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mercoledì 8 aprile 2015

Nella corruzione siamo tanto bravi da non star dietro neppure a noi stessi


di 
Rossella Guadagnini

Italiani corrotti e contenti? A quanto pare sì. Se ne sono accorti in molti, se ne sono accorti in troppi. È un coro a più voci, per niente angelico. Stavolta tocca al settimanale tedesco "Der Spiegel" che ci dedica un servizio del corrispondente da Roma, Hans-Jürgen Schlamp, con un duro e motivato giudizio sul nostro Paese: collusi e impenitenti siam fatti così.

Basta scorrere le immagini a corredo per avere un panorama chiaro: Expo, Lupi, Mose, Orsoni sindaco con una gondolina in mano, Mafia Capitale con Carminati tra i carabinieri, Alemmano con Berlusconi che sostiene sorridendo il nuovo sindaco di Roma, una via piena di rifiuti non raccolti, il viadotto appena costruito e appena crollato ad Agrigento. Da aggiungere anche il caso Ischia-Cpl Concordia: da nord a sud della Penisola, il guaio è che non si riesce ad aggiornare i dati così rapidamente. In questo siamo tanto bravi da non star dietro neppure a noi stessi. A nulla sono valse le parole di Papa Francesco, a Scampia, sulla corruzione "che spuzza". Hanno fatto il giro del mondo, non delle nostre case evidentemente.

È quanto osserva lo "Spiegel", che non ci ribelliamo più, investendoci di un titolo poco onorifico: campioni europei di corruzione. Tanto ci siamo abituati all'anormalità che in Parlamento si discute di come allentare le misure di contrasto. Dove è la logica? Il ddl, presentato dal presidente del Senato ed ex magistrato antimafia, Piero Grasso, è rimasto a giacere per mesi e mesi nella completa indifferenza, mentre al momento della discussione in aula "è stato ammorbidito in numerosi punti. E verrà ulteriormente addolcito – sottolinea lo "Spiegel" – visto che molti politici in tutto il Paese sono coinvolti in indagini sulla corruzione, oppure vogliono aiutare i loro colleghi di partito. Non passa praticamente un giorno (in Italia, ndr), senza che un nuovo caso diventi di dominio pubblico".

I tedeschi non ci amano? Può darsi, di certo però ci giudicano. E non sono i soli. A puntare il dito contro il malaffare organizzato che – in tempo di crisi – appare ancora più difficile da arginare non sono solo le indagini della magistratura e le rivelazioni della stampa: l'Ocse, ha reso noto pochi giorni fa, a Parigi, durante un convegno sulla corruzione a cui ha partecipato il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, un documento, "Cubbing corruption. Investing in growth", che riporta uno studio Gallup. In Italia la corruzione percepita nelle istituzioni nazionali e locali è al 90%, al top tra i Paesi sviluppati. Sono stati ricordati gli alti costi di questa pratica in termini economici: dalle spese più alte per le opere pubbliche per la concessione delle quali si sono pagate tangenti, alla scarsa qualità delle opere stesse, fino all'errata collocazione delle risorse pubbliche. Il costo delle truffe negli investimenti – scrive l’Ocse – non è solo economico, ma politico e istituzionale, con seri risvolti per la legittimazione dell’apparato dello Stato e la capacità delle istituzioni governative di funzionare in modo efficace.

Per l’Ocse c’è una «forte relazione» tra la corruzione percepita e la fiducia nel governo, che da noi si attesta intorno al 30 per cento: più alta è la corruzione percepita, più bassa è la fiducia nelle istituzioni. «Esiste una stretta connessione – ha sottolineato il capogabinetto del Ministero Economia e Finanze, Roberto Garofoli – tra economia e legalità o illegalità. La corruzione crea dei danni di sistema, non scientificamente misurabili – perché per definizione è un fenomeno sommerso – ma che influenzano l’andamento dell’intera economia. A detta di alcuni esiste correlazione diretta tra la crescita del Pil e l’indice di percezione della corruzione. Il Pil aumenta dove la corruzione è meno percepita e viceversa». Dal punto di vista economico l'analisi è impietosa.

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"Io sono responsabile". E voglio esserlo. Questo dovrebbe annunciare un manifesto di intenti contro la corruzione. "E alcuni sono più responsabili di altri": chi può, chi deve. È il caso di chi abbia incarichi pubblici o occupi posizioni privilegiate con maggiori onori, ma anche maggiori oneri da sostenere. Lo sappiamo tutti cosa è bene e lo ignoriamo tutti. Quando i magistrati sostengono che le leggi ci sono, basta applicarle, proprio questo intendono. "La rinuncia ad assumere le proprie responsabilità erode ogni relazione, corrode la comunità. La corruzione nasce da qui. È un fenomeno etico, prima ancora che politico". Le parole più lucide e calzanti che ci giungono in questi giorni sulla corruzione che ci attanaglia, divora il Paese, inquieta il sonno e rovina l'umore di alcuni rappresentanti istituzionali, non provengono da un magistrato, tanto meno da un politico. È un filosofo a parlare, anzi una filosofa, Donatella Di Cesare. I filosofi non si sono occupati mai tanto di «responsabilità» come negli ultimi decenni: da Emmanuel Lévinas a Hans Jonas la responsabilità è divenuta un tema al centro del dibattito contemporaneo, probabilmente a causa della crescente deresponsabilizzazione dell'epoca in cui viviamo.

