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domenica 11 settembre 2016

Le menzogne del potere sul denaro

di Mirco Mariucci

Non ci sono i soldi per far star bene tutti gli esseri umani. La moneta deve essere sempre prestata previa richiesta di un interesse maggiore di zero. La spesa pubblica improduttiva è un male per la collettività in quanto genera un debito che grava sulle spalle dei nostri figli.

Cosa non ti dicono:
Dalla cessazione degli accordi di Bretton Woods, avvenuta nel 1971, non c’è più alcun bene reale a garanzia del denaro, come invece avveniva in passato in special modo con l’oro.
Il concetto stesso di denaro, meramente metafisico, è esclusivamente fiduciario.





La moneta di per sé non è altro che un insieme di segni contabili stampigliati su dei supporti cartacei (banconote/cartamoneta) e/o memorizzati in formato digitale per mezzo di sistemi informatici (moneta elettronica), che vengono utilizzati come intermediari per gli scambi.

Non c’è nulla che sia in grado di attribuire valore a una qualsiasi moneta al di fuori della profonda convinzione dei suoi utilizzatori che quella rappresentazione contabile, in futuro, potrà essere nuovamente scambiata con un bene reale che, pensano, sarà almeno di pari entità rispetto a quello già scambiato in passato.

Il denaro viene creato dal nulla, a costo zero, e non c’è alcun limite alla sua creazione in quanto unità di misura del valore, esattamente come non può esistere alcun limite alla creazione di metri o di iarde, che sono delle unità di misura della distanza.
Oggi invece è come se vivessimo in un mondo dove non si possono costruire strade non perché non ci sono i mezzi o la forza lavoro per farlo, ma perché un’ipotetica banca, che detiene il controllo sull’emissione dell’unità di misura della distanza, non emette i chilometri che ci servirebbero per realizzare le strade di cui avremmo bisogno.
Ogni limite inerente al denaro è dovuto a scelte che derivano dalla volontà umana.
Non c’è una scarsità intrinseca relativa al denaro, perché non può esistere;
esiste invece la ferma volontà di una élite che si adopera incessantemente affinché ci sia scarsità.

Il passo successivo, dopo aver ottenuto il controllo sulla creazione, è quello di gestirne l’emissione mediante il noto meccanismo del debito.
Non c’è alcun obbligo di emettere prestiti previa richiesta di un interesse positivo, si tratta ancora una volta di una scelta arbitraria, e inoltre, per quanto strano possa sembrare visto l’attuale ordine delle cose, non c’è neanche alcun obbligo da parte di chi emette moneta nel pretenderne la restituzione.
Si potrebbero semplicemente dare soldi a chi ne ha necessità, o magari finanziare opere e servizi di pubblica e reale utilità, senza indebitare nessuno.
Il denaro non costa nulla, in quanto rappresentazione di un segno contabile, e non si capisce perché una minoranza d’individui debba asservirne altri per mezzo della gestione di un costrutto metafisico.

Ma la mente malata di alcuni omuncoli può forse esimerli dall’utilizzare uno dei più potenti strumenti per ottenere al contempo potere e profitto che siano mai stati ideati nella storia dell’umanità?
A tal proposito, il secondo presidente degli Stati Uniti John Adams disse:
«Ci sono due modi per conquistare e schiavizzare una nazione. Uno è con le spade, l’altro è con il debito».
In realtà il debito di uno Stato a moneta sovrana è chiamato “debito non oneroso”, ma esso può diventare una potente arma dominatrice non appena una nazione sceglie di cedere la propria sovranità monetaria a una banca privata, trasformando così una partita di giro contabile in un debito effettivo e reale.

