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venerdì 27 novembre 2015

Una nuova sfida all'austerità Europea arriva dal Governo Socialista Portoghese

di Giuseppe Bertoncello

In un’Europa spazzata da venti di crisi, un nuovo focolaio di tensioni destinate a investire il continente intero si è acceso nel piccolo, periferico Portogallo, dove una coalizione di forze di sinistra, unita dalla priorità di sovvertire le politiche di austerità, e guidata dal leader socialista Antonio Costa, è arrivata al governo dopo un parto assai travagliato.




Per quasi due mesi, dopo le elezioni del 4 ottobre, il Presidente Anibal Cavaco Silva ha fatto il possibile per ignorare il responso degli elettori e mantenere inalterati gli assetti di potere, ben sostenuto dai media mainstream che, in Portogallo come altrove, avevano subito assegnato la “vittoria” alla coalizione di centro-destra del premier uscente Pedro Passos Coelho.

Trascurabile, per settimane, è parso essere il fatto che la coalizione di Coelho, rispetto alle elezioni di quattro anni fa, aveva perso l’11% dei consensi, ovvero ben 28 dei 132 seggi, e con essi la maggioranza assoluta. E poco rilevante, per settimane, è stata considerata l’avanzata, del 10% circa, delle tre forze di sinistra – Socialisti, Comunisti e Blocco di Sinistra – che non solo si erano dichiarati pronti a governare assieme, ma che, con 122 seggi su un totale di 230, controllano il nuovo parlamento di Lisbona.

Euroscettici al bando

La prima scelta del Presidente, a fine ottobre, è stata dunque quella di mettere in pista un governo di minoranza guidato dal “fidato” Coelho, e di esortare singoli deputati socialisti a tradire i loro elettori al fine di prestare il necessario sostegno agli avversari di destra. Il motivo per incoraggiare una simile corruzione del processo democratico? Naturalmente, la difesa dell’Europa e della stabilità finanziaria. “Questo è il momento peggiore per un cambiamento radicale dei fondamenti della nostra democrazia”, aveva tuonato il Presidente – puntando il dito contro i propositi di rigetto dei patti fiscali europei, di abbandono dell’euro e di uscita dalla Nato avanzati dai Comunisti e dal Blocco di sinistra. “In 40 anni di democrazia, nessun governo in Portogallo ha mai dovuto dipendere dal sostegno di forze anti-europee”, ammoniva Cavaco Silva, implicitamente addebitando ai Socialisti di Costa il carattere “eversivo” del patto con la sinistra più radicale.

Dopo appena 11 giorni, però, il tentativo presidenziale di forzare la libera volontà del parlamento è abortito, in un voto con cui i tre alleati di sinistra hanno compattamente sfiduciato Coelho. Ne è seguito uno stallo di due settimane, alla fine del quale il Presidente, dopo aver forse considerato alternative ancor più spericolate, si è infine rassegnato ad affidare il mandato a Costa per un governo socialista di minoranza, appoggiato esternamente da Comunisti e Blocco di sinistra. Costa, tuttavia, ha dovuto firmare garanzie scritte, che lo impegnano a rispettare patti e trattati europei, mentre gesti di moderazione sono stati messi in atto dai suoi alleati, che hanno sottoscritto accordi programmatici dai quali sono rimasti fuori i punti più controversi, come l’uscita dall’euro.

Scontro sulle politiche di austerità

Quel che negli accordi di maggioranza è rimasto dentro è però più che sufficiente per alimentare un nuovo fronte di tensioni in Europa, diverso ma in sostanza assimilabile allo scontro sulle politiche di austerità che da gennaio fino all’estate ha visto contrapposti l’establishment europeo e Syriza in Grecia. La mano pesante che i poteri della troika hanno dispiegato per schiacciare la ribellione greca, con la chiusura delle banche usata come “minaccia nucleare” e arma di ricatto per l’imposizione di punitive misure di austerità, più pesanti di quelle inizialmente respinte, doveva servire – secondo la logica di Berlino, Bruxelles e Francoforte – a reprimere sul nascere i rischi di un effetto domino nel resto della periferia sud-europea. Passati pochi mesi, la rivolta anti-austerità invece si ripropone.

Al vertice delle priorità del nuovo governo portoghese c’è infatti un programma, tipicamente keynesiano, dirilancio dell’economia attraverso aumenti di spesa e riduzioni di imposte: investimenti in educazione e sanità, aumenti degli stipendi pubblici, aumenti del salario minimo, tagli selettivi dell’Iva, maggiore progressività dell’imposta sui redditi, aumenti delle pensioni – in aggiunta a uno stop ai piani di privatizzazione o addirittura a rinazionalizzazioni nel settore dei trasporti. Insomma, un cocktail antitetico ai precetti del cosiddetto “consenso di Berlino”, che regna in Europa e informa i trattati europei. Ed è facile capire come, già a ottobre, Angela Merkel si sia sentita in dovere di richiamare i portoghesi all’ortodossia, bollando come “molto negativa” la prospettiva di un governo di “sinistra radicale” a Lisbona.

Rivoluzione a sinistra

Per la verità, radicali, i socialisti portoghesi, non sono mai stati. Moderati e filo-europei, nei 40 anni di vita democratica che sono intercorsi dalla rivoluzione dei garofani con cui ebbe fine la dittatura salazarista, i socialisti hanno fatto parte – assieme al Centro Democratico (Popolari) e ai Socialdemocratici – del cosiddetto “arco di governo”: tre pilastri moderati, spesso in collaborazione tra loro, attorno a cui ha ruotato la politica portoghese, nella condivisione di un’architettura fondamentale fatta di europeismo, economia sociale di mercato ed esclusione degli estremismi.

