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giovedì 20 agosto 2015

Gallino: via Renzi subito o soccomberemo alla U.E.

A otto anni di distanza dall’inizio della crisi economica in Usa e in Europa (e a sei della sua fittizia trasformazione, dacrisi del sistema finanziario privato a crisi del debito pubblico), l’Italia si ritrova con un governo allineato con le posizioni più regressive della Troika pilotata da Berlino e senza avere la minima idea sulle cause reali della crisi, e meno che mai delle strade per uscirne. Nonostante la propaganda mediatica di Renzi, afferma il sociologo Luciano Gallino, in realtà la situazione del paese è drammatica, e il dilettantismo del governo non fa che peggiorarla: l’Italia «ha bisogno urgente di un altro governo, che abbia compreso le cause strutturali della crisi», e che «sappia mobilitare nel paese le competenze per superarle». Missione impossibile? «E’ vero, ma è meglio immaginare l’impossibile che darsi alla disperazione», scrive Gallino in un intervento sul sito della Fiom, nel quale analizza a fondo la “trappola” dell’Unione Europea, basata sull’euro, di cui proprio l’Italia è tra le principali vittime.



Gallino accusa gli intellettuali di aver scambiato l’Ue per l’Europa dei popoli, trionfo dell’identità culturale europea. Secono il sociologo, sbagliarono anche gli economisti «nel credere e far credere che le grandi differenze di struttura industriale, produttività, composizione delle forze di lavoro, relazioni sindacali, ricerca e sviluppo, scambi con l’estero esistenti tra i vari Stati membri sarebbero state colmate verso l’alto grazie ai benefici effetti di una moneta unica, l’euro». Infine, “sbagliarono” i capi di Stato e di governo nel credere che l’Unione, in quanto fondata sul principio “uno Stato (piccolo o grande che fosse) uguale un voto”, sarebbe servita a contenere il predominio economico e politico della Germania. «Beninteso, non ci furono soltanto errori», ammette Gallino. «A porre le basi del Trattato di Maastricht sin dai primi anni del secondo dopoguerra fu il potere economico-finanziario europeo, tramite fior di associazioni neoliberali che rappresentavano e tuttora ne rappresentano la voce e il braccio politico». Tra di esse la Società Mont Pelérin, la Trilaterale, il Bildeberg, la Tavola Rotonda degli Industriali, la Adam Smith Society, alle quali si è aggiunto più tardi il Forum Mondiale di Davos.

E’ la super-élite che Paolo Barnard chiama il “Vero Potere”, nel suo profetico saggio “Il più grande crimine”, scritto con larghissimo anticipo sulla devastazione che la “crisi” avrebbe scatenato. Istituzioni internazionali come l’Ocse, aggiunge Gallino, «si sono impegnate senza tregua sin dall’inizio per far sì che il Trattato Ue contenesse le più incisive norme possibili a favore della liberalizzazione dei movimenti di capitale». E attenzione: «La componente monetaria dell’Unione, fondamentale per il suo funzionamento, è stata dettata sin nei particolari dalla Germania». Nei suoi colloqui con il presidente francese Mitterrand, il cancelliere Kohl «fu irremovibile nel pretendere che l’euro fosse il più possibile simile al marco; che la Bce fosse dichiarata per statuto indipendente dai governi, una clausola mai vista negli statuti delle banche centrali di tutto il mondo: tant’è vero che essa si è presto rivelata essere un organo prettamente politico, che invia lettere durissime agli Stati membri, Italia compresa, affinché taglino sanità, pensioni e salari». Scontato, poi, che la stessa Bce avesse sede in una città tedesca, Francoforte.

«Su queste basi – continua Gallino – l’euro è stato giustamente definito il più efficace strumento mai inventato per tenere bassi i salari, demolire lo stato sociale e liquidare il diritto del lavoro». A meno di 25 anni dalla sua fondazione e meno di 15 dall’introduzione della moneta unica, la Ue sta andando verso il disastro: «Tra il 2008 e il 2010 i governi Ue hanno speso o impegnato 4.500 miliardi di euro per salvare le banche, ma non sono riusciti a trovarne 300 per salvare la Grecia, la cui uscita incontrollata dall’euro potrebbe far implodere l’intera Ue». Gli squilibri tra gli Stati membri sono aumentati, anziché diminuire, a tutti vantaggio dell’élite tedesca: «Ad onta della normativa Ue che impone di limitare l’eccedenza export-import, la Germania continua ad avere eccedenze dell’ordine di 160-170 miliardi l’anno, uno squilibrio che potrebbe contribuire al fallimento dell’Unione». Intanto, la disoccupazione è diventata una piaga storica, una tragedia che ormai colpisce 25 milioni di persone. Quelle a rischio povertà sono oltre 100 milioni. E in vari paesi – Grecia, Italia, Spagna – la inoccupazione giovanile oscilla tra il 40 e il 50%, un tasso mai visto da quando essa viene censita.

