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venerdì 20 giugno 2014

L'apertura di Grillo a Renzi sulla legge elettorale.

di Aldo Giannuli

C'è stato molto stupore per l'invito del M5s a Renzi per aprire un confronto sulla legge elettorale e c'è anche diffidenza, ma sia l'una che l'altra cosa sono sbagliate. Che il M5s stesse approntando una sua proposta di legge elettorale, sin da gennaio, si sapeva. Ora la proposta, primo firmatario l'on. Danilo Toninelli, è pronta ed, ovviamente viene offerta alla discussione con le altre forze politiche. Non c'è dubbio che, in questo mutato atteggiamento, pesi anche il risultato elettorale che, in sé non è stato negativo (in fondo, il M5s ha consolidato la sua presenza oltre il 20% ed ha conquistato 17 seggi a Strasburgo che prima non aveva), ma sicuramente è stato molto diverso dalle attese. 

Contrariamente a quello che molti pensano, il M5s non è affatto una formazione politica dogmatica e priva di capacità di riflettere, anzi (e lo si capirà sempre più in avanti) è molto più duttile di quanto non si creda. Ha preso atto del risultato e ne ha dedotto che si è aperta una fase politica diversa nella quale il Presidente del Consiglio (salito sulla poltronissima di Palazzo Chigi nel modo che tutti sappiamo) ha ottenuto una legittimazione che prima non aveva. Il M5s riteneva che una sconfitta elettorale del Pd dovesse comportare le dimissioni del governo, oggi, coerentemente, prende atto del risultato e dell'effetto di legittimazione di esso sul governo e si dispone ad una opposizione adeguata alla fase. Nessuna trappola, quindi, nessun gioco propagandistico, ma l'offerta aperta di un' intesa sul terreno della legge elettorale che porti all'abbandono dello sciagurato patto del Nazareno. Tanto più che oggi il meccanismo dell'Italicum non sembra allettare neppure uno dei due contraenti di quel patto, che avrebbe ragione di temere una sua esclusione dal ballottaggio. 


Partiamo da una considerazione molto semplice: l'Italicum, a parte una serie impressionante di difetti tecnici che potrebbero portare a risultati assolutamente irrazionali (ne ho parlato in questa sede circa un mese fa) è ancora più disrappresentativo del Porcellum, già bocciato, per questo, dalla Corte Costituzionale e non risolve affatto il nodo del voto di preferenza, che è stato il secondo motivo di incostituzionalità. Insomma, ci sono ottime ragioni per pensare che questa legge andrebbe incontro ad una nuova bocciatura da parte della Corte ed in tempi decisamente più brevi di quelli della volta precedente, perché ormai si è stabilito il diritto degli elettori a sollevare la questione e che il Parlamento possa esercitare il suo potere di definizione dell'ordinamento elettorale, solo rispettando i limiti di rappresentatività imposti dalla Costituzione. 

Allora: a chi converrebbe andare ad una nuova bocciatura della Corte? Non c'è chi non si renda conto dell'effetto destabilizzante sulle istituzioni che avrebbe questo ulteriore trascinamento della questione. Senza calcolare la possibilità di un referendum che, questa volta, avverrebbe in condizioni ben diverse dal 1993. Dunque, insistere sull'Italicum non conviene a nessuno. 

Di qui l'offerta del M5s di una proposta di legge che ha queste caratteristiche: 

1. ripristina il meccanismo proporzionale, per quanto corretto come diciamo nel punto successivo, così da consentire il diritto di tribuna a tutte le forze politiche, e dunque quel ricambio fra le forze politiche che è totalmente mancato in questo ventennio, causa non ultima della nuova degenerazione del sistema 

2. corregge l'impostazione proporzionale attraverso due accorgimenti: circoscrizioni con un limitato numero di seggi (salvo le 3 maggiori) senza collegio unico nazionale per il recupero dei resti ed adozione di un divisore ad intervalli leggermente inferiori all'unità. In questo modo, le forze maggiori ottengono un implicito premio di maggioranza, mentre quelle minori ottengono la rappresentanza nelle tre circoscrizioni maggiori e possono incrementare il proprio bottino di seggi con accordi circoscrizione per circoscrizione. 

3. Si reintroduce il voto di preferenza ma, per evitare che un eventuale voto clientelare si rifletta meccanicamente sul voto di lista alterando la distribuzione dei seggi, si prevede il voto disgiunto (o panachage), per cui l'elettore riceve due schede, quella per il voto al partito e quella per il voto di preferenza ed, ovviamente, in questo modo, può votare per una lista diversa da quella cui appartiene il candidato preferito. Questo avrebbe l'effetto di "sterilizzare" in gran parte il voto clientelare 

4. C'è poi un'altra novità: nella lista per il voto di partito, l'elettore potrà indicare una "preferenza negativa" cioè indicare un candidato (due nelle circoscrizioni con almeno 15 candidati) che ritiene moralmente e politicamente indegno ed il suo voto comporterà la corrispondente penalizzazione per il candidato censurato, ma comporterebbe anche una penalizzazione per la lista, in quanto ridurrebbe di 1/10 il voto di lista (1/5 se le preferenze negative fossero due). Questo meccanismo dovrebbe arginare il fenomeno degli "impresentabili", che spesso compaiono nelle liste elettorali, spingendo i partiti a valutare con maggior prudenza le persone da proporre all'elettorato. La penalizzazione sul voto di lista serve anche ad evitare guerre interne fra candidati, perché se uno di essi organizza il boicottaggio di un collega, nello stesso tempo penalizza la lista rischiando di far diminuire i seggi da conquistare (ed in collegi così piccoli possono bastare poche centinaia di voti per perdere un seggio). 

Questa per grandi linee la proposta che cerca di conciliare l'esigenza della rappresentatività con quella della governabilità Ad esempio, applicando questo sistema elettorale ai recenti risultati delle europee, tutte le forze politiche con più dell'1,5% otterrebbero almeno un rappresentante (per effetto delle circoscrizioni maggiori) ma il Pd, con il suo 41% sarebbe molto vicino alla maggioranza assoluta dei seggi. Ovviamente se si riproducesse una situazione come quella del 2013, con la maggiore forza politica al 29% (calcolando Sel nella lista del Pd), nessuno avrebbe la maggioranza assoluta, ma, appunto, questo è quello che la Corte proibisce, cioè che il premio di maggioranza abbia un peso tale da stravolgere la rappresentanza. 

Allora: niente trucchi e niente propaganda, ma una ragionevolissima ed onesta proposta che non avvantaggi nessuno in particolare e dia a questo paese un sistema elettorale decente. Sarebbe un errore se Renzi non cogliesse questa apertura. 

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