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lunedì 31 agosto 2015

Solo affermando il primato delle persone, dell'ambiente, della solidarietà e del bene comune potremo avere un futuro.

di Giovanni Fez

Siamo alle solite. Debito pubblico che ci sovrasta, quindi stringiamo la cinghia, austerità, tagli a servizi, tasse. Un circolo vizioso in cui l'Italia è invischiata da un pezzo. E ci dicono che per non farsi schiacciare del tutto e per non andare in bancarotta occorre spremere ancor più il paese. Ma non ce lo dicono forse da troppo tempo? E tutti i tagli a servizi, sociale, scuola e sanità di questi ultimi 30 anni a cosa sono serviti? E' questa la strada giusta? O è forse il momento di una trasformazione radicale e strutturale non solo delle azioni, ma anche del paradigma?
A dare la sua risposta è Francesco Gesualdi, coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo.
«Bisogna aver chiaro che, nonostante i sacrifici che sosteniamo da anni, l'Italia continua ad indebitarsi perché non riesce a tenere il passo con gli interessi del debito. Ogni anno risparmiamo fra i 30 e i 40 miliardi, ma non sono sufficienti a coprire gli interessi, per cui apriamo ogni anno nuovo debito per coprire la quota che rimane scoperta. Il risultato è che nonostante i  700 miliardi di risparmio accantonati dal 1992, nello stesso periodo abbiamo contratto nuovo debito per circa 1000 miliardi di euro solo per gli interessi. A mio avviso non se ne ne esce se non si ha il coraggio di colpire il mondo della finanza, autoriducendo gli interessi e tassando come si deve i grandi patrimoni».




Andiamo a fondo per capire. Cos'è il debito pubblico e in che modo influisce sulla vita dell'Italia e degli italiani?
«Il debito pubblico è una macchina di redistribuzione alla rovescia: prende a tutti per arricchire pochi. La spesa per interessi è la terza voce di spesa dello Stato dopo previdenza sociale e sanità. La scuola arriva quarta con 53 miliardi. La spesa per interessi ammonta ogni anno a 85 miliardi: soldi che invece di essere spesi per servizi a vantaggio della collettività finiscono nelle tasche dei più ricchi. E i risultati si vedono: si allarga la povertà che oggi colpisce un terzo della popolazione e si allarga la forbice fra ricchi e poveri. Oggi il 50% del patrimonio privato è nelle mani del 10% delle famiglie più ricche. Il 50% delle famiglie più povere gode appena del 10% del patrimonio privato nazionale. Il debito pubblico contribuisce a pompare ricchezza dal basso verso l'alto».
La campagna Sbilanciamoci! ha preso posizioni chiare, nette e lucide in questi anni. Vi hanno ascoltato? Cosa proponete?
«Nelle società massificate per essere ascoltati bisogna essere capaci di esercitare una grande pressione. Ma la pressione si mette in moto se c'è consapevolezza. Il nostro problema è che non riusciamo a creare consapevolezza perché non abbiamo strumenti di informazione o quelli che abbiamo a disposizione sono troppo poco potenti rispetto a quelli a disposizione del potere. Per cui il pensiero che si struttura nella testa dei più è quella che fa comodo ai potenti contro l'interesse dei deboli. Come superare questa difficoltà è un bel problema. A mio avviso la strategia giusta deve vertere sulla capacità di unire le forze per alimentare campagne su temi fortemente sentiti dalla popolazione, in modo da fare crescere una nuova consapevolezza attraverso l'azione».
Un messaggio di speranza per i tanti giovani che hanno cervello, mani e cuore e che non vorrebbero andarsene da questo paese?
«Il destino di ognuno di noi dipende da come è organizzata la società. La società non è frutto di leggi di natura, ma il risultato delle concezioni dominanti e dei rapporti di forza. Dunque, per avere un destino diverso bisogna impegnarsi per fare cambiare i valori e per invertire il modo di risolvere i problemi. Solo affermando il primato delle persone, dell'ambiente, della solidarietà e del bene comune potremo avere un futuro. Ognuno di noi può fare qualcosa per far crescere questa visione, attraverso la parola, la denuncia e l'azione. Azione che non significa solo protesta, ma soprattutto proposta e sperimentazione. Il cambiamento non passa solo per l’opposizione, ma anche per la sostituzione. Sperimentiamo il nuovo che ci convince e se sarà vero si farà strada. Perchè alla fine la verità vincerà».

