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domenica 13 dicembre 2015

” Il posto migliore per i soldi del cittadino è nelle sue tasche ” ( Ezra Pound )

Esordiamo con questa frase di Pound per parlare di un fatto recentissimo come quello del fallimento di quattro banche italiane, autonome dai vari gruppi bancari che detengono il maggior pacchetto azionario di Banca d’Italia ( ancora per poco ) e che sono state “salvate” da questi ultimi. Dire “salvate” è un eufemismo in quanto le “nuove” banche sorte dalle ceneri di quelle fallite hanno una partita I.V.A. diversa e un codice ABI diverso. Restano al loro posto tutti i dirigenti , quadri, funzionari, direttori e impiegati. Gli unici a pagare sono stati gli azionisti e gli obbligazionisti “privilegiati”.




Una di queste banche fallite è l’abruzzese Carichieti e noi abbiamo intervistato un ex dipendente della stessa che aveva un grado di rilievo all’interno della struttura bancaria di Chieti, il dott. Marino Valentini, che è anche membro della Scuola di Studi Giuridici e Monetari


Chi è Marino Valentini e che ruolo ricopriva in Carichieti ?

Sono un ex dipendente della Carichieti Spa, assunto dal 1987 che, col grado di Quadro Direttivo, ha gestito, in qualità di direttore di banca, alcune filiali del citato Istituto di credito.

Possiamo dire che lei ha avuto una crisi di coscienza e si è licenziato dalla Carichieti ?

Nel 2010, colto da una importante crisi di coscienza, nei confronti del mondo bancario e di certe sue logiche, ho deciso di dimettermi dal posto di lavoro, per cercare di aiutare la gente a fare scelte consapevoli, slegate dagli ordini di scuderia provenienti dalla Direzione Generale.

Nella mia carriera bancaria, ho voluto essere un direttore che fosse realmente pronto a sentire le esigenze dei clienti, cercando di risolvere i loro problemi, pur sempre nel contemporaneo interesse di chi mi dava lo stipendio. Ad un certo punto ho capito che l’interesse della banca nei confronti del cliente era sempre più finalizzato alla ricerca del lucro aziendale, anche quando questa logica era chiaro che cozzasse clamorosamente contro gli interessi del cliente stesso, visto come un mero strumento e non come un interlocutore commerciale.

Ho lavorato in una Cassa di Risparmio, il cui fine, prima della riforma Amato del 1990, era prioritariamente rivolto verso la clientela e, dopo la riforma, molti dipendenti e tra questi anch’io, non avevano snaturato il loro modo di lavorare, ma con l’avvento degli “aziendalisti” arrivati da fuori, il concetto di essere orientati sempre più verso l’azienda aveva preso decisamente piede ed anche noi ci siamo abituati ad attuare questo cambiamento.

Nel momento in cui, il lucro aziendale ad ogni costo, significava l’unico fine perseguibile, anche a danno di chi aveva da sempre dato fiducia alla Cassa, cominciava ad affiorare in me e in qualche altro collega una diversa percezione della banca, quella di un’azienda che vuol fare pesare oltre misura il suo ruolo insostituibile nella odierna società, sfruttandone tutti i lati favorevoli, unicamente per se’.

Il posto di lavoro di questi tempi è oro, figuriamoci quello di un direttore di banca, ma mentre poteva aumentare in me il prestigio sociale e quella strana forma di potere che faceva determinare la sorte di un cittadino che, spesso suo malgrado veniva a trovarsi, come all’interno delle arene della Roma antica, aspettando il segno del pollice recto di chi aveva la facoltà di decidere del suo futuro finanziario, avevo contezza che la mia coscienza non potesse rimanere impassibile, ma anzi la vedevo sempre più sprofondare, fino ad esserne del tutto annullata.

Non penso sia bello guardare fisso in viso un cliente che, con i suoi occhi imploranti, è affascinato dalla sequela di termini tecnici del direttore di banca che da soli sono atti a piegare ai piedi di quest’ultimo la residuale volontà del malcapitato a cui mollare le schifezze finanziare di turno.

