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domenica 16 agosto 2015

Il Ladro è il Sud e il derubato è il Nord: una grande menzogna che si è protratta nel tempo

di Pino Aprile

«Quando inizia l'unificazione d'Italia, il Sud “industriale” manifatturiero era la guida economica dell'Italia come la conosciamo adesso». A dirlo, il 7 agosto scorso, al vertice Pd, è il neoborbonico Matteo Renzi.

Qualche giorno prima, avvisato che “C'è posta per te”, quando Roberto Saviano, autore di “Gomorra”, gli rivela che esiste La Questione Meridionale, era parso sorpreso (il rapporto Svimez, l'associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno, aveva descritto il disastro del Sud abbandonato: come fa da anni,inascoltata).



«Siamo pagati per risolvere problemi», dice Lui; e parte un balletto di cifre di “miliardi per il Sud”: 12 (Corriere della sera), 22 (il Mattino), 80 (Repubblica). Nota l'affidabilità dei governi in generale e di Renzi in ispecie, quando si tratta di fondi per il Mezzogiorno, i meridionali hanno capito: 12-22-80; ma, ennesima fregatura, nemmeno uno dei tre numeri è uscito su nessuna ruota all'estrazione seguente, 6 agosto.


Allora, il 7, “vertice” del Pd sul Sud, cifra tonda: 100 miliardi (se lo sanno i greci!). Seguono l'annuncio dell'Unità che sono pronti 65 miliardi e Graziano Delrio (saccheggiatore seriale di fondi per il Sud) avverte che con opere per 15 miliardi, il Mezzogiorno crescerà del 3 per cento. Quest'è fatta. A parte quello delle doppie punte, ci sono altri problemi irrisolti?

Da dove escono tutti 'sti soldi, da un giorno all'altro? In parte, sono fondi non spesi di programmi europei 2007-2013, più il “cofinanziamento” dell'Italia: per ogni euro europeo a regioni del Nord e alcune del Sud, ne mette uno pure l'Italia; per Calabria, Campania e Sicilia, la metà (casomai ci si chiedesse cos'è la Questione meridionale); più dei fondi per la coesione territoriale.

Per l'economista Gianfranco Viesti, fra i maggiori esperti di sviluppo regionale, quei 100 miliardi sono come “le vacche di Mussolini”: sempre gli stessi, fatti girare più volte e chiamati con un altro nome. Quest'ultimo fatto (genialata dell'ex ministro alla Coesione Fabrizio Barca), evita che si perdano per scadenza dei termini. Il successore di Barca, Carlo Trigilia, sistemò quei fondi in modo che non finissero altrove e mise a punto l'Agenzia per impedirne spreco e mancato utilizzo. Con la coppia Renzi-Delrio, in due anni, l'Agenzia si è arenata e i miliardi di quel fondo sono stati stornati, anche per favorire assunzioni al Nord, con i soldi del Sud.

Casomai ci si chiedesse cos'è la Questione meridionale. Il rottamatore dovrebbe saperlo: è l'ininterrotta rottamazione del Sud (meno due brevi periodi a inizio Novecento e dopo la seconda guerra mondiale), avviata nel 1860, per unificare l'Italia (ma in Parlamento, nel 1866, il capo del governo chiarì che avevano solo allargato il Piemonte).

Prima l'arrivo di Garibaldi e i suoi (progetto inglese, la cui flotta militare protesse lo sbarco e affiancò l'impresa); seguiti da un via-vai di navi piemontesi e statunitensi che trasportavano soldati sabaudi in Sicilia: “disertori” che svuotavano indisturbati gli arsenali militari; poi scese l'esercito piemontese propriamente detto, senza dichiarare guerra, e in circa dieci anni (specie i primi cinque) eliminò ogni resistenza (i “briganti”), con stati d'assedio, fucilazioni e arresti in massa, senza accusa né processo, fosse comuni e carceri ridotte a carnai (32mila, in un mese, nella sola Agrigento, denunciò Crispi), in cui le epidemie facevano stragi; deportazioni di decine di migliaia di persone, fra cui almeno 60mila soldati borbonici, campi di concentramento (ufficialmente di “rieducazione”: impararono a riconoscere il padrone); cittadine rase al suolo per rappresaglia, massacro della popolazione e donne stuprate, superstiti arsi vivi nelle case incendiate.

Non siamo nati bene; ma altri Paesi (da Francia a Stati Uniti, Giappone), non sono nati meglio. Il guaio fu il progetto economico dell'Italia unita a chiacchiere e divisa nei fatti: oro e soldi del Sud (il 66 per cento del denaro circolante allora in Italia) furono trasferiti e spesi al Nord; le maggiori aree industriali del tempo, in Italia, che erano al Sud, private di ogni commessa statale e distrutte (come i più grandi stabilimenti siderurgici dell'epoca, che erano in Calabria); mandati in malora (i cantieri navali di Napoli e Castellammare, all'avanguardia per dimensioni e tecnologia: la prima nave marina a vapore la fecero i napoletani); o sparando addosso alle maestranze, se protestavano (alle officine ferroviarie di Pietrarsa: i due terzi delle locomotive fatte in Italia, al momento dell'Unità, erano state prodotte al Sud).

