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venerdì 29 aprile 2016

Giustizia, Scarpinato: “La corruzione è Costituzione: servono le leggi dell’antimafia”


Il procuratore generale di Palermo: “Dalla Banca Romana del 1893 a oggi, l’eterna Tangentopoli con la stessa impunità”.

di Marco Travaglio, da Il Fatto quotidiano

Roberto Scarpinato, procuratore generale di Palermo, il suo collega e presidente dell’Anm Piercamillo Davigo è nel mirino da giorni perché ha osato accusare il mondo politico di inerzia complice contro una corruzione ancor più diffusa e spudorata di prima. Lei finora è rimasto in silenzio. Come la pensa?

Chi conosce la storia italiana sa che la corruzione è una componente stabile della costituzione materiale del Paese. Dallo scandalo della Banca Romana del 1893 a oggi, viviamo in un’eterna Tangentopoli. Le vicende di oggi sono la replica, mutatis mutandis, di quelle di ieri e dell’altroieri, anche nei loro esiti finali di sostanziale impunità. Vuole una prova? Il numero di colletti bianchi oggi in carcere per espiare la pena è irrilevante come ai tempi dell’Italia monarchica e di quella fascista.





Le statistiche sulla composizione della popolazione carceraria dimostrano che, oggi come ieri, in galera a scontare le condanne finiscono solo i soliti ‘brutti, sporchi e cattivi’, mentre ‘lorsignori’ la fanno franca in un modo o nell’altro.



Possibile che nell’Italia di Renzi, almeno sotto questo profilo, non sia cambiato nulla rispetto all’Italietta liberale e a quella fascista?

Il mutamento delle forme dello Stato s’è rivelato sovrastrutturale e ininfluente, rispetto alla realtà dei rapporti di forza sociali sottostanti. Prima le classi dirigenti ottenevano l’impunità grazie alla dipendenza istituzionale del pubblico ministero dal potere politico. Poi la magistratura si emancipò da questa subordinazione: prima sul piano giuridico, grazie alla Costituzione, poi sul piano culturale, tra gli anni 60 e 70. E infatti iniziarono le grandi inchieste sul rapporto fra criminalità e potere che culminarono in quella di Mani Pulite su Tangentopoli. Allora il sistema, dopo lo choc dei primi anni 90, ha prodotto una serie di riforme che nella sostanza hanno ridotto ai minimi termini il rischio e il costo penale per la maggior parte dei reati tipici dei colletti bianchi.

Quindi, rispetto al passato, non è cambiato nulla?

Non è cambiato nulla per quanto riguarda l’impotenza del diritto penale a disincentivare corruzione. Ma è mutato tutto sotto il profilo delle ricadute macroeconomiche. Nella Prima Repubblica lo Stato aveva ancora la potestà monetaria e la corruzione si finanziava gonfiando progressivamente la spesa pubblica e l’inflazione. Ora invece, da quando siamo entrati nell’euro, viene finanziata tagliando i servizi dello Stato sociale. Sessanta o più miliardi di euro all’anno di corruzione, più almeno 120 miliardi di evasione fiscale sono un colpo al cuore del Welfare, in una fase storica di recessione e dopo l’introduzione nella Costituzione dell’obbligo di pareggio del bilancio. Da qualche parte i soldi rubati bisogna pure recuperarli.

E li sfilano dalle tasche dei più bisognosi.

I rapporti di forza macropolitici non consentono la vera spending review che andrebbe fatta: il taglio drastico di corruzione ed evasione. E allora la predazione sistemica del denaro pubblico e il mancato introito dei tributi vengono compensati con i tagli allo Stato sociale. Per essere più concreti: se sommiamo soltanto i costi dei casi di corruzione accertati in quest’ultimo quinquennio, ci rendiamo conto che sono l’equivalente di varie Finanziarie, tutte ‘lacrime a sangue’. Oggi, per esempio, una tangente di 10 milioni di euro nella sanità equivale a un taglio equivalente dei posti letto, nella scuola al taglio delle classi, nell’assistenza al taglio degli asili nido, e così via. E, oltre al danno, c’è pure la beffa.

