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sabato 18 giugno 2016

In Italia, al contrario di ciò che Renzi afferma, le Imprese chiudono ed il Lavoro finisce

di Gian Piero Joime

(…) il singolo non occupa più nella società il posto che l’albero occupa nel bosco: egli ricorda invece il passeggero di una veloce imbarcazione che potrebbe chiamarsi Titanic”. Ernst Junger “Trattato del Ribelle”

I segnali di declino del sistema Italia sono evidenti ormai da molto tempo, tutte le fonti statistiche ed economiche ufficiali delineano uno scenario sociale gravissimo: nel 2016, la crescita del PIL italiano non dovrebbe superare l’1,1% (poco rispetto alla previsione del 3,3% per gli USA e al 2,4 per le economie avanzate); il debito aggregato di Stato, famiglie, imprese e banche è pari al 400% del PIL; il debito pubblico a marzo 2016 è cresciuto ancora ed ha sfiorato i 2228 miliardi di euro, oltre il 130% del PIL; quello privato non è da meno, secondo le stime supererà quota 190% del PIL. Poco più di 3.000 miliardi di euro.




La disoccupazione, a marzo 2016, si attesta all’11,7%, tra i dati peggiori dal 1977; la disoccupazione giovanile, nel segmento 15-24 anni, è pari al 37,9%.
Dal sso di crescita delle imprese manufatturiere (ovvero il saldo tra nuove imprese e cessazioni di attività) è stato sempre molto modesto, quasi mai superiore all’1%. Nel caso delle imprese artigiane (un tempo colonna portante del sistema Italia) il saldo è stato invece negativo: – 20319 nel 2012, -27893 nel 2013, – 20393 nel 2014. Dal 2009 al 2015 hanno cessato di esistere oltre 60.000 imprese manufatturiere (Dati Unioncamere), di cui, ad esempio, oltre 3.000 nel settore dei mobili, 400 nel settore dei prodotti alimentari, 4.900 in quello dell’abbigliamento, oltre 1.900 nel settore dei computer e prodotti per ufficio, 9.000 nel settore dei prodotti di metallo. Con riferimento al solo settore manifatturiero, nel corso delle due recenti recessioni si è avuta una profonda riduzione del prodotto potenziale, il cui livello nel primo trimestre 2013 era equivalente a quello raggiunto agli inizi del 1990; rispetto ai valori massimi pre-crisi (2008) è inferiore del 15,3%. Questo è il risultato di un calo dell’attività manifatturiera del 24,5% e di una riduzione del grado di utilizzo degli impianti di circa 8 punti (dal 76,1% al 68,0%), solo nel quinquennio 2008-2013. Il ritorno sui livelli di prodotto potenziale pre-crisi, nell’ipotesi ottimistica che gli impianti produttivi lavorino di nuovo a pieno ritmo, richiederebbe un incremento della produzione industriale di circa il 37%. È realistico supporre che, data la profondità della caduta di attività, il conseguente restringimento della base imprenditoriale, la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro e, soprattutto, il forte arretramento della domanda interna, una parte della riduzione del prodotto potenziale sia permanente.

