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venerdì 19 giugno 2015

Per l'Italia è tempo di pensare con la propria testa

di Giuseppe Cucchi

Il mondo dell'epoca bipolare aveva il grosso vantaggio di essere in bianco e nero.
Come nei film western della mia gioventù, i buoni stavano da una parte, tutti vestiti di bianco, mentre dall'altra si ammassavano i cattivi, accuratamente abbigliati in nero. In questo modo, riuscire a comprendere chi fosse buono e chi fosse cattivo non era affatto difficile, considerato come se non esistessero, almeno ufficialmente, le infinite sfumature di grigio che avrebbero potuto fungere da ponte fra le due parti e complicare la situazione.
Per noi militari le cose erano addirittura più facili, visto che i buoni facevano tutti capo alla medesima alleanza e quasi tutti i cattivi all'alleanza contrapposta. Rimaneva fra i due estremi una vasta terra di nessuno, quella dei paesi cosiddetti non allineati, che però venivano considerati ininfluenti dal punto di vista dell'equilibrio generale, salvo poi doverci dolorosamente ricredere allorché ci si trovava di fronte a situazioni come quella del Vietnam.

In questa divisione manichea del mondo, i nostri grandi alleati d'oltreoceano, gli Stati Uniti, erano molto più rigidi di quanto noi non fossimo. "O sei con noi - era il loro credo - o sei contro di noi". Avevano grosse difficoltà a comprendere noi europei quando tentavamo di spiegare loro che le varie sfumature di socialismo non potevano essere automaticamente tutte assimilate al comunismo, nonostante la comune matrice marxista. Poi sono successe un sacco di cose in un periodo che la globalizzazione ha reso estremamente breve, accelerando un'evoluzione che già con tempi decisamente più lunghi sarebbe stata molto difficile da recepire e gestire correttamente. Lo scenario odierno è quindi ben diverso da quello di venticinque anni fa, quando il mondo bipolare e l'ordine mondiale che esso custodiva ebbero fine.
Cessato il bipolarismo è di conseguenza finito anche il manicheismo. Buoni e cattivi non esistono più e nessuno veste più esclusivamente in nero o in bianco; siamo tutti abbigliati - noi italiani compresi - in sfumature cangianti di grigio. Possiamo tutti essere buoni o essere cattivi. Oppure essere visti come tali da qualcuno, magari ieri amico o nemico, che in un determinato settore e circostanza stiamo favorendo o danneggiando.
In assenza di legami collettivi particolarmente stretti, che la Nato non è riuscita a mantenere, l'Unione Europea a far maturare e l'Onu a imporre, il mondo è diventato uno scacchiere in cui le alleanze e gli allineamenti fra i vari protagonisti sono determinati in ogni momento dalla visione che ciascun paese ha del proprio interesse nazionale. Si tratta di una regola comune che spiega comportamenti che altrimenti risulterebbero incomprensibili.
Così Israele, che per buona parte deve agli Stati Uniti la propria sopravvivenza come nazione sovrana, invia il primo ministro Benjamin Netanyahu a parlare al Congresso americano contro il presidente e il governo in carica di quello che dovrebbe essere il suo maggiore alleato.
Così la Turchia lascia transitare i volontari dello Stato Islamico (Is)rifornendoli probabilmente anche d'armi, malgrado il "califfato" sia condannato da più o meno tutti i paesi dell'Alleanza Atlantica, di cui Ankara fa ancora parte.
Così la Francia, incurante del danno che ciò può provocare all'Italia, fa partire l'azione contro Gheddafi in Libia allorché pensa che il crescente prestigio acquistato dal Colonnello nel Continente Nero possa porre in discussione la sua sfera di influenza nell'Africa francofona. E maramaldeggia in tempi successivi, sospendendo l'accordo di Shenghen e respingendo alle frontiere proprio quel flusso di profughi che essa stessa ha contribuito a creare.
Così gli Stati Uniti mantengono un elevato livello di tensione e di contenzioso con la Russia, benché ciò vada chiaramente contro gli interessi dell'Unione Europea che di quest'ultima è complementare e che ha forti difficoltà a rinunciare al gas russo e ai proventi delle esportazioni verso quel paese.
Nello stesso modo, la Germania ha imposto a lungo ai propri partners nell'Ue una linea di austerità che favoriva gli interessi tedeschi ma non permetteva alcuno sviluppo ai paesi meridionali del continente travagliati dalla crisi economica. Gli esempi potrebbero essere ben più dettagliati e numerosi.
Terminata dunque l'epoca del mondo di Rousseau, siamo di nuovo in un quadro hobbesiano in cui ciascuno è lupo contro tutti gli altri? Certamente no: accettare una conclusione di questo genere sarebbe spingere il ragionamento a estremi che non sono ancora stati raggiunti.
È però innegabile che tutti i protagonisti della scena internazionale agiscano oggi con una attenzione concentrata su se stessi maggiore che in passato, non esitando ad assumere atteggiamenti duri nei riguardi di chiunque abbia interessi contrastanti, amico o nemico che sia. O che come tale si consideri, o sia considerato.
Si tratta di una amara verità di cui anche noi italiani dovremmo finalmente renderci conto. Abituati come siamo da decenni a lasciare che alla nostra sicurezza provvedano altri e che la nostra economia venga tutelata - se e quando essa lo è - in ambito multinazionale, per noi è stato normale sino a oggi accettare anche le decisioni più scomode o più pericolose purché portassero il sigillo di paesi che consideravamo amici, in particolare del Grande Fratello d'oltreoceano.
Fra l'altro siamo stati e siamo ancora (purtroppo!) disposti ad accettare anche una retorica ormai stantia che fa riferimento a vecchi debiti di riconoscenza da saldare a ben settant'anni di distanza da una "Liberazione" che abbiamo ormai ripagato più e più volte, se non altro con quel nostro costante atteggiamento di assoluto appoggio alle esigenze atlantiche che ci meritò a suo tempo il poco lusinghiero soprannome di "bulgari della Nato". È proprio in nome di quella retorica, e di una non ben definita "solidarietà alleata", che manteniamo ancora ottocento nostri soldati a rischiare la vita in un Afghanistan da cui gli Stati Uniti, cioè coloro che ci hanno chiesto di restare, se ne stanno andando.
Indubbiamente è tempo di crescere, di diventare adulti, di vivere di realtà e non di illusioni, di recuperare il ritardo che abbiamo accumulato rispetto a uno scenario che si fa di giorno in giorno sempre più cangiante. Ciò non significa rinnegare passato e amicizie che ci hanno aiutato, protetto, arricchito e aiutato a crescere. Né significa essere disposti ad aprire senza accurata valutazione e privi di ogni sospetto le proprie braccia ai nemici di un tempo. Per poter progredire però ogni situazione deve ora essere valutata come un caso a sé stante e ogni protagonista schedato sulla base dell'atteggiamento che assume nel caso specifico.
Senza dimenticare mai che quando sono in gioco i loro interessi, gli Stati tendono sempre a trasformarsi in "mostri freddi", come scriveva a suo tempo Morgenthau con lucido ma estremamente realistico cinismo.

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