Da direttore di banca non sono mai andato oltre quei limiti di equilibrio e soddisfazione tra cliente e datore di lavoro; però questo limitava fortemente gli utili aziendali ed allora decisi che la mia avventura bancaria poteva tranquillamente chiudersi là, per manifesta mia incapacità.

Oggi cosa fa ?

Oggi sono consulente di quelle cosiddette vittime del sistema bancario e fornisco loro assistenza per verificare l’eventuale presenza di anomalie nei contratti bancari che le medesime hanno sottoscritto con le loro finanziatrici, come usura e/o anatocismo.

Le dinamiche di gestione di Carichieti erano uguali a tutte le altre banche ?

All’interno delle banche vi sono delle logiche, alcune messe in piedi forse anche inconsapevolmente, in cui la ricerca dell’utile a tutti i costi costituisce spesso una competizione con se’ stessi, in cui si cerca di frantumare i risultati precedenti e migliorarsi sempre più. Ciò porta naturalmente a chiedere uno sforzo maggiore alla clientela ed a chi la clientela deve strapparla alla concorrenza.

All’interno delle banche, anche le più piccole e pure quelle tradizionalmente all’antica, si è andato sviluppando il concetto della budgettizzazione che crea una sorta di conto economico all’interno di ogni filiale bancaria o anche dentro un servizio centralizzato della direzione.

Chi riesce a raggiugere gli obbiettivi del budget, che ogni anno è sempre più duro rispetto al precedente, potrà portare a casa quel che comporta il sistema premiante che è costituito da corresponsione di denaro ad personam e/o avanzamenti di carriera.

Si scatena a questo punto una sorta di competizione interna che, per certi versi, è ancora più feroce all’interno dei servizi di direzione generale, dove i vari dirigenti si devono inventare un qualcosa sempre più innovativo, per il bene del conto economico aziendale, dove è facile immaginare che a rimetterci saranno sempre e soltanto i clienti. Nascono così i prelievi forzosi in misura fissa su ogni conto corrente, che i clienti si vedono addebitati la notte addietro, oppure le commissioni di colpo a debito sul proprio dossier titoli, spesso superiori anche agli interessi che i titoli in esso contenuti riescono a realizzare.

E ancora le spese messe un po’ qui ed un po’ là, per fare utili sulle grosse masse di risparmiatori o quelle che aggravano le operazioni di finanziamento che spesso sono incontrollate ed incontrollabili dalle banche, ai fini del rilevamento di fenomenologie usurarie.

Le banche comunque cercano di fare utili anche giocando il proprio patrimonio sui mercati finanziari e non è inusuale che, dopo aver fatto un investimento rivelatosi poi fallimentare, cerchino di distribuire quei titoli tossici che hanno in pancia, trasferendoli ai loro clienti.

Vengono perciò convocate riunioni in direzione generale, alle quali sono invitati i direttori di filiale e gli addetti titoli, a cui viene chiesto di vendere i suddetti titoli, magnificandone le caratteristiche e senza dire che invece sono autentica spazzatura: non si può correre il rischio di divulgare alla rete quale sia il reale motivo di tali istruzioni e spesso cadono nel tranello anche gli ignari dipendenti.

La domanda da porsi piuttosto è: perché si arriva a tanto? La risposta non contempla solo la ricerca del lucro ma contiene anche dei correttivi aziendali, necessari a colmare quelle perdite che si riscontrano in altri settori, come ad esempio il comparto fidi.

L’argomento fidi è molto delicato perché teoricamente ci si può esporre talmente tanto, da utilizzare la banca come un mero strumento per arricchirsi, con la compiacenza di amici e/o parenti, ma anche addirittura mammasantissima al di sopra di ogni sospetto. Intanto c’è da dire che, all’interno di una banca, non si possono creare diffusissime sofferenze, senza passare inosservati ed analogamente quando tanti crediti marci sono concentrati in un’unica filiale, non si potrà evitare la chiusura immediata di quella dipendenza e non ci si potrà esimere da un sicuro controllo che accerti i motivi di una tale defaillance, con l’emersione di eventuale dolo e conseguenti responsabilità.