In Italia il maggior calo di potenziale si è avuto nei settori di produzione di autoveicoli, rimorchi e semirimorchi (-41,2% al primo trimestre 2013 rispetto al picco pre-crisi), legno (-36,9%), tessile (-30,3%) e minerali non metalliferi (-29,3%). La riduzione più contenuta è stata registrata negli alimentari (-4,4%) e nella farmaceutica (-6,7%).
Il drammatico scenario economico non riguarda solo il manifatturiero. Le aziende agricole presenti nel 2000 in Italia erano 2.396.274; nel 2010, 1.620.884, ben il 32,4% in meno, con punte di meno 40% in toscana, meno 45% in Liguria, meno 48% nel Lazio! Dal 2008 nel settore dell’edilizia si sono persi 690 mila posti di lavoro e sono fallite oltre 11 mila imprese (fonte Ance). Oltre ad un’imposizione fiscale altissima – per pagare le tasse un imprenditore italiano deve lavorare 269 giorni, un austriaco 170 ed uno svizzero solo 63 – un altro freno alla rinascita industriale viene da una burocrazia inadeguata ai tempi moderni: per avviare un’impresa in Italia servono 78 adempimenti e 40 giorni. Secondo la CGIA di Mestre il costo della burocrazia a carico delle imprese è pari a 31 miliardi di euro all’anno. I tanti vincoli derivanti dai trattati europei e dalle varie Basilea, insieme ai mancati pagamenti delle pubbliche amministrazioni, stanno spazzando via l’offerta delle piccole e medie imprese italiane e mettendo in discussione la sopravvivenza di interi distretti industriali dallo scenario competitivo internazionale. Si ricorda che solo alla fine degli anni 80 si contavano nel centro nord ben 60 distretti industriali principali, dell’ingegneria o dell’elettronica, dell’abbigliamento e delle calzature, delle piastrelle e delle macchine utensili. Questi distretti davano vita ad un modello denominato del terzo capitalismo e venivano elogiati come punto più alto dell’esperienza industriale italiana e portati ad esempio da Clinton nel vertice del G7 di Detroit.
A questo quadro, con tinte fortemente scure, si deve aggiungere la progressiva perdita di fiducia dei consumatori e degli imprenditori, con conseguente diminuzione della propensione a consumare e ad investire, che a sua volta innesca un circuito vizioso ancora più declinante, favorito da una incredibile ed improvvida stretta creditizia. I governi tecnici e politici, anche composti da accademici che conoscono molto bene i principi dell’economia, hanno incredibilmente applicato in una fase recessiva misure restrittive, della domanda e dell’offerta, senza ridurre la spesa pubblica primaria né, ancor più grave, individuare meccanismi di miglioramento qualitativo della pubblica amministrazione.
Di conseguenza: più pressione fiscale, compreso lo straordinario aumento dell’iva, taglio degli incentivi, guerra scenografica al consumo – come dimenticare i finanzieri a Cortina e, ancor più emblematico, tra gli ombrelloni – alle partite iva – imprenditore quindi presunto evasore – con la costruzione di strumenti di controllo, il redditometro, da una parte utili a stanare parte dell’evasione ma dall’altra inibenti la crescita dei consumi. E senza crescita della domanda, il rapporto PIL/debito non può che peggiorare. In più senza alcuna direzione sul sistema creditizio, che, pur ricevendo liquidità dalla Banca Centrale Europea, si è ben guardato dall’immetterla nel sistema delle famiglie e delle imprese, preferendo comprare titoli di Stato e quindi finanziando la spesa ed il debito pubblico anziché i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese, oppure continuando ad investire nel più rischioso ma più redditizio mercato finanziario internazionale. A tal proposito si legge nel recente (1983) “Il colpo di Stato di banche e governi” di Luciano Gallino: “La pratica di concedere fiumi di liquidità alla banche europee senza richiedere alcun impegno circa gli impieghi che ne avrebbero fatto a favore dell’economia reale è proseguita da parte della Bce anche negli anni successivi. Ne sono prova gli oltre 1.000 miliardi di euro prestati a esse tra fine 2011 e inizio 2012. Le sue azioni hanno manifestamente privilegiato gli interessi del sistema finanziario rispetto a quelli dell’economia reale. Contribuendo in tal modo ad accrescere il numero di disoccupati della Ue“.

Siamo insomma passati dall’essere la V potenza economica mondiale nel 1992 ad essere definitiPiigs(Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) dalla stampa internazionale. Un Paese dove, secondo l’Istat, il 55% delle famiglie vive in uno stato di deprivazione relativa, ovvero non arriva a fine mese. Il rischio che si creino maggiori disuguaglianza economiche e sociali è elevato. Una grossa fetta della popolazione ha ormai rinunciato alla ricerca di un impiego lavorativo regolare.
Il foro economico mondiale (wef) ha nel 2014 pubblicato, come ogni anno, un’analisi approfondita della competitività delle economie di ogni paese: l’Italia occupa un triste 43esimo posto, dietro la Lituania , il Portogallo , la Slovenia e l’Indonesia (44°), ma soprattutto è lontanissima dalla Svizzera (primo posto), dalla Svezia (2°) o dalla Germania (5°). Il nostro paese è solo al 73° nel “Doing Business Index”, all’84° nello “Starting Business Index”, al 104° nel “Getting Credit index” e al 131° nel “Paying taxes index”, tutti indicatori elaborati dalla World Bank.

