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mercoledì 2 settembre 2015

Vecchi pozzi Eni-Agip: ipotesi sconcertanti

di Giorgio Santoriello

Tempo fa con un gruppo di cittadini del posto notammo che nel bosco tra Ferrandina e Salandra, in un’ambientazione cinematografica, le mucche podoliche pascolavano tra i pozzi esausti dell’Eni-Agip, siti quasi tutti ufficialmente contaminati da idrocarburi e metalli per la sola matrice suoli, perché delle falde come al solito è meglio non parlarne. Il pascolo viene praticato in maniera libera, fino a ridosso dei recinti delle aree pozzo interessate da bonifica, dove le “mucche Igp” brucano a pochi metri da vecchi pozzi petroliferi. Le foto, scattate tra dicembre 2014 e marzo 2015, documentano la situazione del pozzo Grottole 36-37, di proprietà Eni fino al dicembre 2013, ad oggi di proprietà del consorzio italo-russo Geogastock spa.



Che fine hanno fatto i terreni di bonifica del progetto Geogastock? Le evidenti tracce di traffico pesante nel bosco (in alcuni punti querce secolari sono state completamente sradicate aprendo nel bosco varchi di 6 metri di larghezza) ci hanno portato il 20 gennaio scorso a chiedere per iscritto al Comune di Ferrandina la documentazione inerente le contaminazioni ambientali ricadenti nel progetto Geogastock, ossia l’utilizzo delle volumetrie sotterranee dei vecchi pozzi Eni-Agip per lo stoccaggio di miliardi di metri-cubi in un’area contaminata e mai realmente bonificata per decenni e dove alcuni pozzi esausti potrebbero essere stati usati come discariche sotterranee. Il Comune di Ferrandina ad oggi non ha risposto, tuttavia l’attività nel bosco prosegue come dimostrato dalle recenti delibere comunali, n. 82-83, nelle quali si riportano criptici verbali delle conferenze di servizio sulle contaminazioni ambientali, in cui non compare neanche un valore numerico sulle stesse ma si riassume, filtrando il tutto, con le solite rassicurazioni.


I dati critici che emergono sono che Geogastock, come la legge prevede, autocertifica le sue bonifiche, l’Arpab ancora non divulga i dati in contradditorio sulle bonifiche eseguite e chiede prescrizioni assurde visto il contesto in questione: cercare i soli solfati nelle falde o scavare a mezzo metro in più per controllare la bontà della bonifica. Nessuno chiede di stabilire la sorgente contaminante, l’interazione dell’inquinamento con l’ecosistema e la catena alimentare, nessuno cerca la radioattività o i composti alifatici, insomma conferenze alla “tarallucci e vino” dove chi ha sbagliato non paga.

Terreni contaminati nella cava premiata dal viceministro Bubbico, Prefetto e Confapi. L’Associazione Cova Contro con alcuni cittadini della zona si è posta la domanda: ma i terreni contaminanti delle bonifiche Geogastock dove li hanno portati? Raccogliendo alcune 'supposizioni di paese', sono stati prelevati e fotografati campioni di terra provenienti da una cava di Ferrandina gestita dalla Falbit srl. La cava è collocata a circa 5 km in linea d’aria dall’area Geogastock. Le analisi private ed accreditate evidenziano contaminazione, nel campione prelevato, da stagno e berillio, le stesse che il Comune di Ferrandina riporta nelle sue delibere, in aggiunta al cobalto rinvenuto in quantità massicce nelle analisi private ma leggermente al di sotto della soglia di legge. Cosa ci fanno stagno, berillio e cobalto in terreni argillosi di aperta campagna? Non dovrebbero esserci in tali quantità, stando al fondo naturale dell’area, quindi sono antropici o di riporto da altre zone?

Le analisi private hanno rinvenuto un ventaglio di metalli che fanno pensare ad un vero “cocktail di veleni” come documentò Andrea Spartaco sempre per la medesima cava un anno e mezzo fa nella video-inchiesta: “Cocktail di veleni – l’ex-Syndial e altre strane storie”. L’alluminio naturalmente presente nelle argille arriva nella cava Falbit a 77mila mg/kg, (circa 4 volte l’ipotetico fondo naturale – ndr), il ferro a 42 mila, anch’esso di molto oltre il fondo naturale, lo stagno con limite di legge ad 1 mg/kg arriva a 2,16, il berillio tipico di terreni vulcanici, arriva a 6,7 mentre la prima soglia di legge è a 2 ma a preoccupare oltre le contaminazioni certe sono tutti i metalli pesanti e non, alcuni così rari, da non essere neanche normati, che compaiono nei suoli della cava. Per esempio il tellurio ed il molibdeno sono metalli rarissimi da rinvenire sul piano campagna lucano, invece compaiono nei suoli della cava tra i 0,5 ed i 6,9 mg/kg, e sono marker tipici dell’industria estrattiva, come alluminio e ferro, ma le analisi hanno rinvenuto anche l’arsenico a 13 mg/kg, il bario a 207, il cobalto a 16, nichel 28, piombo 25, vanadio e zinco 63 ma dalle foto sono evidenti anche rifiuti bituminosi, plastici ed edili amalgamati al tutto. Nelle giornate di pioggia cittadini del posto parlano di forti odori chimici provenienti da quella cava, le cui acque dilavano verso gli uliveti circostanti. Contattata la Falbit non abbiamo avuto alcuna risposta, tuttavia nel giugno 2013 la stessa Falbit ricevette il premio “Impresa Sicura” alla presenza del viceministro Filippo Bubbico, del prefetto di Matera e della Confapi, e non solo premi può vantare la Falbit che sul sito aziendale mostra tutte le certificazione di qualità conseguite: Accredia, Rina, IQNet, Ohsas, Uni Iso 9001 etc. Tuttavia i terreni della sua cava sembrano una discarica e le analisi superficiali lo confermano parzialmente, tant'è che al Noe, oltre due settimane, fa è stato chiesto un sopralluogo approfondito dell’area.

