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lunedì 15 settembre 2014

Renzi, ovvero: la sinistra fa ciò che la destra minaccia

di Angelo d’Orsi 

“La destra fa ciò che la sinistra promette", recitava negli anni Ottanta una pubblicità; era della serie oggi interrotta di un amaro, che trasformava gente comune in testimonial del prodotto, con delle frasi a effetto. Quella era parsa una simpatica provocazione. Oggi, nell’Era Renzi, possiamo capire quanta verità vi fosse in quello slogan: basta rovesciarlo. "La sinistra fa ciò che la destra minaccia". Il già sindaco fiorentino, poi leader del PD, e subito dopo capo del governo nazionale, continuando a conservare quella poltrona da cui comanda caporalescamente il partito (che peraltro non sembra aver bisogno neppure della ferula del segretario-padrone), sta realizzando il pacchetto delle “riforme” che, come recita un mantra insopportabile, “l’Europa ci chiede”. Sono le stesse che aveva provato a portare avanti l’ex cavalier Berlusconi, incontrando sul suo cammino ben altri ostacoli: non solo il sindacato, a dispetto della corrività di Cisl e soprattutto Uil, ma una larga parte del Partito Democratico. E una vastissima opposizione sociale. 


Ora finalmente giunto al potere, Renzi, forte dell’appoggio dei 4/5 del suo partito, nell’inerzia del quinto restante, che passa dal silenzio al balbettio, procede spedito verso la Terza Repubblica. Lo stile è tutto, e la smart-politics del giovinotto in camicia bianca, che mangia e distribuisce coni-gelato, che si rovescia in testa secchiate d’acqua, i modi da ragazzetto dell’oratorio che vuol fare lo scapigliato, le battute che oscillano dalla noncuranza ostentata a quella della minaccia neppur velata, dicono molto del contenuto della sua politica, tradotta nell’ “agenda”, dei 100 giorni, poi dei 1000. E chissà dell’intero millennio, una volta realizzata la base di questa orrenda “nuova Italia” che costui vorrebbe costruire. 

Una Italia che, stando alle ultimissime dichiarazioni (ma sono di oggi, domani ce ne saranno altre: il nostro ama soprattutto dichiarare, in poche battute, se possibile in 140 caratteri: ecco, un cinguettio, un tweet, precisamente), smetta “la cultura del piagnisteo”. Anche in questo ostentato, reiterato ottimismo di facciata, si rivela berlusconiano. L’insistenza sul “ridurremo le tasse”, mentre la pressione fiscale aumenta, è nel cuore della politica degli annunci, da Silvio a Matteo. Tutti ricorderanno come nei mesi scorsi il Nostro abbia ripetutamente irriso i gufi, coloro che “frenano”, mentre una della sue fedelissime, la più nota delle bionde Renzi-girls, è diventata celebre per la battuta contro i “professoroni”, immancabile segnale di ogni forma di cultura parafascista. Qualsivoglia accenno di dissenso, anche espresso con un aggettivo limitativo, con un avverbio o una preposizione che esprimano un dubbio, viene bollato per tradimento del progetto patriottico: siamo alla campagna contro i “disfattisti” che in seno alla Prima guerra mondiale, ne fu uno dei portati più nefasti. Il fascismo storico fu la più tragica delle sue conseguenze. 

Non usa, tuttavia, soltanto il tasto imperioso, il nuovo astro della politica nazionale, che pretende di sommare la sagacia politica di un Cavour e la temerarietà di un Garibaldi, il decisionismo di Craxi e il battutismo di Berlusconi, per realizzare il suo “sogno” (parola che ricorre spesso nell’eloquio del Capo), che vuole “riportare l'Italia a rifare l'Italia” (?). Lo combina con un beffardo sarcasmo da quattro soldi, che riesca a raggiungere vette inquietanti, da piccolo duce (come lo appellai su MicroMega molti mesi or sono, quando ancora non era arrivato a Palazzo Chigi): siamo passati dal volgare “Fassina… chi?”, rivolto al suo compagno di partito nonché membro di governo, all’ irridente "brrr..., che paura!" in risposta alle riserve espresse dall'Associazione Magistrati sul progetto di “riforma della giustizia” che suona semplicemente mussoliniano. Dietro il simpatico ragazzo tutto pepe, affiora nei momenti cruciali il bulletto di quartiere, con ambizioni smodate, che vuol far intendere che a nessuno sarà permesso di ostacolare la sua irresistibile marcia: quante volte abbiamo sentito ripetere “Il governo va avanti”, “non ci lasciamo intimidire” (rivolto alle proteste degli agenti di polizia!), “non ci fermeranno”…? Nelle orecchie risuona il famigerato “Noi tireremo diritto”.

In questo stile che rivela la peggiore eredità di Craxi e di Berlusconi fuse insieme, ma immessa nel corpo della forza politica che era stata la principale avversaria dell’uno come dell’altro, ciò a cui stiamo assistendo è un processo di evidenza purtroppo chiarissima: ciò che il barzellettiere di Arcore, con la sua piacioseria grottesca, con le pacche sulle spalle (maschili) e le sui culi (femminili) aveva annunciato, per un ventennio, senza riuscire ad attuarlo in nulla (salvo la “riforma Gelmini”, che infatti ha distrutto il sistema universitario), è finalmente in corso d’opera, grazie al suo avversario politico, che, in effetti, ha con lui concordato ogni punto sostanziale del programma. 

Un programma di devastazione dell'impianto istituzionale della democrazia italiana, e del welfare state, che è poi il cuore della “postdemocrazia”: il punto centrale di ogni disegno di “cambiamento”. Eliminare garanzie, sottrarre diritti, ridurre margini di azione a chi la pensa diversamente, confinare in ghetti le residue opposizioni, e soprattutto, togliere di mezzo quel fastidioso ostacolo che è la Costituzione repubblicana e le leggi che nel corso degli anni hanno tentato di darle sostanza. Lavoro, scuola, giustizia, infrastrutture, difesa, cultura, politica estera...: il programma del Governo Renzi è solo l'aggiornamento e lo sviluppo del programma degli esecutivi precedenti, da Berlusconi ai pallidi Governi Monti-Letta. 

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