ULTIMI POST

giovedì 7 aprile 2016

Intrecci pericolosi a danno dei cittadini

di ROSANNA SPADINI
comedonchisciotte.org


Nel regno di Trivellopoli accadono cose strane e ugualmente meravigliose, non mai accadute in altri regni limitrofi, perché l’amore vince sempre sull’interesse … il bene pubblico sul bene privato … la costituzione sul caos istituzionale. Tempa Rossa per esempio è un giacimento petrolifero situato nell'alta valle del Sauro, nel cuore della satrapia della Basilicata. Renzi il sovrano difende il provvedimento canaglia su cui è scivolata l'ex ministra Guidi e il progetto Tempa Rossa diventa «strategico per il Paese». «Vorrei chiarire, che l'indagine non riguarda il dovere di sbloccare le opere pubbliche: a noi i cittadini ci pagano per questo.» Ecco … poco importa se in questo caso l’opera era privata, l’interesse era privato, la compagnia era privata … invece la marchetta quella sì era pubblica.






Ma il sovrano difende anche il ministro #mariaele «che per il suo ruolo deve autorizzare gli emendamenti» e quindi anche quello sotto accusa … e alla fine difende soprattutto se stesso perché «con noi la Guidi si è dimessa ma la Cancellieri non lo fece». Nel frattempo i cavalieri erranti di opposizione, M5S e Lega, annunciano una mozione di sfiducia al Governo, quindi la battaglia tra il sovrano e le opposizioni si protrarrà nel grande palio di primavera, tra dati economici e urne aperte e con lo spettro di nuove inchieste che potrebbero rivelarsi ancora più minacciose.

Dapprima ghiaccio bollente su tutta la stampa … poi compare una misteriosa donzella “Maria Elena”, presente nell’intercettazione che ha seminato l’allarme in tutto il governo e provocato le dimissioni della ministra Guidi … infatti la norma per sbloccare Tempa Rossa prevede in particolare di «semplificare la realizzazione di opere strumentali alle infrastrutture energetiche strategiche» e a «promuovere i relativi investimenti e le connesse ricadute anche in termini occupazionali». Perché il governo va immediatamente in fibrillazione? C’è stata qualche tangente milionaria?

L’emendamento incandescente, salito alla ribalta della cronaca, non voleva quindi favorire tanto l’Italia, quanto solo le compagnie petrolifere Shell e Total, le quali miravano soprattutto ad esportare il petrolio lucano, e dunque per raggiungere il loro scopo, iniziarono a frequentare gli uffici di Palazzo Chigi. Aumentò a un certo punto in maniera esponenziale una corrispondenza web tra l’ufficio del Mise guidato dal ministro Guidi e lo staff allestito da Palazzo Chigi, tra gli esperti della Boschi e i rappresentanti delle compagnie petrolifere.

Quindi anche lo staff del ministro #mariaele partecipa alla stesura dell’emendamento che esautorerà le autonomie locali pugliesi e tarantine dalla questione esportazione, la stessa ministra infatti riceverà più volte nei suoi uffici i rappresentanti di Shell e Total. La realizzazione del progetto poi, che interessa alle compagnie straniere, in realtà non comporterà però alcun vantaggio per l’Italia, visto che non coinvolgerà l’Eni e non servirà al consumo interno di greggio, bensì soltanto all’esportazione.

Nel procedere della vicenda lobbistica, all’interno del Pd si era propagato un caos calmo, da un lato il governatore lucano Marcello Pittella, dall’altro Michele Emiliano (Puglia), infine la corazzata Renzi-Lotti-Boschi. Nell’agone politico Renzi doveva piegare i suoi satrapi Pittella e soprattutto Emiliano, che stavano protestando. Gli esperti della Boschi avevano preso in carico la questione, per inserire assolutamente l’emendamento nella Legge di Stabilità, dopo aver perso il treno dello Sblocca Italia. Infine per la gioia di Gianluca Gemelli, il fidanzato della Guidi che, sfruttando il nome della ministra, riesce ora a ingraziarsi la Total e a incassare un subappalto, nella Lucania della Tempa Rossa, da ben 2,5 milioni di euro.

Del resto le forti pressione della diplomazia internazionale avevano iniziato con email e telefonate, che cercavano di risolvere il problema dell’esportazione del petrolio lucano in maniera indolore. Lo schema sempre quello: prima si muove la diplomazia, poi i rappresentanti delle compagnie, per operare quella pressione lobbistica alla quale Renzi non voleva assolutamente sottrarsi.