Da dove viene l’enorme debito pubblico italiano? Davvero l’unica cosa da fare, di fronte all’austerity imposta dalla finanza internazionale, è pagare, pagare, pagare? Una riflessione di brutale onestà e provocatorio pragmatismo intorno alla questione più urgente dell’agenda politica di ogni democrazia occidentale. Il debito pubblico italiano è enorme. L’intera Europa teme il collasso degli stati più fragili. Nessuna delle democrazie occidentali sembra avere più le risorse necessarie per reggere sui mercati finanziari. Ma da dove viene questo debito incombente e inestinguibile? E davvero l’unica cosa che si può fare è stringere la cinghia, obbedire ai diktat della finanza internazionale, e pagare, pagare, pagare? Francesco Gesualdi ricostruisce anzitutto la storia del fenomeno, mostrando come il debito non nasca da una serie di sfortunate circostanze e di errori di pianificazione, ma da una precisa e per lungo tempo condivisa strategia, orientata a contenere il conflitto sociale e a rafforzare la posizione di rendita di un apparato bancario e finanziario dall’appetito insaziabile. Alla lunga quella strategia ha mostrato la corda, com’era prevedibile e previsto. A quel punto le forze della  inanza globale l’hanno denunciata come la disinvolta iniziativa di governi inclini allo sperpero. E soprattutto l’hanno duramente sanzionata, imponendo il ricorso a misure di austerity destinate a impoverire ulteriormente larghi strati della popolazione. Se le cose stanno così, che senso ha chiedere alla gente di onorare questo debito? Non si tratta di un ricatto che il più forte impone al più debole, dopo averlo costretto a indebitarsi in nome delle proprie ragioni e dei propri interessi? Non sarebbe più giusto e anche più praticabile costruire concrete e circostanziate strategie politiche anziché puramente finanziarie? Non sarebbe ora di ristrutturare, anziché onorare ciecamente, il debito degli stati sovrani?


L’economia capitalista non riesce più a garantire ciò che ci ha sempre promesso: occupazione e sicurezza sociale. Non solo, con il suo imperativo della crescita ad ogni costo mette a repentaglio la sopravvivenza del pianeta. Così, miliardi di individui sono condannati a una vita disumana: inutili come consumatori e come lavoratori, non si sente nemmeno il bisogno di contarli: «Sono solo avanzi, scarti di cui sbarazzarsi».
Nel suo nuovo, graffiante saggio Francesco Gesualdi descrive senza giri di parole le conseguenze sociali e ambientali di un sistema saturo di squilibri e contraddizioni, un sistema che antepone la ricchezza alla felicità. Ma ora che il pianeta è sull’orlo del collasso, diventa inevitabile confrontarsi con l'esperienza del limite e cercare strade alternative, per garantire a tutti un’esistenza dignitosa riducendo il consumo di risorse e la produzione di rifiuti.
La soluzione è cambiare prospettiva, sganciarsi dalla schiavitù della
crescita, rifondare l’economia sui valori che questo sistema ha sempre
rinnegato: equità, inclusione, solidarietà, comunità, sostenibilità. Va ripensato il ruolo del mercato e dell’economia pubblica, del lavoro salariato e dell’autoproduzione. Solo trasformando la pietra scartata in pietra d’angolo potremo salvarci. Ricordandoci che in economia non esistono nuove leggi da scoprire, ma solo nuove miscelazioni da sperimentare.

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