Cioè quale?

Il paradosso è che più la corruzione si diffonde e si rivela irrefrenabile, più fa il gioco di chi è interessato ad accelerare lo smantellamento dello Stato sociale, alimentando nei cittadini la convinzione che tutto ciò che è pubblico è corrotto e inefficiente. Dunque l’unica soluzione è di privatizzare tutti i servizi sociali, dalla sanità all’acqua pubblica alla scuola. Le privatizzazioni all’italiana, realizzate in tanti casi socializzando le perdite e privatizzando i profitti, come dimostrano vari processi penali e le analisi accurate della Corte dei conti e di varie commissioni parlamentari d’inchiesta, sono uno dei grandi affari del futuro. Negli Stati Uniti le privatizzazioni della sanità, della scuola, dello stesso circuito carcerario si sono rivelate una fonte di inesauribile guadagno per potenti lobby a spese dei cittadini, costretti a subire impotenti la lievitazione dei costi.

Davigo dice da anni che delinquere, in Italia conviene: se all’estero ci vuole coraggio per violare la legge, in Italia ce ne vuole per rispettarla. Altrove chi subisce un torto minaccia chi glielo fa di denunciarlo. In Italia la minaccia più terribile è “fammi causa”. Perché?

Perché i colletti bianchi sono operatori criminali razionali, esperti nell’analisi costi-benefici: comparano oculatamente i vantaggi dei comportamenti illegali e il rischio penale. Attualmente, per i motivi che dicevo prima, il rapporto costi-benefici è totalmente sbilanciato a favore dei vantaggi. Su un piatto della bilancia, c’è la possibilità di arricchirsi a dismisura, mettendo da parte un patrimonio che può consentirti di vivere di rendita per tutta la vita. Sull’altro, un rischio e un costo penale molto bassi. Non solo per l’omertà blindata che caratterizza il mondo della corruzione. Ma anche perché, se pure ti scoprono, il ‘gioco’ tra guardie e ladri è truccato.

In che senso?

L’ha detto anche l’Unione europea: abbiamo un regime della prescrizione unico al mondo, che garantisce ai corrotti la possibilità di sottrarre tutti gli anni in cui sono riusciti a non farsi scoprire, dal tempo totale concesso ai magistrati per indagare e arrivare a sentenza definitiva dopo ben tre gradi di giudizio. Solo un esempio tra i tanti. Se oggi commetto il reato di traffico di influenze illecite e vengo scoperto tra 5 anni, è fatta: siccome il reato si prescrive in 7 anni e mezzo al massimo, ai magistrati ne restano solo 2 e mezzo per arrivare a condannarmi. Cosa che ovviamente non accadrebbe se la prescrizione partisse non da quando ho commesso il reato, ma da quando l’hanno scoperto. O si arrestasse al momento della richiesta di rinvio a giudizio.

Eppure il premier e il governo si vantano di una riforma della corruzione che ha aumentato le pene e allungato la prescrizione.

Ma serve a poco. La maggior parte dei reati puniti sino a 6 anni, tra i quali tanti delitti funzionali alla corruzione, sono tigri di carta per il motivo che ho appena spiegato. Ormai abbiamo fatto l’abitudine a seguire sui media processi penali che tutti sanno in anticipo essere destinati alla prescrizione. Il processo mediatico è divenuto una sorta di rito collettivo catartico, compensatorio della reale impotenza di quello penale; un rito che lascia il tempo che trova, perché quasi nessuno rinuncia alla prescrizione, la prescrizione viene spacciata per assoluzione, i prescritti restano ai loro posti. Per non parlare di molti condannati che, dopo un breve periodo di decantamento, vengono riammessi nel giro, come dimostrano varie inchieste anche molto recenti.

Renzi però dice che con la sua riforma chi patteggia deve restituire il maltolto fino all’ultimo centesimo.

