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lunedì 27 ottobre 2014

Scure sul lavoro? Ce lo chiede l’Europa, anzi l’Eurozona

«L’Europa rappresenta poco più del 7% della popolazione mondiale, genera il 25% del Pil globale ma finanzia il 50% delle spese sociali». L’ha detto e ribadito in ogni occasione Angela Merkel, a partire da un’intervista concessa al “Financial Times” nel 2013. Quello che la cancelliera evita di ammettere, però, è che l’Eurozona è l’unico posto al mondo in cui i paesi non sono sovrani della propria moneta: impossibile qualsiasi manovra finanziaria statale, impossibile investire nellavoro e nel welfare. Impossibile, se il debito pubblico dello Stato – il normale, fisiologico debito pubblico (deficit positivo) attraverso cui lo Stato finanzia famiglie e imprese – diventa debito “privato”, come se lo Stato fosse, appunto, retrocesso al rango di azienda privata, di semplice nucleo familiare (soggetti che il denaro possono solo guadagnarlo e risparmiarlo, ma non crearlo dal nulla). Così, grazie a questa provvidenziale omissione, ecco che gli oligarchi snocciolano la loro “versione” della cosiddetta crisi, come se l’Europa fosse nelle stesse condizioni dei paesi sovrani.

Grafici alla mano, scrive Anna Lami su “Megachip”, le classi dominanti europee non possono più “permettersi” unwelfare tanto significativo, se vogliono continuare a competere con il resto del mondo: «Dietro la politica di austerità europea c’è, infatti, la proiezione dell’imperialismo Ue nella competizione mondiale». La riforma del lavorofirmata Renzi? «Può essere compresa solo in quest’ottica». Rinunciando in partenza alla leva monetaria per investire in posti di lavoro e innanzitutto nei consumi interni, anziché sull’export, ecco che «la necessità di ridimensionare i salari e i diritti dei lavoratori europei» diventa una strada obbligata, insieme all’aumento della tassazione e alla campagna di privatizzazioni, prima fra tutte quella dei servizi tariffari di base – acqua, luce, gas – cui mira la “riforma” del Tivolo V della Costituzione, che tuttora garantisce la sovranità, in materia, da parte degli enti locali.

Senza moneta e senza lavoro, con super-tasse e consumi interni in crisi, la sola via dell’export è ovviamente un suicidio: la stessa Cina, regina mondiale delle esportazioni a basso costo, ha comune inziato a delocalizzare le produzioni in Africa, dove la manodopera costa ancora meno. Stessa musica, continua Anna Lami, da Mario Draghi: per il presidente della Bce, «agire sul fronte della competitività salariale è condizione necessaria ma non sufficiente affinché l’Eurozona stia al passo con il ritmo dei paesi emergenti». Per Draghi,il nostro “vantaggio comparato” deve venire «dalla combinazione della competitività dei costi con la specializzazione in attività ad alto valore aggiunto: un modello di business che paesi come la Germania hanno dimostrato essere di successo». Sappiamo che è falso: il super-export tedesco trionfa per il momento a spese del Sud Europa, Italia in primis, e produce stress sociali inauditi, di cui – come ricorda Luciano Gallino – i mini-job da 450 euro mensili sono solo uno dei sintomi più acuti. Il “modello tedesco” imposto a tutti, per inciso, è quello che sta sprofondando nel disastro anche paesi come la Francia, dove più cresce anche politicamente l’aperta ostilità verso l’orrenda Europa “tedesca”.

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