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venerdì 22 agosto 2014

Il Nobel Krugman: PERCHE' COMBATTIAMO GUERRE

DI PAUL KRUGMAN
nytimes.com

E’ passato un secolo dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, che in molti a quell’epoca definirono come “la guerra che avrebbe posto termine a tutte le guerre”. Sfortunatamente, le guerre continuano puntualmente. E con i titoli dei giornali sull’Ucraina che fanno ogni giorno più paura, sembra il momento di chiedersi perché.
Un tempo le guerre si combattevano per il gusto di farlo e per profitto; quando Roma invase l’Asia Minore e la Spagna conquistò il Perù, l’obbiettivo era esclusivamente l’oro e l’argento. Un genere di ragioni che prosegue tuttora. Nella autorevole ricerca sponsorizzata dalla World Bank, l’economista di Oxford Paul Collier ha dimostrato che il miglior segnale premonitore delle guerre civili, tuttora assolutamente comuni nei paesi poveri, è la disponibilità di risorse da saccheggiare come i diamanti.


Qualsiasi altra ragione che i ribelli citano per le loro iniziative appaiono principalmente come argomenti successivi. Nel mondo preindustriale, la guerra è stata ed ancora è più simile ad un contesto di cosche, su chi ottiene il controllo del malaffare piuttosto che su uno scontro di principi.

In nazioni ricche e moderne, tuttavia, la guerra – persino una guerra facile e vittoriosa – non rende. E questo è vero da tanto tempo. Nel suo famoso libro del 2010, “La grande illusione”, il giornalista inglese Norman Angell sostenne che “il potere militare è socialmente ed economicamente futile”. Come mise in evidenza, in un mondo interdipendente (che già esisteva nell’epoca delle navi a vapore, delle ferrovie e del telegrafo), la guerra avrebbe necessariamente inflitto un grave danno economico anche al vincitore. Inoltre, è molto difficile ottenere uova d’oro da economie sofisticate, senza tirare il collo all’oca, strada facendo [1].
Potremmo aggiungere che la guerra moderna è davvero molto costosa. Ad esempio, secondo tutte le valutazioni, i costi finali della guerra in Iraq (inclusi aspetti come la assistenza ai veterani) finirà col superare ampiamente i mille miliardi di dollari, che sono molte volte l’intero PIL di quel paese.
Dunque, la tesi de “La grande illusione” era vera: le nazioni moderne certamente non si arricchiscono facendo le guerre. Tuttavia continuano a farle. Perché?
Una risposta è che i dirigenti potrebbero non comprendere la matematica. E’ frequente, per inciso, che ad Angell sia rivolta l’accusa infondata di aver previsto la fine delle guerre. In effetti, il proposito del suo libro era quello di sfatare i concetti atavici delle ricchezze ottenute con la conquista, che erano ancora generalizzati nella sua epoca. E ancora oggi esistono le illusioni di facili vittorie. E’ solo una impressione, ma sembra probabile che Vladimir Putin abbia pensato di poter rovesciare il Governo Ucraino, o almeno impadronirsi di una bella parte del suo territorio, con un costo modesto – un po’ di opinabile aiuto ai ribelli, e gli sarebbe cascato in grembo.
Per la stessa ragione, vi ricordate quando la Amministrazione Bush prevedeva che rovesciare Saddam e mettere al suo posto un nuovo Governo sarebbe costato soltanto 50 o 60 miliardi di dollari?
Il problema più generale, tuttavia, è che i Governi troppo spesso traggono vantaggi politici dalle guerre, anche se le guerre in questione non hanno nessun senso in termini di interessi nazionali.
Di recente Justin Fox della rivista Harvard Business ha suggerito che alle radici della crisi ucraina potrebbero esserci le traballanti prestazioni dell’economia russa. Come ella ha notato, la permanenza al potere di Putin in parte dipende da un lungo periodo di rapida crescita economica. Ma la crescita russa è stata incerta – e si potrebbe sostenere che il regime di Putin avesse bisogno di un diversivo.
Argomenti simili sono stati avanzati a proposito di altre guerre che altrimenti non avrebbero avuto senso, come l’invasione da parte dell’Argentina delle Isole Falkland nel 1982, che venne spesso attribuita al desiderio della Giunta allora al potere di offrire un diversivo all’opinione pubblica, rispetto al disastro dell’economia (ad esser giusti, alcuni studiosi sono fortemente critici con questa ipotesi).
E il fatto è che le nazioni quasi sempre si stringono attorno ai loro dirigenti in tempi di guerra, a prescindere da quanto siano stupide le guerre o terribili i propri leader. La Giunta Argentina divenne in poco tempo estremamente popolare durante la guerra delle Falkland. Per un certo periodo, la “guerra al terrore” portò il consenso al Presidente George W. Bush a vette vertiginose, e l’Iraq probabilmente gli fece vincere le elezioni del 2004. Come negli altri casi, gli indici di consenso di Putin sono saliti alle stelle dopo l’inizio della crisi ucraina.
Non c’è dubbio che sarebbe una semplificazione eccessiva asserire che lo scontro in Ucraina derivi tutto dal sostegno ad un regime autoritario che su altri fronti traballa. Ma in quella spiegazione c’è sicuramente una qualche verità, che solleva prospettive inquietanti sul futuro.
La più urgente di tutte: dobbiamo preoccuparci di una escalation in Ucraina. Una guerra totale sarebbe del tutto contraria agli interessi della Russia – ma Putin potrebbe percepire che lasciar fallire la ribellione sarebbe una perdita della faccia inaccettabile.
E se i regimi autoritari senza legittimazione autentica sono tentati di far tintinnare le sciabole quando non riescono più a fornire buone prestazioni, immaginatevi gli incentivi che i governanti cinesi si troveranno dinnanzi quando il miracolo economico di quella nazione sarà prossimo ad esaurirsi – cosa che molti economisti ritengono accadrà presto.
Dare inizio ad una guerra è una pessima idea. Eppure, in qualche modo continua a succedere.

Versione originale:
Paul Krugman
Fonte: www.nytimes.com

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