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martedì 18 agosto 2015

Provvedimenti di Obama sul clima, rischiano di essere tardivi ed insufficienti

di Alberto Castagnola

La notte del 2 agosto (subito prima dell'anniversario di Hiroshima, sarà casuale?) il presidente degli Stati Uniti ha annunciato una serie di decisioni per combattere il cambiamento climatico. Risultano innovative rispetto alle posizioni del passato ma al momento non sembrano essere all'altezza della gravità e dell'urgenza della situazione planetaria. Obama ha sottolineato che l'attuazione del nuovo "Clean Power Plan" permetterà di ridurre del 90 per cento i centomila attacchi di asma e i 2100 infarti dovuti alle condizioni climatiche ma soprattutto ha affermato che quella attuale è l'ultima generazione in grado di impedire la catastrofe del cambiamento climatico in corso.




In sintesi, cosa ha detto il Presidente? Il taglio delle emissioni di CO2 da conseguire entro il 2030 viene aumentato dal 30 al 32 per cento; la sostituzione delle fonti fossili con produzioni a energie rinnovabili come il solare e l'eolico sale dal 22 al 28 per cento; rispetto ai livelli del 2005 questi obiettivi risultano già attuati per circa il 50 per cento; oltre mille sindaci USA stanno già operando su questa base e alcune multinazionali hanno accettato di rispettare i criteri indicati.

Una linea strategica di questo tipo può apparire convincente e indica sicuramente un maggiore impegno rispetto alle dichiarazioni assolutamente aleatorie formulate a ridosso dell'ultima conferenza internazionale tenuta a Lima alla fine del 2014 e rivelatasi un fallimento quasi completo. Tuttavia, alcuni aspetti critici vanno evidenziati. Negli Stati Uniti sono in funzione 3344 centrali elettriche, di cui 518 sono alimentate a carbone, 1101 a petrolio, e 1725 a gas naturale; nell'insieme producono il 31 per cento delle emissioni di CO2 del paese, mentre sono 25 gli Stati che producono carbone. Ciò significa che finché non sarà indicato con chiarezza quante e quali centrali, specie a carbone, saranno eliminate e in quanti mesi o anni questo verrà fatto, le indicazioni presidenziali, proiettate in un futuro imprecisato, hanno ben poco valore.

D'altra parte, gli scienziati che hanno elaborato il V° Rapporto dell'IPCC , hanno detto chiaramente che il massimo di queste iniziative dovranno essere realizzate entro il 2020, cioè a partire da subito, se si vuole che abbiano degli effetti reali sui meccanismi del clima. In altre parole, gli obiettivi a 15 o a 25 anni possono avere un senso solo se accompagnati da azioni concrete e immediate di riduzione delle emissioni, da continuare con forza in tutti gli anni successivi, se realmente si intende incidere sulla drammatica situazione attuale.

Queste osservazioni valgono anche per tutti gli altri paesi inquinatori e devono essere maturate nei pochissimi mesi che ci separano dalla fine di novembre, data di inizio della COP 21 di Parigi, che dovrebbe convalidare l'intero quadro di riduzione delle emissioni. Al momento, quindi, il messaggio del presidente lascia solo intravedere un periodo di furiose reazioni imprenditoriali e di accesi conflitti sociali in una molteplicità di Stati, primi fra tutti i 25 dove ancora la produzione di carbone è una attività considerata solo nei suoi aspetti redditizi, ignorando i connessi effetti sulla salute e sul clima.

Una seconda osservazione riguarda la natura e i contenuti del piano preannunciato, sul quale si deve ancora pronunciare il Congresso, dove il partito del presidente non dispone di alcuna maggioranza. I singoli Stati degli Usa devono presentare i rispettivi programmi preliminari di intervento entro il 2016 e quelli definitivi entro il 2018, in pratica gli Stati Uniti arriveranno verso la fine del prezioso quinquennio che ci separa dal 2020, senza aver ancora avviato chiusure o ridimensionamenti di impianti e saranno ancora esposti ad azioni di lobby e a contestazioni popolari facilmente prevedibili, malgrado la Corte Suprema abbia confermato il potere dell'EPA, l'ente di tutela dell'ambiente, di fissare i limiti delle emissioni e degli inquinamenti.

E' da notare, infine, che il messaggio sembra contenere un chiaro riferimento ai "diritti di inquinare", cioè alla molto criticata procedura prevista dal Protocollo di Kyoto, che permette alle imprese di compensare gli inquinamenti prodotti con attività "positive" realizzate in altri luoghi o acquistate in paesi terzi meno inquinanti. Il tema è complesso e andrà approfondito, però se la nuova strategia ancora dovesse contenere questo tipo di misure, il valore delle parole del presidente Obama andrebbe ulteriormente ridimensionato.

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