Ma solo pochi patteggiano, sapendo che resistendo in giudizio intascheranno la prescrizione. E, se il reato si prescrive, il colpevole non solo la fa franca, ma si tiene pure il bottino che ha già provveduto a trasferire in qualche paradiso fiscale. Non si può neppure confiscargli i beni di famiglia, perché la ‘confisca per equivalente’, per reati prescritti, è possibile solo su denaro liquido. Che di solito non si trova mai.

Se però il reato lo scoprite subito, magari qualcuno riuscite a farlo condannare.

Sì, ma anche il costo penale è irrisorio. Anche se uno è proprio sfortunato e non riesce a lucrare la prescrizione, oggi in Italia non si va in galera per pene inferiori a quattro anni: il peggio che può capitargli è di essere ammesso a una misura alternativa alla detenzione. Tipo fare assistenza agli anziani una volta a settimana o mettere a posto i libri in una biblioteca pubblica. Le pare serio? Mi chiedo come sia possibile ritenere seriamente che dei colletti bianchi altamente scolarizzati, appartenenti ai piani alti della piramide sociale, possano e debbano essere rieducati con l’affidamento ai servizi sociali: cioè con gli stessi strumenti – il lavoro e l’istruzione – concepiti per i condannati delle fasce popolari, emarginate e sottoculturate.

Se fosse al governo, che farebbe?

Prenderei finalmente atto che oggi la corruzione è una forma di criminalità organizzata e un’autentica emergenza nazionale. E adotterei la stessa strategia vincente che è stata utilizzata contro la mafia: alzare il rischio e il costo penale con strumenti ad hoc. Se in questi vent’anni noi magistrati avessimo dovuto contrastare la mafia con gli stessi strumenti che abbiamo a disposizione contro la corruzione, lo Stato avrebbe perduto da tempo la sua battaglia.

Quali armi vi servono per alzare il rischio penale contro la corruzione?

Per iniziare con una terapia d’urgenza, basterebbe adottare lo stesso regime normativo delle intercettazioni previsto per i reati di mafia; introdurre la figura dell’infiltrato, o agente sotto copertura che ha dato risultati nella lotta al traffico di droga; e inserire i reati contro la Pubblica amministrazione nello speciale elenco previsto dall’articolo 157 del Codice penale che prevede il raddoppio dei termini di prescrizione per alcuni reati ritenuti di particolare gravità. Pensi che in questo elenco non ci sono solo i reati di mafia, ma anche i maltrattamenti in famiglia: non le pare un paradosso raddoppiare la prescrizione per i maltrattamenti in famiglia e non per delitti che stanno maltrattando un’intera nazione, contribuendo al suo decadimento economico?

Se lei pensa che la corruzione è scritta nella costituzione materiale, cioè nel Dna delle classi dirigenti italiane, Davigo al confronto è un inguaribile ottimista…

Non dobbiamo generalizzare. La corruzione è scritta nel Dna della parte più retriva delle classi dirigenti che nella storia italiana ha sempre avuto un grande peso contrattuale e con la quale occorre negoziare. Purtroppo, come osservava Leonardo Sciascia, chi sposta l’ago della bilancia non sono i don Rodrigo, ma i don Abbondio. Infatti Manzoni, che era un credente, per dare un lieto fine alla storia dei Promessi Sposi fu costretto a fare entrare in campo la divina provvidenza. A parte le battute, penso che siamo in una fase storica molto preoccupante: stiamo passando dalle istituzioni rappresentative a quelle elitarie. C’è una progressiva concentrazione del potere in poche mani e, di conseguenza, il forte pericolo che venga disinnescato il sistema dei bilanciamenti e dei controlli reciproci tra i poteri.

Allude alla riforma costituzionale?

Non solo a quella. Il ‘gioco grande’, come lo chiamava Falcone, si è fatto molto più complesso rispetto al passato e si conduce al di fuori della visibilità della gente comune: fuori dai luoghi della rappresentanza e dentro circuiti elitari sempre più sovranazionali. Magari ne riparleremo in un’altra occasione. In questi mesi, tutto è ancora in gioco. Ma, se poi questa transizione dovesse compiersi, temo che il peggio debba ancora arrivare.