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domenica 27 settembre 2015

Sanciamo la fine degli scioperi " Passerella " che rasentano la " farsa "

di Daniele Mallamaci.

È in corso a Bologna uno dei più importanti scioperi degli ultimi decenni in Italia. Si tratta però d'uno sciopero diverso dai soliti, sia per i protagonisti coinvolti che per il metodo da loro adottato.

Quello bolognese, infatti, non è uno sciopero-spettacolo ma uno sciopero-battaglia.




Quanti scioperi ai quali nella nostra vita abbiamo assistito - attivi o passivi - si sono infine rivelati null'altro che uno spettacolo, concludendosi senza che nemmeno una delle rivendicazioni avanzate dagli scioperanti venisse accettata dalla controparte, fosse essa il governo nazionale, un'azienda straniera o un datore di lavoro italiano?


Come lo sciopero del 2002, con tanto di mega-manifestazione al Circo Massimo: a Roma, l'allora segretario del più grosso sindacato italiano deplorò la prospettata riforma dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e mentre lui oggi è un parlamentare europeo lautamente stipendiato, i governi Monti e Renzi (entrambi appoggiati dal partito di maggioranza da lui pure fondato e tardivamente abbandonato) hanno definitivamente neutralizzato lo Statuto, facendo impennare la disoccupazione e precipitare i salari.
O come l'ultimo, partecipatissimo, dibattutissimo sciopero nella scuola contro la renziana riforma della "Buona Scuola" di pochi mesi fa, poi diventata comunque legge dello Stato e addirittura in vigore da quest'anno scolastico, pronta subito a pesare negativamente sulla qualità della didattica offerta agli alunni e ancor di più sulle condizioni di lavoro degli insegnanti.


Sono questi soltanto due tra i tanti, troppi esempi di sciopero-spettacolo: una tipologia di sciopero data ormai per scontata cui non sembra esserci alternativa, eppure dannosa innanzitutto per gli scioperanti stessi, i quali pur spendendo tempo, energie e soldi ottengono infine niente di niente.
Così dividendosi, durante e dopo la sconfitta: tra chi si sente o arrabbiato e frustato, o disilluso e soggiogato.


A Bologna, però, non c'è aria di sconfitta, anzi: i facchini e gli operai in sciopero credono nella vittoria. Lottano per la vittoria.
Già per tale, singolo aspetto, è lampante quanto questo sciopero sia radicalmente differente rispetto quelli cui siamo abituati (o a cui ci hanno abituato i media): d'altronde, non è uno sciopero-spettacolo, è uno sciopero-battaglia.


Qui non c'è lo spettacolo di masse di scioperanti di età medio-alta applaudenti il loro massimo dirigente, il quale truccato col mascara parla a un potente microfono da un palcoscenico con riflettori, maxischermi e palloncini, rivolgendosi in primis alle camere televisive e agli obiettivi dei fotografi di fronte, per dire ai lavoratori-spettatori accalcati con mille bandiere dietro ai giornalisti esattamente l'opposto di quello che proprio lui e il suo sindacato s'apprestano veramente a fare per loro (o meglio: contro di loro).
Qui non c'è lo spettacolo dei flash, dei clicks, dei tweets, dei likes o dei pinchs: gli scioperanti non dispongono della copertura mediatica di cui ancora beneficano alcune categorie di lavoratori, specie quelli della pubblica amministrazione, i quali tuttavia scambiando il mondo virtuale per quello reale solo tardivamente s'accorgono che la loro apparente visibilità sui mezzi d'informazione è stata pari all'inconcludenza del loro vano scioperare.

A Bologna, dunque, non c'è spettacolo.
C'è battaglia.

E a dar battaglia, questa volta, son soprattutto le donne.
Donne giovani e straniere; donne lavoratrici, iscritte al Sì-Cobas.

Il Sì-Cobas è un sindacato intercategoriale di lavoratori autorganizzati, nato nel 2010 ed attivo nel settore della logistica, in sempre più regioni d'Italia:

Ha già organizzato imponenti seppur poco conosciuti scioperi, in siti industriali di prima grandezza come la Granarolo di Bologna (nel 2014, quando dopo uno sciopero per la riduzione della busta paga furono licenziati 51 facchini), al Caat di Torino (il mercato ortofrutticolo, dove purtroppo nel 2014 durante un blocco si registrò un morto) o all'Ikea di Piacenza (nel 2013, in seguito al quale al coordinatore nazionale dei Sì-Cobas fu pretestuosamente notificato dalla Questura di Piacenza il foglio di via dall'intera provincia per tre anni).

Lo sciopero più recente data della primavera scorsa: alla cooperativa SDA di Sala Bolognese (che la committente Poste Italiane intendeva "ristrutturare" lasciando a casa 390 lavoratori su 510) in centinaia incominciarono a protestare per il licenziamento di 11 facchini iscritti al sindacato. Contrastando la serrata di SDA durata dieci giorni, i lavoratori Sì-Cobas ed altri a loro solidali hanno o bloccato o picchettato le sedi di Bologna, Bergamo, Brescia, Stezzano, Torre Boldone e Roma, fin quando SDA ha dovuto prima riassumere i lavoratori licenziati e quindi sopprimere il piano di ridimensionamento che interessava l'intero personale.

