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lunedì 18 agosto 2014

L'Europa prigioniera dell'austerity: parola del Nobel Stiglitz

(a cura) di Francesco Semprini
«Finché dominerà la dottrina dell'austerity, l'Europa sarà prigioniera di performance economiche inique, e nessun progresso sarà fatto sul lato della crescita». C'è una causa ben precisa, secondo Joseph Stiglitz, a cui imputare i deludenti risultati dei Prodotti interni lordi registrati dai Paesi del Vecchio continente negli ultimi giorni, e non solo. Si tratta dell'austerità: che, secondo il Premio Nobel per l'economia nel 2001, penalizza anche chi l'ha sempre sostenuta, ovvero la Germania.


Professore, è davvero un'estate bollente per l'Europa....
«Un clima che era facilmente prevedibile. L'Europa persegue sulla via dell'austerità, una politica che, per come è state pensata, non privilegia affatto la crescita. Oltre a questo c'è il problema della Russia, da una parte le sanzioni e dall'altra la debolezza economica di Mosca vanno a ricadere su tutto il Vecchio continente».


Quanto durerà questa situazione?

«Temo a lungo, almeno sino a quando i governi continueranno a perseguire queste politiche improntate all'austerity. Occorre dire che non è solo questo il problema, ma anche quello dell'attuazione delle riforme strutturali. Qualcuno ha già iniziato questo percorso sebbene troppo lentamente. Si deve quindi dare maggiore impulso, non solo a livello nazionale ma nel più ampio quadro europeo».

Cosa intende precisamente?
«Che occorre portare a compimento l'unione bancaria, una unione che riguardi anche le garanzie e le assicurazioni sui depositi. Serve poi un sistema di Eurobond, e su questo sono stati compiuti progressi molto limitati. Sono tutti aspetti su cui c'è ancora un immobilismo di fatto e che si traducono nei risultati economici che abbiamo visto: una sostanziale stagnazione. Anche quella che era considerata la locomotiva d'Europa, ovvero la Germania, che in qualche modo ha continuato crescere dal 2007 ad oggi, adesso deve fare i conti con tempi difficili».

Cosa è cambiato per Berlino?
«Innanzi tutto avere partner europei deboli va a penalizzare la stessa Germania, che quindi vede ridotti i vantaggi che otteneva dai tassi valutari a lei favorevoli. Il secondo è l'indebolimento di altri grandi partner commerciali, come la Cina e altri Emergenti asiatici che riducono quindi l'interscambio con la Germania stessa».

Secondo lei la Bce ha fatto abbastanza per sostenere la crescita?
«Io sono convinto che l'abilità della politica monetaria di rimettere in sesto l'economia sia limitata. La Fed ha agito in maniera molto aggressiva, e ha aiutato un po', la Bce è stata più lenta, e forse potrebbe fare di più, ma non può certo risolvere i problemi. Bisogna cambiare l'impostazione generale di austerity in cui è inquadrata la politica economica europea».

Il Vecchio continente è un rischio per la crescita globale?
«Dobbiamo dire prima di tutto che nessuna economia del Pianeta, sia essa regionale o nazionale, sta andando molto bene. Gli Stati Uniti stanno crescendo, ma guardando all'alternanza dei dati non è una crescita robusta. Anche la Cina sta rallentando. Certo l'Europa ha la performance più lenta, e quindi abbassa i volumi di Pil mondiale. Ma la vera cattiva notizia non è tanto la performance del Vecchio continente, ma la sua incapacità di cambiare chiudere fmalmente con il capitolo dell'austerità».

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