E’ più semplice spalmare le varie sofferenze in più filiali dello stesso territorio, sfruttando la tolleranza della nuova apertura dell’agenzia in cui si chiede, al direttore della stessa, un’azione più aggressiva sul territorio medesimo per strappare clientela alla concorrenza; ma nel concetto di clientela da accaparrare, non è escluso che possa esserci anche quella in realtà cacciata via dalle altre banche.

Come si è accorto che la Carichieti stava vendendo prodotti tossici ai suoi clienti e cosa stava facendo la Carichieti per esporsi così tanto?

Per quanto riguarda Carichieti un interrogativo da cui non ho avuto ancora risposta è come mai la stessa banca, avente per statuto un territorio di competenza coincidente con la provincia di Chieti, avesse aperto tra Pescara e Montesilvano ben dieci filiali!

Poi c’è il ruolo della Flashbank, che è un altro di quei segreti a cui neanche la gran parte dei dipendenti Carichieti poteva accedere. La Flashbank nasce come banca nel 2007 dalla trasformazione della Safibo, una società finanziaria di proprietà Carichieti che si occupava di cessioni del quinto dello stipendio. Di colpo questa finanziaria diventa banca senza grossi proclami da parte della direzione Carichieti, aprendo sue filiali a Milano, Bologna e Potenza: quest’ultima si trasformerà in un ricettacolo di sofferenze, al punto da venire chiusa.

La storia della Flashbank ha avuto vita breve perché dopo qualche anno venne chiusa, curiosamente e per mera “coincidenza” in seguito ad una indagine della Procura della Repubblica di Milano che vedeva in questa banca delle strane implicazioni col mondo della ‘ndrangheta. Com’era facile prevedere la controllante Carichieti smentì qualsiasi tipo di connivenza con l’organizzazione mafiosa, ma stranamente la Flashbank venne subito chiusa e le sue filiali divennero Carichieti: così come in silenzio la Flashbank era sorta, in analogo silenzio era morta.

La Carichieti non è stata l’unica che ha piazzato obbligazioni subordinate, ci può spiegare come funzionano e qual è il rischio, poi avveratosi, per i risparmiatori che le hanno sottoscritte ?

Dopo il crack di Banca Etruria, Banca delle Marche e delle Casse di Risparmio di Chieti e quella di Ferrara, gli italiani hanno imparato a conoscere le obbligazioni subordinate e cioè che in caso di “fallimento” c’è il fortissimo rischio che le stesse non vengano rimborsate, a differenza di quelle ordinarie. Innanzitutto va detto che, di fatto, le emissioni di questi titoli sostituiscono quelle delle azioni che non sono molto gradite dagli italiani: se oggi ad un cliente si offre di comprare delle azioni di banca, nella maggior parte dei casi si troverà diffidenza nel risparmiatore ma se al contempo lo si invita a comprare, in sostituzione, delle obbligazioni della stessa banca, è probabile che l’affare si farà ed è un dettaglio trascurabile sapere che l’obbligazione in realtà è subordinata e fa parte del capitale di funzionamento (e non di finanziamento) della banca stessa, entrando direttamente nel capitale della medesima.

Esattamente due anni fa si contavano circa 140 emissioni di bond italiani subordinati, corrispondenti a quasi 40 miliardi di euro: una enormità. Si dirà che questi bond sono, a differenza delle azioni, dei titoli a scadenza e che la banca è tenuta, al loro spirare, a rimborsarli, ma basta fare un’altra emissione prima della scadenza per sostituirli in tutto ed il gioco è fatto: con questo meccanismo in realtà la banca, i bond subordinati, non li restituisce mai, ma cambia piuttosto il risparmiatore a cui pagare le cedole periodiche.E’ come diventare azionista della banca senza esserne però padrone!