Le vicende Granarolo, Caat, Ikea e SDA dimostrano che ogni luogo di lavoro può trasformarsi da buco nero della crisi in soluzione alla crisi: a patto che i lavoratori decidano di unirsi, scender in campo e dare battaglia.

Non fa eccezione la Yook di Bologna, una colossale multinazionale dell'e-commerce. E soprattutto non fanno eccezione i lavoratori della Yook: anzi, le lavoratrici.

Da mesi, infatti, la situazione in questa multinazionale italiana (leader nella vendita online di moda e design che fattura ricavi netti per più di 450 milioni di euro) era diventata insostenibile per i suoi dipendenti, le sue dipendenti in particolare: le quali costituiscono la maggioranza della forza-lavoro dei suoi magazzini, essendo tradizionalmente considerate più manipolabili ed assoggettabili ai desiderata della dirigenza.
Desiderata spesso sconfinanti nella bestialità, palesemente illegali: infatti, oltre al "normale" sfruttamento dovuto a bassi salari, turni pesanti e carichi di lavoro massacranti, le lavoratrici della Yook han dovuto negli anni sopportare ulteriori, odiose pratiche d'asservimento, purtroppo da sempre più diffuse nei nostrani ambienti di lavoro: vessazioni, minacce, estorsioni, ricatti, offese e maltrattamenti, pure di natura sessuale.


Perciò, circa un anno fa undici lavoratrici hanno sporto denuncia penale, accusando il responsabile di Mr Job, ovvero d'una delle cooperative cui la Yook appalta non solo il lavoro con i relativi costi (nello specifico: il confezionamento dei vestiti) ma soprattutto la responsabilità delle eventuali vertenze legali.
Tra le contestazioni all'ormai ex-responsabile della cooperativa, rinviato a giudizio dopo un'inchiesta della Procura di Bologna: l'aver "costretto le donne - approfittando sia della difficoltà del mercato del lavoro, sia delle loro condizioni di indigenza, nonché minacciando di licenziarle, di sospenderle, di non chiamarle più a lavorare per settimane o sostituirle con altre - a mantenere ritmi insostenibili e a tollerare situazioni di lavoro degradanti e contrarie alla legge". Inoltre, nei confronti di sei lavoratrici l'uomo avrebbe abusato della propria posizione, cercando di costringerle a subire atti sessuali.

Perciò, forse, il primo ministro Renzi ha definito la Yook un fiore all'occhiello del Made in Italy.

Mr. Job tentò di comprare il silenzio delle vittime che intendevano denunciare il clima ottocentesco loro imposto dai capi di magazzino.
Alle pur allettanti offerte loro prospettate, tutte opposero un acuto e sicuro "No!", sebbene la loro paga raggiungesse a malapena i 750 euro mensili (950 con gli straordinari), a fronte di "centodieci pezzi confezionati ogni ora invece che gli 80 da contratto" come conteggiano sia Samira, mamma single di 29 anni, che Bouchra, 25 anni e da sei impiegata in azienda per sostentare i suoi due genitori disoccupati.
Coraggiosamente, le lavoratrici interessate vanno avanti: si rivolgono ai Sì-Cobas per avere aiuto e appena possibile depositano la loro denuncia.
Come contromisura, a suo tempo l'azienda si limitò semplicemente a sostituire gli uomini di guardia con delle donne, promettendo un drastico cambiamento gestionale per prevenire il ripetersi di quanto accaduto.


Protestando contro tali insopportabili condizioni di lavoro e inaccettabili soprusi, nel giugno 2014 alcune lavoratrici aderenti al Sì-Cobas avevano già organizzato un primo, riuscito sciopero nel magazzino della Yook: vedi il VIDEO.
Eppure, nonostante le promesse sottoscritte dalla dirigenza alle sindacaliste, poco o nulla è cambiato nei capannoni.
Anzi: ad agosto scorso, otto delle denuncianti sono state improvvisamente licenziate, ree di essersi "rifiutate di cambiar magazzino di lavoro" e incolpate di episodi inesistenti (tra cui, guarda caso, spicca quello di "atti violenti" proprio contro le neo-guardie).

Tutte e otto le "leonesse" hanno alzato la testa, però tutte e otto son state licenziate: che fare?
Che fare se non reagire, accettando di scender in campo e lottare?