Docente di filosofia teoretica all'Università la Sapienza di Roma e allieva di Hans-Georg Gadamer, Di Cesare è salita di recente agli onori delle cronache per la vicenda dei "Quaderni Neri" e le sue affermazioni su Martin Heidegger, autore di quegli scritti, che si sarebbe dimostrato attraverso le riflessioni contenute negli appunti non solo filonazista ma anche antisemita. In un recente articolo del Corriere della Sera (del 5 aprile) Di Cesare scrive che la corruzione è "fenomeno etico prima ancora che politico". Su questo si è tutti d'accordo, anche chi disprezza profondamente l'etica e quanto ne consegue, essendo impegnato in primis a occuparsi di "cose concrete" che con l'etica – a suo (malaugurato) avviso – hanno ben poco a che fare. L'etica – lo ricordiamo per gli studenti – è la ricerca "di ciò che è bene per l'uomo, di ciò che è giusto fare o non fare", il cui sinonimo nel linguaggio comune è morale. Per estensione l'etica è il modo di comportarsi in base a ciò che ciascuno ritiene sia la cosa più giusta. Insomma è qualcosa che ha a che fare con "il giusto" e "il bene" strettamente correlati.

"Ma – prosegue la filosofa – non sarà mai possibile vederne con chiarezza gli effetti devastanti, se non si risale a quel luogo in cui la corruzione affiora. Ed è là dove il legame con l’altro si deteriora, dove chi dovrebbe rispondere preferisce sottrarsi. L’io si deresponsabilizza. Chiamato in causa, non si assume l’onere della decisione, e aggira l’impegno, evade l’obbligo che lo lega agli altri". Che significa? Che l'individuo, il cittadino non è più parte di una comunità, ma agisce da solo. Rompe intenzionalmente il vincolo che lo unisce alla società di cui fa parte, persegue i propri fini e soltanto quelli. Il proprio interesse e solo quello. Il proprio tornaconto e solo quello. È condannato a un destino di solitudine che lui stesso ha determinato, ponendosi al di sopra della legge, contro il benessere sociale e a vantaggio del proprio interesse. Per lui, per i suoi familiari, per i suoi amici, per i suoi conoscenti e così via.

Il denaro che ha preso, i benefici di cui (immeritatamente) gode servono anche a questo, a colmare il divario mettendo a tacere i ripensamenti, ad addormentarne lo spirito ingigantendo il desiderio di potere, ad accrescerne il senso malinteso di superiorità. Ma quanti oggi – in cambio di aiuti, favori, prestigio, poltrone – sono disposti a cadere in questo stato di torpore, in questo felice letargo, nel quale i distinguo sono troppo complessi e noiosi, sempre giustificati dal "così fan tutti"? Come se l'uomo politico di oggi, pur dimostrando almeno una certa abilità nell'essere arrivato fino dove è arrivato, a un tratto, non fosse più consapevole di ciò che fa (che accade 'a sua insaputa') e soprattutto di ciò che non si fa (io non ho fatto nulla) e non sapesse più distinguere il bene dal male. "Chi sono io per giudicare?", dice. Così la sua identità scompare, afferrata dal dubbio – mai manifestatosi fino ad allora – di non essere niente e nessuno, anzi di essere come tutti gli altri, mentre finora il suo sforzo è stato proprio quello di distinguersi da tutti gli altri. Come credere a una favoletta del genere?

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Ognuno di noi, nel proprio ambito, ha occasione di dire dei no ("I would prefer not to", rispondeva Bartleby
lo scrivano di Melville), di opporsi a come gira, di fare ostruzionismo, di resistere; tutto questo ha però un prezzo: costa fatica e per giunta oggi non è considerato un comportamento socialmente condiviso e premiante. Non diventi un 'eroe' se contrasti l'ingranaggio, non diventi ricco e famoso, anzi rischi di essere travolto e schiacciato, di risultare addirittura un "perdente" nella considerazione sociale, di inceppare l'organizzazione, di non far girare a dovere la ruota.

Chi accetta la corruzione, la pratica o la subisce, "apre una falla, una incrinatura. E mentre una crepa si aggiunge alla precedente, la comunità, inevitabilmente, si sgretola. La corruzione non sta solo nelle mazzette – ricorda ancora Di Cesare – simbolo del disfacimento che prevale, dell’integrità che viene meno. Una comunità corrotta è quella i cui membri non rispondono di sé e non rispondono agli altri". Ossia si comportano come degli ossessi, dei posseduti dall'inconsistenza (non sapevo, non volevo, non ero) delle loro azioni, non riconoscono alcun torto fatto agli altri e alla società. Sono sordi ai bisogni degli altri, alle loro necessità, alle loro richieste. Da ministro delle Infrastrutture, Lupi sentiva la necessità di varare un manuale di comportamento etico per i dipendenti del suo dicastero, che per lui – a quanto pare – non aveva alcun valore. È questa la crepa in cui è caduto.

Nei confronti della Grande Truffa siamo tutti, in qualche misura, responsabili: inutile far finta di non saperlo. Secondo le ipotesi degli inquirenti – ricorda lo "Speigel" – ci sarebbero state condotte illecite negli appalti dell'operazione "Sistema" per un valore complessivo di circa 25 miliardi di euro. Una cifra che – tanto per avere un'idea – equivale a quella che si spera venga ricavata dalle privatizzazioni di Enel, Poste, Fs, Enav ecc. ecc. che, tra il 2015 e il 2018, ci porterà "introiti pari all'1,7-1,8% del Pil". Vale a dire oltre 26 miliardi che abbatteranno significativamente il debito pubblico, come ha appena spiegato Padoan nel presentare il Documento di Economia e finanza. Un Def di ampio respiro – ha twittato il ministro – che proietta l’economia italiana verso "una fase di crescita sostenibile, responsabile e capace di creare occupazione". Responsabile appunto. E poi si dice che in Italia i conti non tornino mai.

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