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mercoledì 16 dicembre 2015

Ecco la sfida dell'Europa dei Popoli, la sfida del M5S in Italia

di Eugenio Orso

Già ai tempi di Ezra Loomis Pound – poeta nordamericano che ha combattuto, con i suoi scritti e la sua esperienza esistenziale, il crescente strapotere finanziario – democrazia significava dominio delle élite usurocratiche, identificate con i grandi “cravattari”, cioè i prestatori di denaro a strozzo.

Oggi più che mai la democrazia unita al liberismo, ossia la democrazia liberale, sancisce il dominio, anche sul piano politico (oltre che su quello economico-finanziario) dei detentori del grande capitale finanziario, che hanno nella realtà il monopolio delle decisioni di valenza strategico-politica.



Il neocapitalismo che oggi domina incontrastato il parlamento europeo e quasi tutti i parlamenti nazionali del vecchio continente, si ammanta di democrazia a suffragio universale a sfondo liberale, che dovrebbe garantire l’espressione della volontà popolare, a maggioranza, nonché i diritti civili e politici dei singoli.


La democrazia era un esito futuro scontato già per Alexis de Tocqueville, che l’ha studiata a fondo, insieme alle potenzialità della società americana, nel suo viaggio in America fra il 1831 e il 1832, e avrebbe potuto garantire, secondo il magistrato francese, anche la tendenza all’emancipazione sociale, oltre che diritti civili e uguaglianza. Destino inevitabile per l’umanità? Certo che no, ma sistema di governo “di successo”, in occidente, già con il capitalismo del secondo millennio.

Lenin, a suo tempo, ha inquadrato nella giusta luce il problema della democrazia, ed ha pubblicato sulla Pravda, nel gennaio del ’19, quanto segue:

Parlare di democrazia pura, di democrazia in generale, di uguaglianza, libertà, universalità, mentre gli operai e tutti i lavoratori vengono affamati, spogliati, condotti alla rovina e all’esaurimento non solo dalla schiavitù salariata capitalistica, ma anche da quattro anni di una guerra di rapina [prima guerra mondiale, dal ’14 al ‘17 per la Russia, N.D.S.], mentre i capitalisti e gli speculatori continuano a detenere la “proprietà” estorta e l’apparato “già pronto” del potere statale, significa prendersi gioco dei lavoratori e degli sfruttati.

La visione negativa della democrazia è comune sia a Lenin che a Pound, pur trattandosi di personalità diversissime, che si suole collocare ai poli opposti dello spettro politico, nell’onusta dicotomia Destra/ Sinistra. Nel caso di Lenin e dei marxisti-leninisti, si tratta di democrazia “borghese”, cioè controllata come lo stato e le sue istituzioni dall’alta borghesia, proprietaria dei mezzi di produzione. Nel caso di Pound, la democrazia è un mascheramento dei grandi usurai che espropriano i popoli.

Presentata in una veste squisitamente liberale, oggi la democrazia è prima di tutto un importante strumento di dominazione elitista finanziario, per stringere la presa sul versante politico.

Se integriamo gli operai con i ceti medi impoveriti, i giovani precari, le partire IVA in difficoltà, i pensionati al minimo, i milioni di disoccupati (immigrati compresi, ovviamente), notiamo che le parole di Lenin, sopra riportate, conservano ancora una qualche validità.

In questi ultimi anni, avanzando il potere di matrice neocapitalista in Europa, abbiamo assistito al fenomeno del rinvio sine die delle scadenze elettorali politiche e l’imposizione di governi “nominati”, decisi all’esterno del paese con complicità interne, come quello di Mario Monti in Italia. Oppure, nonostante gli esiti elettorali, alla nomina di governi guidati da non eletti, graditi alle élite sopranazionali, come quello di Matteo Renzi, sempre in Italia. In tal senso, l’Italia ha rappresentato un banco di prova per accentuare la dipendenza della democrazia di matrice liberale, quale sistema di governo, dagli interessi oligarchici e sovranazionali.

