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lunedì 6 giugno 2016

La vera funzione della disoccupazione: strumento per regredire

La disoccupazione come strumento per imporre il livellamento verso il basso delle condizioni dei lavoratori.
La propaganda di regime che monopolizza l’attuale società, sta cercando in tutti i modi di convincerci che quello della disoccupazione sia un problema arduo da risolvere. Negli ultimi tempi non passa un sol giorno senza che politici, economisti, imprenditori e banchieri incalzino sui media rafforzando il frame dominante, affermando che per creare nuovi posti di lavoro l’unica via da seguire sia quella di attuare le cosiddette “riforme strutturali”.

Per chi non lo avesse ancora capito, con il termine di riforme strutturali l’élite capitalistico-finanziaria ed i politici asserviti alle loro esigenze, intendono dire di voler creare le condizioni affinché il capitale diventi remunerativo.





Traducendo in un linguaggio comprensibile per tutti, e considerando che nell’attuale mondo globalizzato il capitale è remunerativo in luoghi come la Polonia, la Romania o la Cina, la qual cosa significa che intendono creare condizioni comparabili a quelle di quei paesi, proprio qui, a km zero, nel nostro stato.
Una soluzione estremamente funzionale per chi vuole realizzare profitto, che però anziché aumentare il benessere degli esseri umani, contribuisce a instaurare una moderna schiavitù. Nonostante questi loschi figuri dicano di avere la soluzione in tasca, sono ormai diversi anni che il teatrino delle promesse si ripete, mentre il problema della disoccupazione non solo non è stato risolto, ma a giudicare dagli ultimi dati risulta addirittura aggravato. Per quale motivo?

Imporre le riforme strutturali non è cosa facile. Nessun essere umano vorrebbe subire una diminuzione del proprio livello di benessere, o sperimentare un aumento delle condizioni di sfruttamento lavorative. Il lavoro è duro ed alienante già così com’è, e le condizioni di vita per la maggior parte degli esseri umani non è che siano poi così piacevoli. Per poter attuare riforme che consistono in ulteriori tagli ai servizi pubblici, in minor diritti per i lavoratori ed in una retribuzione più modesta è indispensabile creare il consenso nell’opinione pubblica, per evitare che la massa già sfruttata e oppressa si ribelli. Sembra paradossale che qualcuno intenda chiedere di accettare una simile prospettiva, eppure è proprio quello che sta avvenendo: convincere un popolo ad accettare d’impoverirsi ed essere maggiormente sfruttato, senza opporre alcuna resistenza. La posta in gioco è elevata, stiamo parlando del futuro di milioni di esseri umani le cui reazioni devono essere mantenute sotto stretto controllo. L’élite ha bisogno di armi molto potenti da poter utilizzare per ottenere tal fine. Serve una giustificazione eclatante, in grado di pietrificare i lavoratori, e si da il caso che la disoccupazione sia proprio una di queste.

In una società che assicura piena occupazione, i lavoratori si trovano in una situazione di forza che gli permette di lottare contro il capitale. Se un capitalista impone ai lavoratori condizioni di sfruttamento insostenibili, quei dipendenti possono sempre decidere di contrattare per rivedere verso l’alto la propria posizione minacciando di andarsene. Cedendo alle richieste dei lavoratori il benessere dei subordinati aumenta, ma il profitto per l’élite che detiene capitali e mezzi di produzione subisce una riduzione. La sicurezza di trovare una nuova occupazione rende i lavoratori pretenziosi e disubbidienti. Al contrario, vivendo in una condizione sociale caratterizzata da un’elevata disoccupazione, i lavoratori non possono far altro che annuire e cedere alle continue richieste del capitale, perché la sagoma oscura della disoccupazione e della relativa povertà associata, è sempre lì pronta a bussare alle spalle di quei lavoratori. In un periodo caratterizzato da un’elevata disoccupazione, il ricatto del capitale diviene ben più evidente, ed il profitto dei capitalisti può aumentare a discapito dei diritti e del benessere degli esseri umani ad essi subordinati. La paura di perdere il lavoro e di non poterlo ritrovare, rende i lavoratori docili e mansueti come agnellini.

