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mercoledì 4 gennaio 2017

L'Italia nel baratro

Da Mps ad Almaviva, tutti i fallimenti dello sviluppo economico italiano.

di Flaminia Camilletti

Lo hanno chiamato “Salva Risparmio” ma si tratta dell’ennesima manovra salva banche. Il testo della risoluzione prevede che il debito pubblico potrà aumentare fino a 20 miliardi di euro con lo scopo di finanziare tutti quei provvedimenti atti a tutelare il sistema bancario. A Montecitorio la risoluzione è passata con 389 sì, 134 no e 8 astenuti, mentre a Palazzo Madama il via libera è arrivato con 221 sì, 60 no e 3 astenuti.





Dopo l’ufficializzazione del fallimento dell’aumento di capitale della banca, il Consiglio dei ministri si è riunito poco prima di mezzanotte del 22 Dicembre per un’ora e ha dato il via libera all’istituzionalizzazione di un fondo da 20 miliardi di euro, già approvato dal Parlamento.
Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha precisato che la prima banca a beneficiarne sarà Monte dei Paschi di Siena, ma “è pensato anche per altre situazioni” e ha aggiunto che “ciascuna banca che sia interessata dovrà fare domanda”. Soprattutto stupisce, se si è ancora in grado di farlo, il modo in cui si conclude la parte finale del testo della relazione presentata al Parlamento dalla presidenza del consiglio dedicata a “finalità del provvedimento e piano di rientro”:

“In relazione all’incertezza sulle modalità, sui tempi e sull’entità finanziaria dei provvedimenti da adottare, l’aggiornamento del quadro programmatico di finanza pubblica e il relativo piano di rientro potranno essere dettagliati con i prossimi documenti di programmazione tenuto conto delle misure che potranno essere effettivamente intraprese”. (Testo completo qui)

In pratica non si sa nulla di come si potranno spendere questi soldi e soprattutto non si sa come saranno restituiti. Ed è proprio su questo punto che le associazioni dei consumatori hanno incentrato la loro protesta. Il Codacons, si rivela subito molto aggressivo nei confronti del governo: “Ancora una volta si tenta di salvare gli istituti di credito ricorrendo ai soldi dei cittadini” così attacca il presidente Carlo Rienzi e continua: “I 20 miliardi di euro che il Governo vuole mettere sul tavolo per far fronte alla crisi delle banche avranno un impatto diretto sugli italiani: è come se ogni famiglia fosse costretta a versare 833 euro per salvare le banche in difficoltà”.

Incalzato dai media, Padoan ha dichiarato: “Bisogna continuare con l’azione di controllo e di responsabilità nei confronti di manager che dovessero deviare da comportamenti ovviamente leciti”, dichiarazioni senza riscontri pratici dove continuare ironicamente e tristemente, risulta essere la parola chiave

Inoltre la sfiducia nei confronti del Ministro dello Sviluppo Economico è arrivata alle stelle, i consumatori non credono ad una parola del Ministro Padoan secondo cui “gli impatti sui risparmiatori saranno minimizzati o resi inesistenti”, perché fino ad oggi gli unici soggetti che hanno pagato per la gestione scriteriata delle banche sono stati proprio i risparmiatori, attraverso il crollo delle azioni e l’azzeramento delle obbligazioni subordinate, con perdite complessive per miliardi di euro. Nessun riferimento ai manager che hanno ridotto Mps allo stato in cui si trova adesso, nessuna commissione d’inchiesta nei confronti del Cda della banca, insomma nessun responsabile, perlomeno formale.


La crisi delle banche continua ad esser pagata dai cittadini invece che dai manager degli istituti che hanno prodotto la disastrosa situazione attuale. E continua ad essere una proposta quasi ridicola quella di ricorrere al loro patrimonio personale per sanare il debito. Piuttosto avrebbe senso proporre la sanzione pecuniaria oltre che penale di certi atteggiamenti e certe condotte che risultano rischiose per gli azionisti. Chiaramente, come spesso succede il governo e il suo nuovo premier hanno saputo rivendere la notizia come un traguardo per i risparmiatori:

Politicamente si tratta dell’inaugurazione di un nuovo patto tra Pd e Forza Italia, le quali prerogative sembrano sempre più chiare agli occhi del pubblico: essere disposti a qualsiasi accordo pur di salvare le aziende del patron Silvio Berlusconi. Negli stessi giorni in cui, per trovare i soldi di Mps ci sono volute poche ore ed un solo Consiglio dei Ministri, sono altri due i fallimenti in ambito di politica economica che pesano come macigni sulle finanze e sul morale degli italiani.