Se nei decenni precedenti partiti e cartelli elettorali del circuito liberaldemocratico garantivano ancora un po’ di rappresentanza ai loro iscritti ed elettori (dietro i quali vi erano classi e gruppi sociali determinati), oggi è più evidente che i governi e i cartelli elettorali di maggioranza non rappresentano più gli elettori, ma principalmente, se non esclusivamente, gli interessi della classe dominante deterritorializzata neocapitalista.

In Italia e in Grecia, in modo particolare, la liberaldemocrazia in mani elitiste, non rappresentativa di operai, impiegati, precari, commercianti, piccoli imprenditori, pensionati, eccetera, ha garantito l’applicazione delle controriforme di ispirazione neoliberista, come quelle riguardanti pensioni e mercato del lavoro, le privatizzazioni, il pesante ridimensionamento dello stato sociale. Il consenso popolare – in questo caso palesemente autolesionistico – è fittizio, manipolato, estorto, simulato attraverso i famigerati sondaggi d’opinione, surrogati del voto politico o referendario.

Il deficit di rappresentanza dei ceti popolari e delle classi dominate si manifesta appieno in Italia e in Grecia, ma anche nella stessa Francia, che è paese economicamente più forte dei due mediterranei e potenza nucleare in Europa.

Il caso francese è da prendere in seria considerazione, a tale proposito, perché l’esito dei ballottaggi, in occasione delle recenti regionali d’oltralpe, ha mostrato con chiarezza alcuni aspetti inquietanti della liberaldemocrazia concretamente esistente, di seguito elencati:

La Rivoluzione – intesa come cambiamento epocale che incide sui rapporti sociali, sulle politiche socioeconomiche, sulle alleanze e la politica estera, sulla stessa organizzazione dello stato – è impossibile con i meccanismi incruenti del voto cosiddetto democratico, che acquistano una valenza controrivoluzionaria. Lo dimostra il Front National francese, che pur essendo primo partito non è riuscito ad assicurarsi neppure una delle tredici regioni in palio. Sono entrati in funzione “anticorpi”, in quel caso il patto repubblicano di desistenza, che impediscono a forze politiche non in linea con gli interessi elitisti, neocapitalisti e sopranazionali di vincere nella competizione elettorale. Così sarà nelle presidenziali francesi del 2017, per impedire al FN di impossessarsi di presidenza e governo. Una replica del 2002 (J.M. Le Pen contro Chirac), questa volta con un Fronte diverso, ancor più catalizzatore di consenso popolare e rappresentativo dei dominati.

Chi rappresenta veramente, almeno in parte, gli interessi vitali della maggioranza della popolazione è ostracizzato, demonizzato dai media, destinato a sicura sconfitta in liberaldemocrazia, e perderà inesorabilmente la competizione elettorale, sia pur al secondo turno.

I cartelli elettorali e le entità liberaldemocratiche “politicamente corrette” – nel senso che non rappresentano in concreto gli interessi del popolo ma quelli delle élite finanziarie – sono fittiziamente divisi fra destra e sinistra, come cent’anni fa, ma i colori politici sono ormai sbiaditi, essendo unico il programma e lo stesso il referente sopranazionale. Destra e sinistra “politicamente corrette”, davanti al pericolo, nel caso rappresentato dal Front National, si uniscono e fatto quadrato intorno al sistema (patto repubblicano di desistenza). In particolare, la cosiddetta sinistra è la più sollecita a erigere muri contro chi – pur accettando le regole liberaldemocratiche e il meccanismo del voto – devia dal solco indicato dalle élite e prospetta veri cambiamenti di linea politica.

La conclusione è che le elezioni non possono in alcun modo fermare le controriforme neoliberiste, l’austerità imposta dalla troika, la distruzione dello stato sociale e del lavoro protetto, perché sono parte dello strumento di dominazione delle élite neocapitaliste chiamato democrazia. Né possono favorire rivoluzioni incruente, attraverso il voto, perché si attivano immediatamente gli “anticorpi” presenti nel sistema liberaldemocratico, come nel caso francese delle regionali e della clamorosa sconfitta del Front National.

Il M5S in Italia ci tenterà, anche se non sarà facile (ondadurto5stelle)

Fonte: Pauper Class

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