalizzato una contestazione così elevata. Nel procedimento, si apprende, sono coinvolti gli ex ministri Siniscalco e Grilli, il dg del Tesoro La Via e il dg del debito pubblico Cannata. Il capogruppo di Fdi alla Camera, Fabio Rampelli, presenterà lunedì un'interrogazione al ministro Padoan. «Chiediamo un'assunzione di responsabilità su questo sperpero di denaro dei cittadini a favore della grande finanza internazionale, perpetrato anche da un premier amico dei banchieri come Monti», ha dichiarato.

fonte: Il Giornale

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