E così che una banca, anziché aumentare il proprio capitale sociale, si “capitalizza” con l’emissione di obbligazioni subordinate che purtroppo in Italia vengono pubblicizzate come normali obbligazioni, ma in realtà è come se fossero una sorta di aggiuntivo capitale della banca (al pari delle azioni). In inglese infatti questi titoli simili alle azioni (per il fatto di essere considerati come mezzi propri) sono chiamati “bank capital”: se si chiamassero bond, probabilmente anche gli inglesi, di primo acchito, non riuscirebbero a coglierne la differenza, come succede da noi in Italia.

Quando questi titoli vengono emessi, vuol dire che la banca si trova in una esigenza di ricapitalizzazione a causa di problematiche di bilancio (eccessivo squilibrio tra il rischio del credito concesso ed il capitale proprio).

Altrimenti chi glie lo farebbe fare ad una banca ad emettere bond su cui pagare interessi maggiori rispetto a quelli ordinari? In definitiva l’obbligazionista subordinato è una sorta di azionista a scadenza che, anziché percepire un dividendo, riscuote una cedola, secondo i termini e le condizioni dettate nel regolamento di quella particolare emissione e dovrebbe sapere che i soldi che presta vanno a finire nel calderone del patrimonio aziendale, considerati come mezzi propri della banca, per aggiustare i ratios patrimoniali della medesima. Possiamo forse escludere che l’emissione dei bond subordinati di Carichieti fosse in realtà un’idea caldeggiata da Bankitalia, nelle sue numerose visite in via Colonnetta? E come spiegare che lo stesso Istituto di vigilanza delle banche abbia più volte soprasseduto alla colpevole mancata apposizione nel bilancio di Carichieti di crediti, in realtà inesigibili, cioè di sofferenze, ritenendoli tranquillamente in bonis?

In tal modo si è ottenuto di non aumentare una reale rischiosità aziendale della banca ed al tempo stesso si è ricorso ad un artificioso strumento per ricapitalizzare la Cassa con una iniezione di liquidità a più riprese, fatta di milioni di euro rappresentata dalle diverse emissioni di obbligazioni subordinate.

L’auspicio di Bankitalia, a mio modo di vedere, all’epoca fu quello di sperare in una ripresa della banca con questi milioni aggiuntivi a cui avrebbero fatto seguito altre emissioni forse ancor più corpose. Appostare in bilancio quei crediti marci, effettivamente a sofferenza, avrebbe significato per la banca rompere definitivamente quegli equilibri di rischiosità/patrimonializzazione e condurre la banca verso il reale abisso cui era destinata, senza una decisa inversione di tendenza affidata al management che invece tutto ha fatto, fuorché salvare la banca, anzi l’ha finita per affossare ed oggi i risparmiatori ne pagano dazio.

Secondo lei, c’è stata mancata vigilanza da parte della Consob e della Banca d’Italia sull’emissione delle obbligazioni subordinate ?

Il crack di Carichieti non è storia recentissima ma affonda probabilmente le radici in un cancro già da diverso tempo all’interno della banca teatina, che ha provocato metastasi inguaribili all’intero apparato dell’istituto di credito. Quindi è storia di vari anni, così come da vari anni sono stati erogati quei crediti che oggi sono ufficialmente in putrefazione.

Ma com’è possibile accettare come buono e giusto il controllo innanzitutto di Bankitalia che negli ultimi sette anni è venuta quattro volte a controllare le varie posizioni creditizie di Carichieti ed è impossibile che non si sia accorta nelle precedenti ispezioni che quei crediti ritenuti in bonis erano in realtà sofferenze terribili? Ed ancora l’istituto che certifica annualmente i bilanci di Carichieti ha svolto appieno il proprio lavoro di controllo? Ed infine la Consob che oggi ci dice che i titolari di obbligazioni subordinate Carichieti erano al corrente dei rischi che correvano, come ha potuto autorizzare le tante emissioni di questi bond malefici? Gli strumenti di monitoraggio, controllo e correttezza dell’operato delle banche ce li abbiamo ma, alla luce di quanto è accaduto, possiamo realisticamente aver fiducia negli stessi?