Naturalmente il premier ha catturato due bei piccioncini con una fava: proteggere l'amata #mariaele, finita nella centrifuga delle intercettazioni e dell'inchiesta di Potenza, e salvare il salvabile di quello che rimane di un governo direttamente dipendente dalle lobby. Intanto la dama del premier scarica immediatamente la ministra Guidi: "Non sapevo che avesse un compagno (fidanzato prego), né che lui avesse interesse ad occuparsi del ministero di lei." Poi subito dopo il premier aggiunge che l’emendamento “ad libitum privatum” era “un provvedimento giusto, sacrosanto, perché crea posti di lavoro”, dunque “è naturale che il ministro dei Rapporti con il Parlamento lo firmi: un atto dovuto”. In realtà, come emerge dalle carte, la marchetta per Total e Shell l’ha gestita direttamente il premier, usando la dolcissima #mariaele come scudo umano.

Però per il premier, esperto di talent-show, iniziano i dolori dopo le famigerate intercettazioni … cribbio !! … un vero e proprio abuso, particolarmente rischioso per la democrazia, ha detto il padre putativo del Nazareno … e poi questa figuraccia può dare una spinta vincente al tanto odiato Referendum sulle trivelle … A quel punto anche la tenera #mariaele si sente autorizzata a ripetere a pappagallo che “Tempa Rossa è strategico per il Paese e prevede molti occupati nel Sud: lo rifirmerei domattina”. Peccato che sia una bufala.

Bando alle ciance … l’affare Tempa Rossa non riguarda un’opera pubblica, ma privata, e ci guadagnano le compagnie petrolifere, con i soldi dello stato, è un piano strategico per estrarre petrolio in Basilicata, costruire un oleodotto per portarlo a Taranto, e là realizzare due grandi cisterne e una banchina per l’attracco delle petroliere Total (private), per il trasporto del petrolio (italico) in Turchia.

Per di più l’emendamento canaglia, non solo opera contro gli interessi dei cittadini, ma anche contro il benessere ambientale, dato che le emissioni inquinanti aumenteranno del 10%, e per di più impedisce ai governatori di Puglia e Basilicata di pretendere le royalties per caparra contro eventuali guasti e rischi ambientali … quindi il premier non ha sbloccato un’opera pubblica utile al territorio, al contrario ha bloccato l’obbligo per le compagnie private di pagare per eventuali rischi.

Non c’è nessuna opera pubblica, ci sono interessi privati … e la Guidi non si è dimessa perché ha fatto passare lo sconcio emendamento, ma perché si è fatta beccare in flagrante dalle intercettazioni … una legge dello stato italiano che favorisce un interesse privato e danneggia il benessere economico, sociale e ambientale pubblico. Infatti il petrolio italico che si estrae in Basilicata non resta agli italiani, e le multinazionali pagano le royalties a prezzi stracciati, o non le pagano addirittura. Ma soprattutto non va dimenticato il disastro ambientale provocato per cittadini, agricoltori e allevatori del territorio.

Oggi investendo 1 miliardo di euro in petrolio si producono circa mille posti di lavoro, lo stesso miliardo investito in energie rinnovabili produrrebbe 17 mila posti di lavoro, e senza rischi ambientali. Forse gli stessi investimenti potevano essere diretti alla produzione di energie rinnovabili? E la bolletta dei cittadini si sta alzando o abbassando?

Purtroppo però il caso Tempa Rossa è solo l’ultimo di tanti interventi che, anno dopo anno, in Leggi finanziarie o decreti d’urgenza, hanno permesso di costruire un sistema di regole a tutto vantaggio delle compagnie private che estraggono petrolio e gas in Italia. Dalle concessioni a vita per le piattaforme (e nessun controllo sullo smantellamento) introdotte nella legge di stabilità 2016, alle royalties irrisorie (e deducibili dalle tasse), dai costi minimi per le aree in concessione, ai milioni di euro (246) in investimenti e finanziamenti da enti pubblici.