Nel 2015, un italiano su quattro è a rischio di povertà o esclusione sociale, secondo la definizione adottata nell’ambito della strategia Europa 2020. L’indicatore deriva dalla combinazione del rischio di povertà, della severa deprivazione materiale e della bassa intensità di lavoro. L’indicatore adottato da Europa 2020 viene definito dalla quota di popolazione che sperimenta almeno una delle suddette condizioni. L’aumento della severa deprivazione, è determinato dalla più elevata quota di individui in famiglie che non possono permettersi durante l’anno una settimana di ferie lontano da casa (dal 46,7% al 50,8%), che non hanno potuto riscaldare adeguatamente la propria abitazione (dal 18,0% al 21,2%), che non riescono a sostenere spese impreviste di 800 euro (dal 38,6% al 42,5%) o che, se volessero, non potrebbero permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni (dal 12,4% al 16,8%). Dunque si è creato nel nostro paese un clima ostile per chi studia, per chi produce e per chi consuma: ed è proprio questo clima il primo fattore di decadenza e di limitazione della libertà. Le categorie produttive italiane, e quindi le piccole e le medie imprese, sono a rischio per una sfrenata concorrenza internazionale, senza alcuna protezione istituzionale, ma al contrario vessati di tasse che incentivano le dismissioni più che gli investimenti. È in moto un cambiamento radicale del nostro sistema sociale: cambiamento che in modo subdolo e permanente ha depresso lo spirito del fare, generando un sistema di paura diffusa, di passività e di rassegnazione e quindi limitando fortemente la libertà di azione, spezzata alla radice dal senso d’impotenza. Un attacco competitivo, che forse inizia nei primi anni 90 per poi rafforzarsi dopo l’introduzione dell’euro, e che è certamente riuscito a smantellare le partecipazioni statali- l’IRI e laStet sono un lontano ricordo – ed è da diversi anni impegnato ad acquisire gran parte del nostro made in Italy, ora in mani estere dalla moda all’alimentare, e sta infine attaccando la classe artigiana, sommergendola di tasse, di debiti e negandogli i crediti. Solo dal 2008 al 2012 sono stati registrati 437 passaggi di proprietà dall’Italia all’estero: i gruppi stranieri hanno speso circa 55 miliardi di euro per ottenere i marchi italiani.
Nell’alimentare la multinazionale anglo-olandese Unilever ha acquistato la Algida, la Sorbetteria Ranieri (chiusa da dieci anni), il Riso Flora, la Bertolli e la Santa Rosa, che però nel 2011 è tornata italiana grazie all’acquisto da parte della Valsoia. Molti anche gli acquisti della Kraft (Invernizzi, Negroni, Simmenthal, Splendid, Saiwa) e della Nestlè (Perugina, Sasso, Gelati Motta, e Alemagna, che però nel 2009 torna italiana con la Bauli). Tra gli elettrodomestici spicca la Zanussi, acquistata nel 1984 dalla svedese Electrolux. Per i mezzi di locomozione ci sono le biciclette Bianchi (amate da grandi campioni del passato come Gimondi e Coppi), adesso della svedese CycleuropeA.B., le biciclette Atala, adesso per il 50% della turca Bianchi Bisiklet, le moto Ducati e le auto Lamborghini, entrambe di aziende del Gruppo Volkswagen. Per la moda sono passate ad aziende straniere Fiorucci, Mila Schon, Conbipel, Sergio Tacchini. Il Gruppo Kering ha acquistato marchi di grande peso, da Gucci a Bottega Veneta a Brioni e Pomellato. Per l’arredamento sono finite in mani estere la Pozzi-Ginori, la Ceramica Dolomite, le Ceramiche Senesi, il Gruppo Marrazzi, leader internazionale nel settore delle piastrelle di ceramiche.

Il risultato della politica dell’austerità è che il ceto medio, vera e propria locomotiva dello sviluppo industriale italiano, dal quale è certamente nato il fenomeno del made in Italy nel mondo, è sempre più povero e timoroso: le imprese chiudono ed il lavoro semplicemente finisce.

Alla luce di quanto sin qui scritto, si può dire che in Italia almeno dal 2008 è in corso una vera e propria guerra economica, che sta minando le fondamenta del welfare state; guerra scoppiata per la concomitante e nefasta sinergia di tre grandi cause, dalle quali sono poi esplosi molteplici negativi effetti:
1. la grande recessione industriale, dovuta all’incontrollata globalizzazione, all’innovazione tecnologica e all’automazione industriale di matrice oligopolistica, alla drammatica diminuzione del reddito disponibile di gran parte della popolazione ed al conseguente crollo dei consumi;
2. la finanziarizzazione del modello di sviluppo, nato anche come errata risposta alla recessione industriale nel tentativo di finanziare la domanda, e l’esplosione dell’indebitamento pubblico e privato;
3. la cessione di sovranità nazionali in materia di politica economica dovuta all’adozione dell’euro, e le conseguenti scelte di austerità, parità del bilancio, spending review, alta pressione fiscale; tutte scelte chiaramente pro-cicliche recessive. Questa guerra ha stremato le forze produttive del nostro paese ed ha fortemente indebolito le forze sociali, riducendo gran parte degli italiani in uno stato di povertà e deprimendo i nostri giovani, ormai privi di speranze lavorative.
Il ceto medio, dal quale è nato il made in Italy ed il fenomeno dei distretti industriali, è oggi molto indebitato, troppo per poter ripartire da solo nella difficile via industriale per i mercati internazionali.

Il sistema produttivo nazionale appare in gran parte alienato dal fenomeno della globalizzazione, dell’informatizzazione e dalla conseguente finanziarizzazione dell’economia e della società, piuttosto lontano dal centro delle innovazioni, tra fattori apparentemente contrapposti – da un lato la concentrazione e la delocalizzazione delle attività industriali, per rincorrere economie di scala e competitività di costo; dall’altro, il decentramento amministrativo e il peso delle burocrazie e delle tenaglie fiscali. Un sistema produttivo sfiancato dalla teoria della stabilità europea, a scapito del lavoro e del risparmio, avvilito dallo spettro del debito e dalla sciagura dell’Europa Incompiuta, nel cui nome crescono tasse che ne limitano potere d’investimento e d’acquisto, e norme che ne limitano l’azione imprenditoriale.

Fonte: www.ilprimatonazionale.it

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