Le disastrose politiche di austerità imposte dai governi per conto delle istituzioni Ue (in aperta violazione delle leggi internazionali sul diritti dell’uomo) hanno colpito con durezza i sistemi di protezione sociale e l’istruzione, hanno paralizzato la manutenzione delle infrastrutture (ponti, dighe, strade, trasporti, viadotti, argini: per risanarli ci vorranno migliaia di miliardi). Le misure di austerity hanno spinto nella povertà altre masse di persone, anche in quella Germania «che proprio dell’impoverimento dei vicini aveva fatto il perno della sua politica economica». La popolazione, continua Gallino, reagisce a quanto avviene in due modi: non andando a votare nella misura del 60% per l’unico organo Ue democraticamente eletto, il Parlamento Europeo, con punte dell’80% nei nuovi Stati membri, e dando «un largo e crescente consenso alle formazioni di estrema destra, in Francia, Italia, Polonia, Ungheria». Gli elettori non hanno memoria del pericolo che l’estrema destra rappresenta per la democrazia? In realtà, «nella Ue la democrazia è stata già da tempo svuotata di senso dalla oligarchia politico-finanziaria di Bruxelles e dintorni».

Data la situazione attuale, Gallino vede solo due possibilità, una peggio dell’altra: un collasso catastrofico dell’Unione Europea oppure la sopravvivenza dell’euro-regime, che finirebbe di vampirizzare gli Stati membri, fino all’ultima goccia di sangue. Un crollo potrebbe essere innescato da un singolo paese, «costretto a uscire dall’euro perché a causa del suo bilancio pubblico strangolato dalle politiche di austerità non riesce a pagare i suoi creditori privati, i quali sono tanto stupidi da non rendersi conto che è sempre meglio un debitore che paga poco, in ritardo e a rate, di un debitore che non può pagare niente perché è stato imprigionato a causa del suo debito». Gallino ricorda lo scrittore Daniel Defoe: imprigionato per debito nel 1692, riuscì a convincere il governo inglese a introdurre una riforma che permetteva al debitore di continuare a lavorare e produrre reddito, in modo da poter rimborsare almeno in parte i suoi creditori piuttosto che marcire inoperoso in prigione. «Al confronto, la Troika è in ritardo di tre secoli».

L’altro rischio “sistemico” è quello rappresentato dalle grandi banche, zeppe di titoli tossici. Lo stesso Barnard ha più volte denunciato il caso della Deutsche Bank, che sarebbe esposta per una cifra mostruosa, 70.000 miliardi di euro. «E’ la banca più fallita del mondo: un buco visibile anche dalla Luna». Dall’inizio della crisi, scrive Gallino, alcune delle maggiori banche europee, a cominciare dalla britannica Hsbc, hanno pagato decine di miliardi di dollari a causa di varie penalità che hanno accettato di pagare alle autorità americane ed europee per non arrivare a un processo relativo alle loro infinite violazioni delle leggi finanziarie. «Ma è possibile che a un certo punto un processo arrivi, e le sue conseguenze siano tali che la banca interessata fallisce perché né il suo governo né le istituzioni europee dispongono più dei mezzi per salvarla, da cui un effetto domino che travolge sia la Ue che l’euro».

Il secondo scenario prevede invece che la Ue e l’euro sopravvivano alla meglio per altri venti o trent’anni, «cucendo rappezzo su rappezzo istituzionale per far fronte ai sempre più diffusi segni di malcontento di nove decimi della popolazione, impoverita e tartassata dal lavoro che manca, dalla distruzione dei sistemi di protezione sociale, dai continui diktat oligarchici della Commissione Europea e delle Bce che esautorano totalmente i governi nazionali senza dare nulla in cambio». Intanto, «il decimo al vertice della stratificazione sociale continua ad arricchirsi a spese degli altri nove: dopotutto, è per esso che i trattati Ue sono stati confezionati». Uscirne sarebbe facile, dice Gallino (è la stessa tesi di Marine Le Pen). Ovvero: la Ue dispone la soppressione consensuale dell’euro e il ritorno alle monete nazionali, con parità iniziale di 1 rispetto all’euro. «Si potrebbe anche prevedere che l’uscita dall’euro sia decisa paese per paese, di modo che se qualche Stato membro lo volesse fare ne avrebbe facoltà, mentre altri potrebbero tenersi l’euro».

Anche la soppressione dell’euro presenta dei rischi? «In ogni caso, sarebbero inferiori a quelli che oggi corre la Ue sia per i suoi difetti strutturali, sia per la possibilità che l’uscita improvvisa di un paese – si tratti della Grexit, della Brexit (sebbene la Gran Bretagna non abbia l’euro) o altro – rechi seri danni agli altri». Di certo i rischi «sarebbero accentuati dai paesi – in primo luogo la Germania – che dall’euro hanno tratto i maggiori vantaggi». Piano-B: mantenere in vita l’euro facendo però circolare una moneta fiscale parallela, nazionale. «Da moneta unica, l’euro diventerebbe così una moneta comune». Moneta “fiscale”: significa che suo il valore sarebbe assicurato dal fatto che essa verrebbe accettata per il pagamento delle imposte, e sarebbe comunque garantita dalle entrate fiscali. Se ne parla da tempo in Francia, nel Regno Unito e anche in Germania. Il problema è politico: chi mai avanzerebbe la richiesta di abbandonare o sterilizzare l’euro? Forse la Grecia, forse la Spagna nel caso in autunno vincesse “Podemos”. «Da parte del governo italiano in carica un atto simile è inimmaginabile, essendo il medesimo del tutto allineato sui rovinosi dogmi di Bruxelles».

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