La prospettiva delle riforme strutturali paventata dall’élite come unica via possibile per la risoluzione del problema della disoccupazione, in realtà è solo una soluzione tra quelle attuabili, ma affinché la massa accetti un cambiamento indesiderabile, è indispensabile che si diffonda la gabbia di pensiero che induce a credere che non vi sia alternativa. Per questo ogni giorno veniamo continuamente martellati con il messaggio della necessità delle riforme strutturali. Si tratta di pura propaganda, una ponderata mistificazione della realtà, attuata scientemente per indurre l’idea dell’inevitabilità dell’accettazione delle manovre. A tal fine l’élite ricorre a stratagemmi basati su conoscenze di psicologia e dinamiche sociali. La paura è un sentimento tipicamente impiegato a tal fine. Alla luce di queste considerazione è evidente come il concetto di non poter sopravvivere a causa della mancanza del lavoro, possa essere facilmente trasformato in una temibile arma coercitiva. La disoccupazione in realtà è un falso problema, la cui risoluzione è una squisita questione di volontà politica, che però deve essere percepita come un vero problema dalle masse, se s’intende strumentalizzarla per ottenere un fine prefissato.

Non fraintendetemi, affermo che la disoccupazione è un falso problema perché può sempre essere risolta: basta ripartire il montante di ore lavorative richieste dal mercato del lavoro su tutti gli esseri umani che sono disposti a lavorare. In questo modo l’orario lavorativo individuale medio diminuisce, portando sempre ad una situazione di piena occupazione. Il problema viene così spostato dalla disoccupazione ad una questione di politiche economiche di sostegno al reddito, perché lavorando per un minor numero di ore, i lavoratori avrebbero a disposizione uno stipendio minore. Eppure dal momento che il denaro è semplicemente l’unità di misura del valore, così come i metri sono l’unità di misura della lunghezza, non c’è nulla che impedisca di attuare una politica monetaria di sostegno al reddito, condotta al fine di ripristinare un livello di retribuzione che sia sufficientemente elevato per condurre un’esistenza dignitosa. O meglio, nulla che non sia riconducibile ad una questione di volontà. Ho già discusso l’applicazione di una simile idea qui, stimando che con circa 1h al giorno di lavoro in meno ed una manovra redistributiva da 70 miliardi di euro, l’Italia oggi, nel bel mezzo della più grande crisi economica della storia, potrebbe risolvere il problema della disoccupazione in modo rapido. Eppure, potete strane certi, che questa semplice idea, o altre magari ancor più risolutive, non verranno attuate. Provo a spiegarvi il perché.

La disoccupazione non viene risolta appositamente per poter essere usata come ricatto al fine di livellare verso il basso le condizioni di benessere e di sfruttamento dei lavoratori, con l’unico scopo di ottenere un maggior profitto per il capitale. L’élite sta cercando di fare in modo che il lavoro duro, flessibile, precario e mal retribuito diventi un’ambizione, un sogno, un’aspirazione e la strumentalizzazione della disoccupazione come mezzo ricattatorio coercitivo è senza dubbio la miglior strategia per indurre forzosamente le masse a sognare la schiavitù. Paradossalmente un essere umano ridotto alla fame, che sperimenta condizioni di estrema povertà, diverrà addirittura grato al suo schiavista di avergli concesso la possibilità di schiavizzarsi pur di poter sopravvivere.

Il capitale a caccia di profitto sta cercando di rinchiudere gli esseri umani in una cella dove lascerà cadere delle briciole a terra. Al tempo stesso intende modellare una società dove leccare il pavimento diverrà addirittura una nobile aspirazione. Ma per ottenere tal fine è necessario creare l’accettazione da parte dell’opinione pubblica per evitare sanguinose rivolte. L’impoverimento deve essere percepito come inevitabile, la massa deve sperimentare il morso della fame e l’unica soluzione percepita dev’essere quella d’invocare a gran voce le riforme strutturali. La propaganda da sola non basta, e così la disoccupazione viene strumentalizzata divenendo un’arma per aumentare il livello di sfruttamento dei lavoratori. La potente azione coercitiva che la minaccia della disoccupazione esercita sugli esseri umani, verrà utilizzata fin quando il vero obiettivo non sarà raggiunto. Le condizioni peggioreranno finché gli stessi schiavi invocheranno la propria schiavitù, legittimando così l’azione di governo. A quel punto sarà tardi, perché quando a seguito delle riforme strutturali l’occupazione tornerà, le condizioni lavorative saranno state spostate verso il basso con somma gioia del capitale, che al profitto d’una élite contrapporrà ancora una volta la sofferenza e lo sfruttamento di milioni di esseri umani.

fonte: utopiarazionale.blogspot.it

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