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lunedì 24 agosto 2015

Le più grandi compagnie petrolifere hanno ingannato l’opinione pubblica per decenni

di Lorenzo Colantoni

La vittoria sarà ottenuta quando: il cittadino medio “capirà” (riconoscerà) l’incertezza della scienza legata al cambiamento climatico. […] A meno che il cambiamento climatico non diventi un problema di nessuna importanza […] non ci sarà un momento in cui potremo dichiarare la vittoria per i nostri sforzi.


Quello che sembra un brano estratto da una teoria complottista o da una distopia fantascientifica viene in realtà da un documento dell’American Petroleum Institute (API), la più grande organizzazione petrolchimica statunitense, ed è parte di una più grande strategia di comunicazione per la negazione del cambiamento climatico portata avanti dall’istituto negli anni ’90.
Questo ed altri documenti fanno parte del dossier della Union of Concerned Scientists (UCS) The Climate Deception, che rivela una serie di strategie e campagne segretamente messe in atto dalle maggiori compagnie petrolifere internazionali per negare l’importanza o l’esistenza di fronte al grande pubblico e alle istituzioni del cambiamento climatico, un fenomeno causato principalmente dall’utilizzo dei combustibili fossili. Il report si accompagna a rivelazioni simili dei mesi scorsi, che destano non poche preoccupazioni in vista della forse risolutiva conferenza sul clima di Parigi 2015.

Le oltre trecento pagine includono documenti ottenuti tramiteleaks o rivelati a seguito di processi o richieste effettuate tramite il Freedom of Information Act, la legge che permette l’accesso ad alcuni documenti in possesso del governo federale americano. Il quadro che appare è spesso sconcertante:investimenti di decine di milioni di dollari per prendere di mira istituzioni, ampie fasce della popolazione e influenzare decisioni politiche chiave. Il tutto celando l’intervento delle compagnie petrolifere e con azioni che sono tuttora in corso.

Tra i documenti appare infatti il caso di Wei-Hock Soon, noto astrofisico, collaboratore dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics e fermo sostenitore dell’origine non umana del cambiamento climatico. Il tutto in qualità di scienziato indipendente, o meglio così si credeva, finché nel 2015 Greenpeace e il Climate Investigations Center hanno rivelato che tutta la sua ricerca era stata fino ad allora finanziata da ExxonMobil. La quarta compagnia petrolifera al mondo gli aveva infatti donato almeno 1,2 milioni di dollari a condizione, tra le altre, di poter revisionare ogni articolo che volesse pubblicare. Una situazione però forse endemica a diversi centri di ricerca, visti i milioni di dollari convogliati a questi da compagnie come le Koch Industries, una delle più grandi compagnie energetiche americane, tramite Donors Trust, un gruppo cosiddetto “dark money”, che non rivela cioè l’identità dei propri finanziatori.

Il dossier mostra strategie complesse per minare la certezza scientifica del cambiamento climatico, come nel caso del già citato documento dell’API. In quel caso l’obiettivo era far sì che coloro che promuovono il trattato di Kyoto sulla base della scienza esistente appaiano fuori dal mondo, per minare il successo del protocollo che avrebbe dovuto garantire una soluzione per la riduzione delle emissioni di gas serra a livello globale. Una fallimento che fu garantito dal cambiamento di posizione da parte del governo americano che, dopo aver firmato il trattato, decise di non ratificarlo e anzi di opporlo esplicitamente durante l’amministrazione Bush (junior). Siamo nel 2001, tre anni dopo la scrittura della strategia dell’API.

Questi obiettivi sono stati, e sono tuttora, perseguiti anche dall’American Legislative Exchange Council (ALEC), finanziato da compagnie come Kraft e Coca Cola, che negli ultimi anni ha promosso decine di progetti di legge con vari obiettivi: ridurre le quote di energie rinnovabili, indebolire accordi regionali sulla riduzione delle emissioni e introdurre nei programmi scolastici nozioni che negano il cambiamento climatico. Il tutto con il finanziamento di Shell, Chevron e molte altre compagnie. Un impegno che gli è costato la dipartita di molti finanziatori tra cui Google, il cui CEO comunicava la scelta di non finanziare più l’ALEC in questo modo:

“Tutti capiscono che il cambiamento climatico sta accadendo. E le persone che lo oppongono stanno davvero facendo del male ai nostri figli e ai nostri nipoti e stanno rendendo il mondo un posto molto peggiore.”

Ancora più sconcertante è il modo in cui queste campagne sono state condotte. Nel 1991 le compagnie del carbone statunitense fondavano l’Information Council on the Environment (ICE) con un obiettivo: “far tornare il cambiamento climatico una teoria e non un fatto”, come indicato testualmente in un documento rivelato da una fuga di notizie dello stesso anno. L’ICE scelse quindi i dati più convenienti sul fenomeno per una campagna da mezzo milione di dollari che prendeva di mira le fasce della popolazione che riteneva più influenzabili: “individui di sesso maschile più anziani, meno educati e da famiglie più grandi” e “donne più giovani e dal reddito più basso”. Non a caso tutto questo succedeva un anno prima della conferenza ONU sul clima di Rio, la prima che avrebbe affrontato il problema del cambiamento climatico. Campagne che hanno avuto comunque una certa presa sul pubblico americano che, secondo un recente sondaggio, è per il 42% scettico nei confronti dell’esistenza del fenomeno, a fronte, ad esempio, del 13% in Germania.