Così, quello che sarebbe potuto anonimamente annoverarsi come l'ennesimo, grave caso di "normale" sfruttamento delle donne che lavorano - s'è trasformato in un'incredibile opportunità di riscatto, grazie all'aiuto di altre lavoratrici e altri lavoratori.
Perché tra le donne e gli uomini che lavorano nella cooperativa Mr. Job, nelle altre cooperative del magazzino Yook e di alcune altre aziende presenti nell'interporto di Bologna (una delle piattaforme logistiche ed intermodali più grandi d'Europa), in moltissimi hanno deciso di affiancarsi alle "leonesse" per combatter insieme gli stessi sfruttatori, iniziando uno sciopero-battaglia volto a bloccare l'interporto e che ha avuto pieno successo (vedi il VIDEO)

La battaglia incomincia giovedì 17 settembre: una lavoratrice e un lavoratore di Mr. Job occupano il tetto della cooperativa chiedendo il reintegro delle "licenziate politiche".
Espongono uno striscione che recita: "Sfruttati e molestati per anni poi licenziati mentre il responsabile incriminato lavora tranquillo".
In alto, da dietro lo striscione, il ventiquattrenne Hasan urla: "Noi rimarremo qui finché non riavremo il nostro posto di lavoro, tanto stare quassù o laggiù senza lavoro è lo stesso. Sciopero!".
Via via, ai due occupanti si uniscono tantissime altre lavoratrici e lavoratori della zona e oltre, soprattutto della vicina azienda Geodies, domandando non solo il reintegro delle licenziate politiche ma tutta una serie di rivendicazioni anche per loro e i propri colleghi di cooperativa: applicazione del CCNL, adeguamento dei livelli contrattuali, conteggio della tredicesima e quattordicesima, fine dell'obbligo degli straordinari, timbrature giuste, pagamenti corretti e regolari, riconoscimento del lavoro a chiamata, ecc...

Presto arriva la polizia, cariche e scontri si susseguono ma i facchini mantengono la posizione.

Niente spettacolo, dunque: per fermare l'interporto al fine d'ottenere totalmente quanto richiesto, infatti, le lavoratrici e i lavoratori coinvolti non hanno convocato uno sciopero nazionale per muoversi altrove ad applaudire dei leader sindacali e di partito bugiardi se non criminali, né hanno rilasciato dichiarazioni e commenti a media compiacenti come unica forma di lotta, preferendo alla loro azione nel mondo virtuale quella nel mondo reale.

Alla Yook di Bologna, da quasi dieci giorni e notti, le "leonesse" e centinaia di altre facchine e facchini stanno lottando assieme ai Sì-Cobas applicando una strategia alternativa a quella dei perdenti scioperi-spettacolo: meno parole e più fatti.
Bloccando col loro corpo l'accesso e l'uscita dell'interporto, mettendoci faccia cuore e spirito continueranno a dar battaglia, scioperando finché non otterranno quanto richiesto.

Hanno insomma gettato la paura, riappropriandosi con la lotta, insieme del loro essere donne e uomini liberi.
Liberi di decidere di non subire più sulla loro pelle gli effetti nefasti d'una crisi creata altrove e da altri; liberi di scegliere di reagire al morire di sfruttamento e disoccupazione, scioperando per vivere.

Come racconta la sindacalista Khadija, anche lei licenziata a 22 anni e adesso ancora sul tetto di Mr. Job: "Ci hanno licenziato perché abbiamo alzato la testa e chiesto che ci venissero riconosciuti i nostri diritti, non abbiamo fatto niente di male. Se solo due facchini possono occupare un tetto, allora duecento facchini possono occupare l'interporto: sciopero!".
Prima dei Sì-Cobas, Khadija mai aveva scioperato in vita sua (vedi al minuto 36 di questo documentario: http://labournet.tv/): oggi è invece una sindacalista carismatica, brillante e coraggiosa, che come le altre "leonesse" meriterebbe d'esser protagonista d'una campagna mediatica nazionale come fu quella "Se non ora quando".


Le Littizzetto, Dandini, Bonino, i Saviano, Fazio, Gramellini, le testimonial di campagne globali, le madrine di mostre internazionali e le attrici cinematografiche italiane non parlano né scrivono di Khadija, una donna che con altre donne e uomini ha organizzato e conduce uno degli scioperi più incisivi della storia presente del nostro Paese.
Una battaglia che gli scioperanti - in gran parte stranieri - stanno vincendo, resistendo a cariche poliziesche e manovre istituzionali: ai nostri media interessa diffondere terrore e disinformazione, anziché riportare al pubblico italiano questa bella notizia.

Poco importa: alle milioni di firme-fritte virtuali e alle manifestazioni-passeggiata che "cambiano tutto per non cambiare niente", Khadija e le altre sindacaliste Sì-Cobas preferiscono le centinaia di corpi (soprattutto femminili) in carne e ossa, che bloccano l'accesso all'interporto di Bologna fermando una simile catena di sopraffazione e barbarie, opponendosi a decine di dirigenti maschi e centinaia di poliziotti maschi, lottando non soltanto per migliorare le proprie condizioni di lavoro ma per costruire un futuro migliore per loro, per noi.

Lontane dalla virtualità mediatica, Khadija e le altre "leonesse" danno battaglia nella realtà, sciopero dopo sciopero: e intanto si fanno donne nuove, prospettandoci una società nuova.



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