“Nel 2016 i privilegi di cui godono i petrolieri risultano del tutto insopportabili per ragioni di giustizia e di difesa del pianeta dai cambiamenti climatici – dichiara il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini - Tanto più che le fonti rinnovabili, efficaci e competitive da un punto di vista economico, vengono frenate da questi privilegi e da assurde nuove barriere che ne impediscono la diffusione, in un Paese che avrebbe tutto da guadagnare nel diventare sempre meno dipendente dalle fonti fossili e dalle importazioni. Insomma, la transazione verso l’energia pulita sarebbe il processo più logico e sensato se il nostro ministero dello Sviluppo economico non fosse in realtà un ministero del Petrolio anni ‘50 ”. (www.lastampa.it)

Nello specifico, rispetto alle concessioni, con l’ultima legge di stabilità 2016 il Governo, mentre vietava tutte le nuove attività entro le 12 miglia marine, stabiliva che tutti i titoli abilitativi già esistenti potessero andare avanti fino a vita utile del giacimento, ovvero a tempo illimitato. Le royalties in Italia sono pari solo al 10% per il gas e al 7% per il petrolio in mare. Sono inoltre esenti dal pagamento di aliquote allo Stato le prime 20 mila tonnellate di petrolio prodotte annualmente in terraferma, le prime 50 mila tonnellate di petrolio prodotte in mare, i primi 25 milioni di metri cubi standard di gas estratti in terra e i primi 80 milioni di metri cubi standard in mare: cioè, entro quei limiti è tutto gratis. Il risultato? Nel 2015 su un totale di 26 concessioni produttive solo 5 di quelle a gas e 4 a petrolio, hanno pagato le royalties. Tutte le altre hanno estratto quantitativi tali da rimanere sotto la franchigia e quindi non versare il pagamento a Stato, Regioni e Comuni.

Molto conveniente per le imprese straniere, che altrove trovano ben altre condizioni: in Danimarca dove non esistono più royalties ma si applica un prelievo fiscale per le attività di esplorazione e produzione, questo arriva fino al 77%. In Inghilterra può arrivare fino all’82% mentre in Norvegia è al 78% a cui però bisogna aggiungere dei canoni di concessione. «Se in Italia avessimo portato le royalties al 50%, (proposta avanzata da Legambiente), nel 2015 ci saremmo trovati invece che con un gettito di 352 milioni di euro con uno da 1.408 milioni». (www.lastampa.it)

Dunque nel regno di Trivellopoli accadono cose strane e ugualmente meravigliose … e mentre il premier Renzi e i suoi megafoni continuano a battere gli studi televisivi, diffondendo bufale seriali e messaggi distraenti, appare sempre più evidente la sbugiardata della beffa: il governo del regno ha firmato una legge per sbloccare concessioni petrolifere a vantaggio della multinazionale Total, la quale ha poi concesso appalti al fidanzato della ministra per lo sviluppo economico … suo naturalmente. Insomma la "sburocratizzazione" vale solo per i petrolieri, e il governo schiavo delle lobby petrolifere e delle multinazionali produce leggi soprattutto per banchieri e petrolieri … in una pratica di predazione nauseabonda e sistematica, di finanziamenti pubblici che alimentano legge dopo legge gli interessi privati.

Fonte: www.comedonchisciotte.org

          
                                          *************************************

di Carlo Bertani

Ecco i risultati da quando è arrivato Renzi sulla scena politica , relativamente a nuovi impianti off-shore eolici da sistemare nelle acque territoriali.


Fonte: Legambiente


Eoli


Tutti bocciati, non uno che gli andasse bene. Se facciamo una somma dei MW che sarebbero stati installati, scopriamo che abbiamo “lasciato” al vento ben 2536 MW di potenza elettrica di fonte eolica (con tutto l’indotto di know-how e di posti di lavoro), ossia 2,536 GW. Quanta energia producono, in mare, 2,536 GW?

Nella regione mediterranea, le produzioni più elevate si raggiungono proprio in mare: mentre sulle coste del Mare del Nord si raggiungono e si superano anche le 4000 ore annue, nell’area mediterranea, a terra, il rendimento è limitato a 2000-2500 ore/anno, mentre in mare questo dato è superiore del 30% circa, con un aumento dei costi d’installazione del 25%. Ovviamente, più l’impianto è esteso, più s’ottengono risparmi di scala. La resa degli impianto off-shore è preferibile rispetto a quelli a terra anche per un altro motivo: i venti sono più costanti e l’energia prodotta è più “spalmata” nelle 24 ore e, generalmente, nelle 8760 ore che compongono un anno solare. Di conseguenza – dato che condizioni di omotermia su tutto il Mediterraneo (ed i conseguenti venti) sono molto rare – è molto difficile che la produzione eolica subisca forti variazioni nel corso dell’anno.