Quando il supporto dal basso è mancato, le compagnie petrolifere hanno inventato. E’ il cosiddetto fenomeno dell’astroturfing, in cui viene simulata l’esistenza di sostegno popolare inesistente. La Western States Petroleum Association, ad esempio, la lobby finanziata anche dalla BP responsabile del disastro del Golfo del Messico, creò nel 2014 almeno sedici tra organizzazioni e comitati inesistenti per simulare opposizione popolare alle politiche anti cambiamento climatico della California. La pagina Facebook di una di queste la presenta tuttora come una “coalizione di consumatori, imprenditori e sostenitori”.

Un altro caso è quello dell’industria del carbone americana, che fece inviare ad una compagnia di consulenza assunta per lo scopo lettere a membri del Congresso contro la riduzione delle emissioni prevista dall’American Clean Energy and Security Act del 2009, discusso in quei giorni. Le lettere dichiaravano di provenire da una serie di associazioni no-profit che difendevano i diritti degli afro-americani o della popolazione latina per sfruttarne la leva politica, ma erano invece completamente false, create ad arte dalla compagnia di consulenza stessa.

Quello che stupisce di più però è forse la rivelazione che, nonostante gli sforzi per provare il contrario, diversi documenti mostrano come le compagnie petrolifere fossero perfettamente a conoscenza dei rischi del cambiamento climatico. Nel 2009 il New York Times pubblicava un documento risalente al 1995 della Global Climate Coalition (GCC), finanziata anche questa da Chevron, ExxonMobil, BP e altre. Questo specie di manuale riassuntivo sulle nozioni base relative al cambiamento climatico era strettamente confidenziale, ad uso delle compagnie che finanziavano il GCC e sosteneva chiaramente che l’effetto delle attività umane sul riscaldamento globale “non potesse essere negato”.

Una consapevolezza confermata pochi giorni dopo l’uscita del dossier The Climate Deception da Lenny Bernstein, scienziato di ExxonMobil. Questi ha sostenuto come la decisione della compagnia di non investire nel 1981 nell’immenso giacimento di Natuna, in Indonesia, fosse stata presa per non far esplodere quella che chiama una “bomba di anidride carbonica” e che sarebbe potuta diventare il singolo emettitore di gas serra più grande del pianeta. 34 anni dopo ExxonMobil continuava però a finanziare negazionisti del cambiamento climatico come Wei-Hock Soon.

Questa situazione non è però solo confinata agli Stati Uniti mainfluenza anche la più green Europa, e non solo perché molte delle compagnie già citate sono europee (come la britannica BP o l’olandese Shell). Diverse imprese del settore hanno infatti aumentato il proprio lobbying nei confronti delle istituzioni europee con il progredire del Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP), con l’obiettivo di agevolare le esportazioni di gas, ma anche carbone, americano in Europa. Le Koch Industries, ad esempio, hanno dichiarato tra i 200,000 e i 300,000 di euro investiti in lobbying nell’UE nel 2014, rispetto ai 150,000-200,000 del 2012 e a nessuna dichiarazione per gli anni precedenti.

Poco però in confronto ai quasi cinque milioni investiti da Shell, che alcune rivelazioni mostrano come abbia fortemente contribuito all’indebolimento dell’obiettivo europeo per le rinnovabili, concordato lo scorso ottobre. Il target sottoscritto dagli Stati membri di un 27% non vincolante a livello nazionale fu portato avanti dal Regno Unito, ma forse strutturato dalla stessa Shell per sostenere la strategia della compagnia di promuovere la riduzione delle emissioni tramite il consumo di gas naturale.

Il decisivo accordo sul cambiamento climatico che potrebbe essere sottoscritto a Parigi questo novembre si scontra quindi con questa scarsa trasparenza e con lo strapotere delle compagnie petrolifere: Shell ha un fatturato di 385 miliardi di dollari, Exxon 365. Se fossero degli stati avrebbero un PIL superiore a quello del Sud Africa, della Danimarca o della Grecia. Da una parte la situazione è quindi simile a quanto accadeva per l’industria del tabacco fino agli ’90, che finanziava per miliardi un marketing aggressivo basato sulle presunte nozioni scientifiche fornite dall’American Tobacco Institute o il Center for Indoor Air Research.

Dall’altra, qualcosa sta cambiando: il coinvolgimento sul cambiamento climatico di leader mondiali come il Presidente Obama o il leader cinese Xi Jinping, fino a Papa Francesco I o il Principe Carlo, mostrano un’accettazione e una conoscenza diffusa del fenomeno, che potrebbe rendere dura la vita dei negazionisti. E fa sembrare sempre più ridicole situazioni come questa, dove un funzionario pubblico americano, interrogato da alcuni deputati, compie salti mortali (linguistici) per non usare il termine “cambiamento climatico”, come imposto dall’amministrazione locale della Florida. Il tutto nell’ilarità generale.

Sarà però il risultato di Parigi 2015 a decidere chi riderà per ultimo.


fonte: http://espresso.repubblica.it/

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