Ma è proprio questo patto costitutivo della democrazia portoghese che il 54enne ex sindaco di Lisbona e neo-premier Costa ha spezzato in queste settimane, alleandosi con le forze alla sua sinistra – dopo decenni di aspra separazione – e celebrando i nuovi tempi come forieri di progresso e libertà: “un tabù è finito, una barriera è crollata, un pregiudizio è stato superato”, ha dichiarato tracciando un parallelo con la caduta del muro di Berlino.

In che misura le barriere interne alla sinistra portoghese siano davvero state superate si vedrà nei mesi a venire: sono molti gli analisti che prevedono vita breve a una maggioranza di governo unita nell’avversione alle politiche di austerità ma divisa su quasi tutto il resto. Tuttavia per Costa la sfida più grande sarà posta dall’incombente minaccia del muro dei vincoli esterni, che lo circonda, che non può pensare di abbattere da solo, e che dovrà cercare in qualche modo di aggirare: l’austerità a perdita d’occhio, per il resto dei suoi giorni, è tutto quello che gli promette l’Europa di Berlino, l’Europa del “fiscal compact”, l’Europa della moneta comune senza una fiscalità condivisa ma con il vincolo feroce del pareggio di bilancio.

Un’economia fragile e squilibrata

Con un Pil che resta di 8 punti percentuali al di sotto del picco del 2007 (appena un po’ meglio che in Italia) per effetto della crisi e delle politiche di deflazione salariale e di austerità con cui si è risposto alla crisi, il Portogallo ha riportato in pareggio la bilancia esterna, comprimendo la domanda e dunque le importazioni, ma ha visto esplodere l’indebitamento: quello pubblico è salito al 130% del Pil, mentre quello privato è salito al 240% del Pil. Il totale fa del Portogallo il paese più indebitato al mondo dopo il Giappone, con la differenza che il Giappone ha una posizione finanziaria netta sull’estero in attivo (vanta cioè più crediti che debiti), mentre il Portogallo ha passività nette con l’estero pari al 116% del Pil. “Un riequilibrio durevole dell’economia non ha avuto luogo”, ha sentenziato di recente il Fondo monetario internazionale.

Nel 2014, il paese è uscito dal piano di aiuti da 78 miliardi di euro concesso dai partner europei nel 2011, ha potuto attenuare l’estrema austerità del triennio precedente e tornare a finanziarsi sul mercato a tassi decennali che l’azione della Bce, pur tardiva, ha alla fine pilotato verso un confortevole 2-2,5%. Grazie anche all’indebolimento dell’euro e a una ripresa dell’export, il Portogallo è tornato a crescere – tra mille squilli di tromba dell’establishment europeo, che lo ha esaltato come paese modello. Ma la crescita è stata stentata per alcuni trimestri e nel terzo trimestre del 2015 è venuta meno del tutto: troppo poco per porre rimedio alle devastazioni degli anni passati. Austerità, privatizzazioni e un generale abbandono del ruolo equilibratore dello Stato in economia hanno poi fatto esplodere povertà e diseguaglianza – indicatori in cui il Portogallo si colloca ai vertici dell’eurozona, subito dopo la Grecia e alla pari con l’altra “storia di successo dell’austerità” prediletta dai neoliberisti europei, ossia la Spagna.

Tra Scilla e Cariddi

Che l’elettorato portoghese abbia tradito le aspettative di Bruxelles, Berlino e Francoforte – illusisi di aver orchestrato con i loro interventi dall’alto una ristrutturazione di successo dell’economia lusitana – non può stupire. Quel che resta da vedere è se e come il neonato governo Costa saprà raccogliere le sacrosante aspettative del suo popolo, evitare gli errori di Tsipras in Grecia, circumnavigare tutti gli ostacoli che gli verranno frapposti dai sostenitori dell’insostenibile status quo. Stretto tra Scilla e Cariddi, non sarà facile per Costa trovare quella via d’uscita alla perdurante crisi europea, che esiste per ora solo sulla carta.

Come ha scritto di recente Paul de Grauwe, docente alla London School of Economics e uno dei più eminenti studiosi di economia delle unioni monetarie, l’euro senza unione fiscale tra i paesi europei non può funzionare: genera instabilità e continui rischi di disintegrazione. Ad ogni nuovo accenno di crisi, o a ogni recessione, i capitali si spostano liberamente dalle aree più deboli verso quelle più forti, accentuando la divaricazione tra ricchi e poveri, tra vincenti e perdenti. “Alla lunga, governi che non sono più in grado di assicurare un minimo di stabilità economica ai loro cittadini saranno tentati di abbandonare l’eurozona.” D’altra parte, in assenza di unione fiscale e in mancanza dei mezzi o del coraggio per tentare un’uscita dall’euro, resta l’altro corno dell’alternativa – quello a cui ha finito per adattarsi Syriza in Grecia - così riassunto da Matt O’Brien sul Washington Post: “Il Portogallo deve decidere se odia l’austerità più di quanto ami l’euro. I due sono inseparabili. Se vuoi usare la moneta europea, allora devi giocare secondo le regole europee. E non c’è elezione che possa cambiare questo stato di cose.”

fonte: ilghirlandaio.com

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