In economia esiste una regola molto semplice: per uno che spende c’è sempre qualcun altro che guadagna;
similmente il debito di un attore economico corrisponde sempre al credito di qualcun altro.
Con le dovute accortezze, possiamo sostenere che in uno Stato a moneta sovrana il debito pubblico rappresenti la ricchezza dei privati.
Questa affermazione, che suonerà allucinante alle menti manipolate dalla propaganda, può essere facilmente compresa con alcuni esempi.
La famosa “spesa pubblica improduttiva”, tanto bistrattata da politici ed economisti neoliberisti, è quella che ha permesso agli italiani di viaggiare nelle autostrade e nelle ferrovie, e di studiare e curarsi nelle strutture pubbliche.
Spiegare con quale fine furono realizzate quelle strutture e vennero forniti quei servizi, esula dagli scopi di questo saggio.
Posso brevemente accennare al fatto che lo Stato è il più potente strumento del capitale, da cui si può comprendere che lo scopo fu di assecondare le necessità di chi intendeva realizzare profitto, e non di certo di concretizzare il benessere dell’umanità.

Il punto nodale è che, nel bene o nel male, tutto ciò fu realizzato perché lo Stato disponeva delle leve monetarie.
Se invece uno Stato non è più in grado di emettere la propria moneta, per finanziarsi dovrà andare a caccia di capitali, ma in questo modo si dovrà indebitare a un tasso d’interesse fuori dal proprio controllo, perché fissato dal mercato, e ciò avverrà a patto che i creditori ritengano quello Stato un debitore affidabile e quindi siano effettivamente disposti a finanziarlo in qualche misura.
A quel punto, però, il debito pubblico sarà diventato a tutti gli effetti un debito reale, pari a quello di un qualunque privato, con tutto ciò che ne comporta.

L’assenza di leve monetarie va a braccetto con l’ideologia dello Stato minimo, tipica della dottrina neoliberista, ovvero con tagli, svendite delle eccellenze pubbliche e rispettive privatizzazioni.
Ma se i servizi non li offre il pubblico finanziandosi con la sua moneta, chi li assicurerà?
Il privato, ovviamente, che però nel suo agire presenta anch’esso dei “piccoli” difetti sostanziali.
In primo luogo il privato investe, ovvero fornisce servizi, solo se pensa che il suo capitale sarà remunerato, e lo fa applicando le modalità che gli consentono di ottenere il maggior profitto.
In altri termini ciò significa: lavoratori sfruttati e sottopagati, norme permissive per l’inquinamento ambientale. E così via…
In secondo luogo il privato non ha la ben che minima intenzione di assicurare un servizio a tutti e ovunque, ma solo a chi può permetterselo e nei luoghi che garantiscono un maggior ritorno economico.
E in tutti gli altri casi che cosa accadrebbe?

Come faranno i poveri a studiare e a curarsi con una scuola e una sanità private?
Chi cablerà i paesi poco popolosi con la fibra ottica e chi li inserirà nei tragitti degli autobus, visto il basso numero di utilizzatori potenziali dei servizi?
Semplice: i poveri non studieranno e non si cureranno, mentre gli abitanti dei paesini non avranno una connessione a fibra ottica e se vorranno spostarsi dovranno attrezzarsi autonomamente.
Un’altra caratteristica del denaro è che può essere accumulato.
Non esistono leggi che impediscono di accumulare in eccesso rispetto alla ricchezza media.

L’odierno sistema socio-economico consente l’esistenza d’individui dediti all’accumulazione che continuano ad accumulare avidamente anche quando non ne avrebbero più alcuna vera necessità.
Personalmente ritengo che questi soggetti andrebbero aiutati, perché cercare di guadagnare quanto più denaro possibile non è uno scopo di vita sano, ma la perversione di una mente malata.
Il guaio è che per ciascuno che dispone di una ricchezza al di sopra della media altri devono averne necessariamente al di sotto, e così può accadere che all’opulenza di alcuni corrisponda la miseria di molti altri.

In Italia ci sono imprenditori che vantano patrimoni superiori al miliardo di euro.
Tale cifra, se venisse monetizzata, gli consentirebbe di spendere 1.000,00 € al giorno per circa 2.740 anni;
eppure questi personaggi continuano ad accumulare e a trattenere il profitto per sé, ignorando le necessità di quei 10 milioni di poveri recentemente denunciati dall’ISTAT(1).
In una società “normale” simili individui non dovrebbero neppure esistere e il resto della collettività, di fronte alla loro presenza, dovrebbe agire con forza affinché quest’assurdo processo di accumulazione non possa più aver luogo, redistribuendo gli eccessi in favore di chi ne ha una ben più chiara e sincera necessità.