Gli 'affari' ambientali” del Vice Sindaco di Ferrandina. Interessante il cartello lavori dell’area pozzo Grottole 36-37, su cui tra le aziende figurano i soliti noti: Castellano, con due aziende, ed Hydrolab srl. Il primo è il locatore di Arpab Matera, che pur non avendo il bilancio per pagare i reagenti ha comunque i soldi per pagare l’affitto al noto imprenditore salandrese arrestato per smaltimento e traffico illecito di rifiuti ed associazione a delinquere, famoso altresì per un’altra sua azienda, la Fincast srl, finita sull’Espresso per gli appalti vinti nella Terra dei Fuochi. A sorvegliare sul bosco, compare la Hydrolab di cui amministratore unico è proprio il vice sindaco di Ferrandina, Piero Mazziotta, ex collaboratore dell’assessore regionale all'Ambiente Aldo Berlinguer. Lo stesso vicesindaco ha poi ben pensato di farsi un laboratorio d’analisi accreditato "Accredia", che vanta certificazioni di qualità che neanche Arpab, ex-Agrobios ed Acquedotto Lucano messe insieme hanno mai avuto. Quindi una questione almeno di opportunità pur si pone in relazione a lfatto che il vice sindaco ha interessi economici diretti in cantieri di bonifica ricadenti nel suolo comunale da egli stesso amministrato; è in affari con imprenditori arrestati ed intercettati per reati ambientali; dovrebbe imparzialmente amministrare la città con una mano e con l’altra partecipare a progetti milionari come Geogastock; il comune da lui amministrato riceve e riceverà milioni di euro come compensazione ambientale per la presenza di Geogastock. Un quadro niente male per un comune di diecimila abitanti!

La Falbit, come Castellano, rientra nelle white-lists antimafia dei prefetti. Tra il 2010 ed il 2011 Castellano ed altri vengono arrestati per reati ambientali, la Falbit tiene in grembo terreni contaminati e l’oligopolio dei lavori ambientali è sempre quello, un “cartello” che compare puntualmente all’ingresso delle aree cantiere di tutta la Basilicata. Infatti Castellano è onnipresente: dalla costruzione dell’oleodotto Viggiano-Taranto, al capping dell’area Syndial, alla Semataf di Guardia Perticara, sui mezzi pesanti di trasporto reflui fino all’ingresso della sede Arpab di Matera dove il logo del Gruppo Castellano accoglie ogni ospite dell’Arpab. Assai preoccupante è il rapporto inversamente proporzionale tra l’aumento dei reati/problemi ambientali e la diminuzione delle condanne emanate in materia, soprattutto nel campo dei grandi danni ambientali. Tutti i big dei rifiuti lucani dividono appalti ma mai responsabilità, compaiono sempre nelle white-lists delle prefetture lucane o nelle delibere regionali per ricevere fondi di ammodernamento o ampliamento attività con fondi europei, e non, sempre privi di infiltrazioni mafiose, pronti a fornire lavori e servizi alla pubblica amministrazione.

La magistratura saprà dirci che fine hanno fatto i terreni contaminati di Geogastock? Cosa è finito nella cava Falbit? Come mai vi sono evidenti “coincidenze” tra i contaminanti rinvenuti nel bosco oltre soglia e quelli ritrovati nella cava? Quante tonnellate di suoli contaminati sono presenti nella cava Falbit e quale pericolo rappresentano per la pubblica salute? Perché alle pompose inaugurazioni degli anni giudiziari i nostri cari magistrati e procuratori lucani non pubblicano i dati dei controlli fatti anche solo su strada dei camion che trasportano rifiuti? Quanti controlli sono stati effettuati nell’ultimo decennio per capire la veridicità dei Mud-Cer esibiti rispetto alla reale natura del carico? I pozzi esausti o sterili lucani sono stati usati da qualcuno come discarica? Ai silenti magistrati lucani il dovere di dare un segnale di vita.

fonte: http://basilicata.basilicata24.it/

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