Il primo è l’insuccesso dell’ultimo tentativo di mediazione avuto per la storica azienda romana operante dal 1983 Almaviva Contact; la società sarà costretta a chiudere una delle sue sedi e questo di fatto ha messo sulla strada 1666 dipendenti della sede romana. L’affare Almaviva va avanti da qualche mese ormai ed è recente la notizia rilanciata da Affaritaliani, secondo cui l’azienda in Italia chiude e licenzia mentre investe all’estero e nello specifico in Brasile con una linea di finanziamento da 6 milioni di euro concessa mesi fa da Simest, la partecipata pubblica e italianissima, votata alla internazionalizzazione all’estero delle imprese italiane. Questa operazione sembrerebbe di fatto un tentativo di delocalizzazione dell’azienda, confermando il trend di delocalizzazione avviato dalla maggioranza delle medie e grandi aziende italiane. I costi per le imprese e la pressione fiscale costringono gli investitori ad investire altrove e ad abbandonare l’Italia, mentre le politiche del Mise continuano a concentrarsi sul come trovare i fondi per salvare le banche in crisi. Il viceministro del Ministero dello Sviluppo Economico Teresa Bellanova che ha partecipato alla trattativa di fine dicembre con Almaviva e sindacati (dovesse scomodarsi il Ministro in persona) prontamente ha dato la colpa ai delegati dei sindacati che non sono stati in grado di gestire l’offerta proposta dal governo all’azienda di rinviare di altri tre mesi la fine della trattativa come era stato fatto per la sede di Napoli.
L’offerta del governo era però un semplice palliativo di fronte ad un’enorme discontento dei lavoratori che già da parecchi mesi si portano avanti questa situazione di incertezza lavorativa. Quando a fallire sono le banche, non è mai colpa dei manager che le hanno portate sul baratro, quando invece a fallire sono le aziende che danno lavoro, non ci sono manovre che tengano: licenziamento facile con colpe attribuite a caso e dipendenti mandati a casa tra natale e capodanno. È infatti inaccettabile che ancora una volta dopo i Monti bond, non si sappiano i nomi e i cognomi delle persone che hanno usufruito dei prestiti milionari che Mps ha concesso senza poi rivederne indietro i soldi. Tra le teste di serie dei debitori parrebbe esserci Carlo De Benedetti, che avrebbe usufruito di 600 milioni per la Sorgenia senza mai restituirli per poi farla fallire come l’Olivetti.

Ogni governo che si è susseguito dal 2011 in poi si è sempre dimostrato estremamente compiacente e comprensivo nei confronti dei fallimenti delle banche, nello specifico nel caso di Monte dei Paschi di Siena, offrendo contributi pagati dai cittadini per sanare il debito dell’istituto di credito. Questo atteggiamento compiacente non ha mai avuto una controparte che si occupasse di vigilare i manager e le pratiche che hanno portato al disastro bancario che abbiamo davanti. D’altra parte lo stesso Stato non manca di vigilare le piccole e medie imprese che danno lavoro, non risparmiandole dalle eventuali sanzioni che derivano dal mancato pagamento delle imposte e in generale della pressione fiscale pesantissima che sono costrette a subire. Due pesi e due misure in un sistema di aiuti/sanzioni che impostata così è difficilissima da sopportare, economicamente e moralmente.

A dimostrazione della pessima gestione, sempre tra panettone e cotechino, e sotto la completa disattenzione dei media, la corte di cassazione ha stabilito che d’ora in avanti sarà legittimo il licenziamento con il fine di aumentare i profitti. “Il motivo oggettivo di licenziamento determinato da ragioni inerenti all’attività produttiva, nel cui ambito rientra anche l’ipotesi di riassetto organizzativo per la più economica gestione dell’impresa, è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa”. In sostanza Il licenziamento del manager può essere legittimo anche quando i conti dell’impresa sono buoni, la crisi non è all’orizzonte e non ci sono spese straordinarie da sostenere. Questa sentenza riporta indietro di 100 anni i diritti dei lavoratori, per cui già vedevano indebolite le proprie tutele a seguito del Jobs Act di Renzi con l’abolizione del principio di licenziamento per giusta causa nei nuovi contratti a tempo indeterminato.


fonte: L'Intellettuale Dissidente 

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