Viviamo in un mondo dove l’1% della popolazione detiene il 50% della ricchezza totale, esattamente la stessa quantità a disposizione del 99% del resto degli esseri umani(2).
Non so in quanti si rendano conto fino in fondo della gravità di quest’ultima affermazione.
Ne deduciamo che eliminando l’azione egoistica e parassitaria di quell’esigua minoranza, la restante parte della popolazione vedrebbe immediatamente raddoppiare la propria ricchezza, senza far nulla, semplicemente redistribuendo l’eccessiva accumulazione di taluni.
Ci dicono che non ci sono i soldi per sfamare i poveri o per fornire gratuitamente cure mediche a chi non può permettersele eppure, guarda caso, i soldi per fare le guerre non mancano mai, e sono circa 1.750 miliardi di $ all’anno(3);
così come non mancano mai i soldi che le aziende investono per invadere il mondo con una futile e detestabile pubblicità, per un importo complessivo prossimo ai 550 miliardi di $ all’anno(4).
Eliminando guerre e pubblicità, delle quali in molti farebbero volentieri a meno, quel miliardo di poveri esistenti potrebbe ricevere 2.300 $ all’anno a testa di cibo, cure mediche o quant’altro, cesserebbero inoltre morte, distruzione e migrazioni, mentre i mass media, internet e i luoghi in cui viviamo, non sarebbero più invasi da ridicoli spot pubblicitari.

Ma tutto ciò, per quanto possibile, viene sapientemente e immancabilmente bollato come “utopia”, in modo tale che la massa se lo tolga immediatamente dalla testa, invece di pretenderlo a gran voce.
Così l’élite può continuare indisturbata ad attuare tutte le dinamiche che ritiene più opportune per generare profitto, anche se diminuiscono – dove non distruggono – il benessere di un gran numero di esseri umani.
Comprendiamo che il denaro per assicurare a tutti un’esistenza degna di essere vissuta esiste già, solo che è mal distribuito e ancor peggio utilizzato.
Ma anche se non ci fosse denaro a sufficienza basterebbe crearlo, a costo zero, cosa che è già avvenuta più e più volte, anche di recente nell’Euro-zona;
magari sarebbe il caso d’immetterlo direttamente nell’economia reale per attuare piani specifici che hanno come fine il benessere degli esseri umani, invece d’impiegarlo per salvare il sistema bancario, continuando così ad alimentare i meccanismi coercitivi e di controllo basati sul debito.

Con una sana gestione del denaro potremmo istituire un reddito d’esistenza, in modo tale che nessuno sperimenti più la povertà, creare ospedali e scuole, per garantire cure mediche e istruzione all’intera umanità, e molto altro ancora…
Ma tutto ciò non accade, non per una questione di conoscenze, non per discorsi inerenti le risorse, né per la mancanza di forza lavoro o di denaro, ma perché non esiste la volontà di farlo.
C’è un’enorme inerzia che impedisce che tutto ciò diventi realtà, perché per realizzare una società più equa e giusta si dovrebbero andare a intaccare le ricchezze e il potere dei membri di quelle élites che oggi dominano il mondo.

Costoro, ovviamente, sono corsi ai ripari, da una parte esercitando il controllo sulla moneta privatizzando le banche centrali, e dall’altra indirizzando l’economia nella “giusta” direzione, ovvero lontano dalla giustizia sociale.
Eppure il denaro in sé, con le sue molteplici forme, è soltanto uno strumento, e in quanto tale non possiede le qualità di essere buono o cattivo, ma a seconda di come viene impiegato può trasformarsi da un auspicabile mezzo per assicurare pace, benessere e prosperità, in una temibile arma tremendamente efficace per esercitare il dominio di una élite nei confronti del resto dell’umanità.

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