I costi (2)? Il costo di un MW di produzione eolica (qui, dipende molto dalle dimensioni del rotore) è in una “forbice” compresa fra 42 e 180 euro (fotovoltaico: 80-140), (carbone: 40-90), (gas: 140-210). Come si può notare, le “forbici” sono molto ampie per tutte le fonti, poiché dipendono da un’infinità di fattori: variazioni del prezzo dei fossili, piovosità (per l’idroelettrico), irraggiamento (per il solare), ecc. Ciò che si può capire, però, è che le fonti rinnovabili stanno scalzando le fonti fossili proprio sul fronte dei costi (si noti l’altissimo costo del gas metano): per questa ragione i veri costi degli impianti a fossili – ossia i costi sanitari e sociali – sono abilmente nascosti nelle pieghe dei bilanci, oppure ignorati. E si nota che, in Italia soprattutto, si tende a privilegiare una sorta di “allungamento” della vita utile delle fonti fossili. Stupefacente il recente “ammodernamento” della centrale di Civitavecchia a carbone “pulito” (?), che ha avuto costi esorbitanti...ma tant’è: non si deve muover foglia che l’industria dei fossili non voglia.

In definitiva, quanto produrrebbero quei 2,536 GW di potenza installata? Stimando un dato realistico di 3000 ore/anno alla potenza di picco, otterremmo circa 7.600 Gigawattora, che corrispondono a 7.600.000.000 Kilowattora. Siccome il consumo medio annuo di una abitazione civile è intorno ai 4.000 Kilowattora, con quell’energia si potrebbero alimentare 1.900.000 abitazioni, vale a dire una città di circa 6 milioni d’abitanti. Se vi sembra poco... Siccome da una tonnellata di petrolio si ricavano 11.630 Kwh (2), quelle installazioni avrebbero generato, ogni anno – e, con la dovuta manutenzione, per sempre – l’equivalente di circa 653.500 tonnellate di petrolio, che sono pari a circa 4,5 milioni di barili annui. Gli impianti lucani producono, attualmente, circa 31 milioni di barili l’anno. Solo sette volte quello che i primi campi off-shore eolici avrebbero prodotto: se fossero stati approvati! Ed erano i primi!

Invece, Renzi boccia ogni impianto eolico ed approva tutte le possibili trivellazioni: non importa se le patologie tumorali, in val d’Agri, impazzano, se un piccolo paradiso naturale è stato trasformato in un girone infernale: a lui, di noi, non frega una mazza. La storia la conosciamo, ed è tutta una storia toscana, della Toscana che conta, quella fra Arezzo e Prato, Firenze e Valdarno. Una terra zeppa di pietre, argille, ghiaie, rocce, ciottoli, sassi, lastre, scogli, massi...e Massoni. Come non ricordare l’interessamento di Verdini, Carboni e Cappellacci per l’eolico sardo? Correva l’anno 2010. Ne nacque il filone d’inchiesta battezzato “P3” (3), che si perderà sui binari morti delle prescrizioni e dei non luogo a procedere, come tutti gli altri...

Ecco la verità, sic et simpliciter, tutti gli sbandierati giochini amorosi sono soltanto lì per abbagliare la gente: in realtà, le royalties che i francesi di Total pagano per il petrolio lucano sono poca cosa, se paragonate al bilancio dello stato, ma sono cifre consistenti se paragonate a quelle che ha incassato la “fondazione” (prontamente varata) dello stesso Renzi, 100.000 euro dalla British American Tabacco, ad esempio (4), mentre una legge che regolamenti lo spadroneggiare delle lobbies in Parlamento rimane sul binario morto. E la Basilicata? Rimane una delle più povere regioni italiane, dove l’export è calato del 5,3% e l’occupazione del 2,8% (5): altro che Lucania Saudita! Ora, salirà – e parecchio – nella classifica dell’inquinamento e dei tumori, perché i dati epidemiologici già lo raccontano. E qualcuno dice “La Lucania saudita è diventata una terra dove siamo seduti su laghi di petrolio, con degli stracci addosso”. Niente di diverso dalla Nigeria.

Perciò, a questa gentaglia che fa affari anche col demonio basta riempirsi le tasche, possiamo dare un segnale d’avvertimento, un ulteriore “avviso di mora” con il referendum del 17 Aprile. Solo una comunicazione di “sgradimento" per tutte le loro porcate: tanto, poi, aggiusteranno una nuova legge e non potremo mai star loro dietro coi referendum. Ma qualcosa conta: anche a noi, recarci al seggio per esprimere il nostro dissenso, costa poco.