Appena annessi al resto d'Italia, i meridionali divennero incapaci di fare tutto quello che facevano prima e bene.

Nacque un Paese che doveva produrre a Nord e consumare a Sud (la sola Fiat, dal 1975 a oggi, a vario titolo, ha preso più sovvenzioni pubbliche del Mezzogiorno). L'Italia appena unita stanziava soldi per le bonifiche: meno dell'1 per cento della somma, al Sud (lo riferisce Nitti); oggi il governo Renzi dei 4860 milioni di euro per le ferrovie, solo l'1,3 per cento da Firenze in giù (capito perché a Matera non è ancora arrivato il treno, dopo 154 anni?); l'Italia appena unita fa leggi in modo che le scuole si facciano a Nord e poco al Sud; il decreto sull'università del governo Letta stabilisce che un ateneo è tanto “migliore”, e il suo “merito” premiato con ulteriori risorse, quanto più ricco è il territorio circostante e più soldi hanno i suoi studenti (è la condanna a morte per le università del Sud); per il terremoto di Messina, nel 1908, l'Italia è l'ultima a far arrivare i soccorsi (dopo russi, inglesi, tedeschi...): manda 10mila bersaglieri a fucilare sul posto i “presunti sciacalli” che rovistano fra le macerie e avviene una carneficina di superstiti che cercano di recuperare le loro cose o i corpi dei loro congiunti.

Con il governo Monti, ministro all'Istruzione Francesco Profumo, i 112 milioni per e scuole terremotate (24mila e in gran parte al Sud) finiscono per un terzo alla sola Lombardia, il 97 per cento a Centro-Nord, il 3 per cento al Sud; come (governo Letta) i fondi per combattere l'evasione scolastica, che ha record europei a Scampia e in alcuni quartieri di Palermo.

I governi Berlusconi-Lega? Per abbuonare l'Ici a tutta Italia, Tremonti prese i soldi per porti e strade malmesse di Calabria e Sicilia e, in anni, sottrasse decine di miliardi al Mezzogiorno e li spese altrove. La Cassa per il Mezzogiorno, che non ebbe mai un presidente meridionale, fece strade, scuole, fognature, qualche diga, ma molto meno di quanto sia stato fatto nel resto del Paese, senza Cassa per il Non-Mezzogiorno. Si impegnò lo 0,5-0,7 del prodotto nazionale lordo. Degli spiccioli rimasti (99,05-99,03) non so dirvi.

Ma il ladro è il Sud e il derubato il Nord: unico caso al mondo e nella storia di furto continuato che arricchisce il derubato e impoverisce ladro. Al momento dell'Unità, il prodotto pro-capite era simile a Nord e Sud; da allora, quello del Sud non fa che diminuire e quello del Nord crescere. Oggi è al minimo storico, a livello di secondo dopoguerra, circa metà che a Nord, tanto che non si fanno manco più figli a Sud (era successo solo altre due volte, in 150 anni, per le stragi risorgimentali, nel 1867, e l'epidemia di “spagnola”, nel 1919).

Nonostante questo, i giovani meridionali che non vogliono andar via, o addirittura tornano dopo essersi ben sistemati altrove, fanno miracoli, inventano lavori, economia che si regge sulle nuove tecnologie. Piccola (e non sempre), ma viva e varia.

La Questione meridionale è un progetto economico imposto con le armi e sostenuto dalla politica; figlia di volontà e interessi che hanno creato una colonia interna, nel Paese, secondo il sistema dilagato con la rivoluzione industriale, ora declinante e sostituita da quella informatica.

Mi fischiano le orecchie: «Ma dite sempre le stesse cose?». Sì, finché qualcuno fingerà di non capire, altri di non sapere. Lo rimproverarono, in Parlamento, a un grande meridionalista. «Bisogna ripeterle», rispose lui, «bisogna che le sentiate, fino alla nausea».

Era l'uomo più terrone di sempre: di famiglia albanese, emigrata alcuni secoli fa in Calabria, dove divenne arbereshe (ricca cultura sorta da quell'innesto), poi trasferitasi in Campania, infine in Sardegna. Era “curt e nir” (corto e nero), e pure comunista: Antonio Gramsci. Ancora lì stiamo. Ma vediamo il lato positivo: è morto in tempo per non vedere un bulletto liquidare tutto come “Piagnisteo da rottamare” (titolo dell'Unità). E per un “piagnisteo” scuci 100 miliardi?

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