Per capire meglio il diabolico significato interiore delle obbligazioni subordinate, faccio un esempio, neanche tanto limite: un possessore di questi strumenti finanziari si reca in banca per disfarsi anzitempo dei suoi bond, per effettiva esigenza di liquidità; l’operatore di banca dissuade il malcapitato, adducendo varie giustificazioni che vanno dal diritto della banca a non “ricomprare” le proprie obbligazioni se non alla loro scadenza o anche consigliando il cliente comunque a non venderle in quel particolare momento perché il loro valore (soprattutto se non sono trattate sui mercati) è talmente basso che ciò costituirebbe una vera e propria operazione fallimentare.

A questo punto il bancario suggerisce una alternativa costituita da un fido avente la medesima scadenza delle obbligazioni nel portafoglio del cliente, perché garantito dalle stesse. Un ulteriore chicca è rappresentata dal fatto che le obbligazioni subordinate, essendo di rischio superiore a quelle ordinarie, non bastano da sole a garantire l’intera linea di credito e perciò si chiede una garanzia aggiuntiva rappresentata, ad esempio, da una fidejussione personale di terzi.

Nel caso in cui l’obbligazionista fosse cliente di una di quelle quattro banche fallite, lo stesso si troverebbe nella scomoda posizione di non avere più un centesimo dei suoi risparmi ma, cosa altrettanto grave, riceverebbe una lettera da parte della stessa banca che gli intima il rientro immediato del proprio credito, visto che il fido non risulta più adeguatamente garantito, con l’avviso di intrapresa di azioni legali nei confronti suoi e di quello del suo fidejussore.

Come ho accennato, questo esempio non è assolutamente fantascienza bancaria ed io stesso ho assistito ad un colloquio tra un cliente ed un operatore di banca di un importante gruppo bancario italiano, in cui quest’ultimo diceva all’altro che l’importo del fido da concedere, garantito da obbligazioni subordinate emesse dallo stesso gruppo, sarebbe stato scorporato di una consistente percentuale, in quanto i titoli a garanzia mostravano caratteristiche di alta rischiosità: peccato che al momento della loro sottoscrizione, il concetto di rischio di tali obbligazioni non era stato minimamente toccato, magnificandone invece solo le caratteristiche di alta remunerazione. In definitiva la banca non si fida delle obbligazioni dalla stessa emesse.

Ma se le banche sono gli agenti accertatori o comunque segnalatori di eventuali tali illeciti, chi garantisce invece la collettività che quello che fanno le banche a proposito di riciclaggio e sospetti di illeciti fiscali sia assolutamente regolare?

Parlando di Carichieti, ci si dovrebbe chiedere come mai una banca provinciale ad indirizzo statutario locale, avesse costituito una SIM (la Teti) nell’allora paradiso fiscale del Lussemburgo o ancora come mai, prima del 2010 venne creata una srl costituita allo scopo di ripulire le sofferenze della Carichieti a cui era collegata una fondazione (una Stichting) con sede nelle Antille Olandesi e col nome poco caraibico di “Stichting Theate”? Una fondazione teatina di cui non sapremo mai i nomi dei suoi componenti nel paradiso fiscale dei Caraibi, capitale del gioco d’azzardo.

Ma le società di certificazione bilancio non si erano accorte di nulla?

Ricordo un caso particolare in cui un revisore della Arthur Andersen, società che certifica i bilanci delle banche ed anche della Carichieti, si trovò improvvisamente e stranamente catapultato all’interno della Carichieti alla giovane età di 32 anni e, pur senza avere esperienze bancarie, venne assunto col grado di dirigente alla guida di un importantissimo servizio della Direzione Generale.

Colleghi e sindacalisti non si ribellavano?

La gestione del personale era qualcosa di molto delicato e particolare e chi aveva osato intromettersi nei suoi affari poteva ritrovarsi di colpo col sedere a terra. A fine 2009 il sindacalista di riferimento della prima sigla sindacale della Carichieti per iscritti, venne a trovarsi improvvisamente inviso alla Direzione e, per mera “coincidenza” nel giro di pochi giorni il suo sindacato perse quasi tutti gli associati per diventare il sindacato con meno iscritti della banca.



Fonte: Giacinto Auriti


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