ULTIMI POST

giovedì 25 giugno 2015

Il supersfruttamento nella fabbrica simbolo del Jobs act: la FIAT di Melfi

di Giorgio Cremaschi

Ora su Twitter Renzi fa concorrenza a Chiambretti pubblicizzando l’Alfa Romeo. Pochi giorni fa il presidente del consiglio era andato in visita allo stabilimento Fiat di Melfi facendo un po’ di selfie assieme a Marchionne e a personale selezionato, ma non abbastanza visto che una lavoratrice aveva rifiutato di stringergli la mano. Il capo della  FCA  e quello del governo sono da tempo sodali e lo stabilimento lucano del gruppo è diventato l’emblema della propaganda sulla ripresa grazie alla distruzione dei diritti del lavoro. La Fiat di Melfi ha annunciato un migliaio di assunzioni ed è così diventata l’immagine vincente del Jobsact. Un’immagine diffusa dal solito regime mediatico compiacente, dietro la quale però si  nascondono il  supersfruttamento del lavoro e l’aggressione permanente alla salute  e alla dignità delle persone

.

Ogni settimana quasi 200 lavoratrici e a lavoratori  si recano in infermeria. Una parte lo fa per le contusioni dovute alle postazioni  scomode e affollate, che fanno sì che le persone urtino frequentemente contro le scocche e gli impianti. Molte e molti altri invece  si ricoverano perché manifestano sintomi di  collasso provocati da eccessivi ritmi di lavoro.
Da un indagine fatta negli ospedali della regione risulta che da quando il lavoro è ripreso a pieno regime dopo la cassa integrazione, con peggiori ritmi di lavoro, le richieste da parte degli operai di controlli cardiologici sono aumentate in modo abnorme.

Altro che modernità, a Melfi si lavora secondo i più brutali canoni del fordismo dei primi del 900, con condizioni persino offensive per la dignità delle persone. In una postazione del montaggio , esattamente nel reparto motori, i due operatori sono costretti a lavorare uno sopra l’altro, fisicamente attaccati, anche  se sono un uomo ed una donna…
Nella lastratura si lavora costantemente in un’ambiente viziato dagli odori e dai fumi provocati dai tanti robot che saldano i vari pezzi della scocca, disagio aggravato dal fatto che in  tutta la fabbrica in questi mesi estivi il caldo è insopportabile. Anche perché l’azienda del munifico Marchionne, che nel 2014 ha intascato 60 milioni di euro in emolumenti e benefit, risparmia energia sui condizionatori d’aria,  che sono stati lasciati spenti fino a che non sono cominciate le proteste.
Nel 2004, dopo ventun giorni di sciopero, per i lavoratori Fiat finirono le terribili turnazioni di sabato e domenica. Ora si è tornati a lavorare per tutta la settimana, per cui al peso dei rimi di lavoro insostenibili si aggiunge la cancellazione dei ritmi di vita, in particolare di quelli familiari, per donne e uomini in gran parte pendolari da lunghe distanze. Oltre che i collassi psicofisici ci sono così quelli di nuclei familiari, nei quali i figli piccoli son lasciati senza genitori il sabato e la domenica.
La grancassa mediatica  ha molto tuonato per le centinaia di assunzioni con contratti precari realizzate per lanciare la ripresa produttiva. I giovani, in gran parte entrati attraverso i soliti canali meritocratici cioè con raccomandazioni varie, sono stati  sconvolti da come si lavora in Fiat. Avevano creduto alla propaganda sulla fabbrica moderna  ultratecnologica dove si sarebbe maturata un’alta professionalità, e si sono trovati ammucchiati nella più brutale ed antica catena di montaggio. Diversi non hanno retto e hanno abbandonato.
Ma non c’è solo passività. Un nucleo di delegati e lavoratori della FIOM ha cominciato ad organizzare una dura e difficile resistenza. Scioperi contro i turni massacranti e gli straordinari, intervento sulle condizioni di lavoro, denunce. La fabbrica non era più abituata al conflitto perché il dominio dei sindacati complici, FIM, UlLM, Fismic, che hanno sottoscritto tutti i peggioramenti delle condizioni dai lavoro, aveva coltivato la rassegnazione. Ma il nucleo FIOM, spesso neppure supportato dalla direzione nazionale,  ha dato l’esempio ed ora sui ritmi alla Charlot cominciano a comparire contestazioni diffuse. Ci vorrebbe molto di più naturalmente , ma purtroppo la Fiat di Melfi è davvero una vetrina del paese, come sostengono Renzi e Marchionne. La vetrina di un paese ove si alimenta  il senso comune secondo cui chi lavora è già fortunato e non ha null’altro da  domandare, un paese ove proprio per questo continuano a comandare i peggiori governanti e i  peggiori imprenditori.

Nessun commento: