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martedì 28 ottobre 2014

Piketty: Italia e Francia dovrebbero avere più coraggio nell'opporsi alla Merkel

« Errare è umano, perseverare è diabolico. Cambiamo strada, ora ». Thomas Piketty è in testa alla classifica degli economisti che proprio non amano l’austerità. «Non per partito preso o per bieca ideologia», premette. «Semplicemente perché ho studiato la storia del debito pubblico dall’Ottocento ad oggi». A 43 anni appena compiuti è ormai entrato nella ristretta cerchia degli oracoli, o guru che dir si voglia. Tutta colpa, o merito, de “Il capitale del XXI secolo”, appena pubblicato in Italia da Bompiani, il libro con cui analizza l’esplosione delle disuguaglianze e un capitalismo basato sulla rendita finanziaria più che sul lavoro. Un bestseller mondiale a sorpresa, incensato da Paul Krugman, che addirittura mette Piketty sulla rampa di lancio per la candidatura al Nobel. Piketty crede che il vulnus dell’Eurozona sia soprattutto politico: «I paesi dell’euro devono avere un Parlamento che possa decidere in autonomia rispetto alle istituzioni dei 28 paesi dell’Ue. Abbiamo creato un mostro: non possiamo più avere una moneta unica senza una politica di bilancio comune».

I debiti pubblici europei, dichiara Piketty ad Anais Ginori in un’intervista per “Repubblica” ripresa da “Micromega”, non sono più elevati che in America, nel Regno Unito o in Giappone: eppure «solo qui, in Europa, abbiamo trasformato questa situazione in una crisi di sfiducia e stagnazione dell’economia». E dire che «i fondamentali dell’Europa sono migliori di quel che pensiamo: i patrimoni e i redditi non sono mai stati così alti. Anzi, sono aumentati in percentuale del Pil più che i debiti pubblici. Sono i nostri governi ad essere poveri». Soluzioni sbagliate: «Per ridurre il debito con avanzi primari sul bilancio statale, come cerca di fare l’Italia, ci vogliono decenni. Nell’Ottocento il Regno Unito aveva il 200% di debito pubblico sul Pil. Nel 1910, attraverso continui avanzi primari, è arrivato al 20% del Pil. Ma in un secolo il Regno Unito ha speso più per rimborsare debito che per investire nel sistema educativo. E’ un esempio triste, che ci dovrebbe far riflettere».

Più flessibilità sui deficit, allora come chiedono timidamente Francia e Italia? «Mi fa paura l’assenza di proposte che colgo in Hollande e Renzi», dice Piketty. «Non si può dire solo meno austerità, più investimenti. Per la Germania è facile rifiutare. È come se qualcuno chiedesse di avere una carta di credito in comune, facendo la spesa per conto suo. Italia e Francia dovrebbero avere più coraggio. Mettere subito sul tavolo un progetto di unione politica. A quel punto, anche i tedeschi sarebbero in difficoltà». Unione politica, ovvero: «Un Parlamento dell’Eurozona, anche con meno paesi degli attuali 18, ma con un bilancio comune, un solo ministro delle Finanze, un livello di deficit votato di anno in anno in base alla congiuntura. Non potrà mai funzionare una moneta unica con 18 sistemi economici e sociali, 18 debiti pubblici e 18 tassi di interessi su cui i mercati possono speculare». Ci sarebbe posto per Francia, Italia, Germania, Belgio, Olanda e Spagna. «Serve un gruppo pilota per dimostrare che l’integrazione delle politiche di bilancio è possibile».

Oggi, continua Piketty, i tassi di interesse sui titoli di Stato nell’Eurozona vanno dallo 0 al 4%. «Non è normale, per paesi che fanno parte della stessa unione monetaria. I mercati continuano a mettere in conto che qualche paese possa fare default o uscire dall’euro». Grosso ostacolo, l’attuale governance europea: un sistema «bloccato dalla regola dell’unanimità», che non prevede compromessi e coalizioni. «Bisogna dare fiducia alla democrazia: i cittadini sono pronti se spieghiamo che con un Parlamento dell’Eurozona si potranno adattare i deficit alla congiuntura, lottare meglio contro l’evasione fiscale, oppure votare un’imposta sui redditi delle società. Oggi in Europa le multinazionali pagano meno tasse delle piccole e medie imprese. E’ un’assurdità». E il piano di investimenti della nuova Commissione Europea? «Per arrivare a 3-400 miliardi di euro sono stati addizionati investimenti pubblici e privati che ci sarebbero stati comunque. Non ci sarà alcun impatto sui bilanci nazionali e sull’economia europea. E’ solo un trucco contabile». E ovviamente c’è l’euro: «La speculazione sulle monete è stata sostituita da quella sui tassi d’interesse. E oggi i governi non hanno più l’arma della svalutazione. Siamo in trappola».

Conclusione: Visto che la Germania non ha nessun interesse a fare un'Europa veramente Unita, sia politica che economica, bisogna uscire immediatamente dall'Euro.

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