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sabato 21 giugno 2014

Il Regno di Giorgio I e II dove si ha la logica “in gran dispitto” e dunque un po’ anche la democrazia

di Marco Travaglio, da Il Fatto quotidiano 19 e 20 giugno 2014

Chiediamo umilmente scusa a Gelli e ai suoi fratelli per aver demonizzato il loro progetto di Repubblica presidenziale. I piduisti, compreso il povero B. che ci sta ancora provando, erano soltanto dei precursori, tra l’altro piuttosto timidi e minimalisti, della nostra bella Monarchia presidenziale. Nella sola giornata di ieri S.A.R. Giorgio I e II ha riunito il Consiglio Supremo di Difesa per esautorare ancora una volta il Parlamento, ridurlo a scendiletto del governo Usa e ordinare di non ridurre di un centesimo gli stanziamenti miliardari per acquistare gli inutili anzi dannosi F-35; e ha inviato una lettera segreta al fido vicepresidente del Csm Michele Vietti per bloccare l’azione disciplinare invocata da ben due commissioni (I e VII) contro il procuratore di Milano Bruti Liberati. Gli F-35 si comprano perché lo dice lui, Bruti si salva perché lo dice lui. 

In una democrazia parlamentare degna di questo nome, fondata sulla divisione dei poteri, i presidenti delle Camere reagirebbero all’istante contro l’ennesima invasione di campo di un presidente che si crede il capo del governo e del Parlamento; e il Csm accoglierebbe la lettera del presidente come l’interessante parere del primus inter pares, il cui voto vale 1 esattamente come quello degli altri consiglieri. Invece tutti si comportano come in una monarchia assoluta, dove il sovrano può tutto e decide tutto: cioè si piegano a 90 gradi e obbediscono. Anche Renzi, che all’inizio vantava una certa autonomia: ora fra i due – secondo Repubblica – “è scoccata una scintilla, una strana alchimia, una singolare emulsione di sintonie e affinità”. 


Il bello, si fa per dire, è che la lettera di Napolitano al Csm è più misteriosa del terzo segreto di Fatima: la conoscono Lui, Vietti e due giornali amici ammessi agli arcana imperii (Corriere e Repubblica, che ne anticipano il contenuto ma non il testo). Bei tempi quando i presidenti parlavano con messaggi alle Camere, comunicati ufficiali, esternazioni pubbliche. Ora piovono pizzini scritti in codice iniziatico e riservati a pochi adepti in grado di decrittarli, al di fuori di ogni controllo democratico. Tanto anche gli esclusi dal cerchio magico eseguono senza fiatare. 

Ieri è bastata la notizia della lettera di Sua Maestà, a tutti sconosciuta, perché l’intero Csm scattasse sull’attenti: fantozzianamente, i relatori delle due commissioni sul caso Milano si sono precipitati a sbianchettare le censure a Bruti e le richieste d’azione disciplinare presentando frettolosamente due proposte “integralmente sostitutive” rispetto a quelle già approvate che non garbavano al monarca. Il fu organo di autogoverno dei magistrati diventa il cortile di casa Napolitano: i membri del Csm sono ancora formalmente 27, ma quello che conta è uno solo. Decide Lui i magistrati sommersi e salvati. E pazienza se i titolari dell’azione disciplinare sarebbero altri: il Pg della Cassazione e il ministro della Giustizia. L’indipendenza della magistratura “da ogni altro potere”, prevista da quel ferrovecchio chiamato Costituzione, è abolita. Il magistrato non deve più “obbedire soltanto alla legge”, ma al capo dello Stato, possibilmente con “emulsione di sintonie e affinità”. 

Purtroppo non era stato avvertito il presidente di Cassazione Antonio Esposito, che un anno fa osò condannare B. mettendo in crisi le larghe intese tanto care al Colle. Infatti fra qualche giorno finirà, lui sì, sotto processo disciplinare per aver “violato il riserbo” con la nota intervista al Mattino. C’è la prova che l’intervista fu manipolata e che il giudice non disse una parola sul processo a B., ma non fa niente. A giudicarlo sarà una commissione Disciplinare di 5 membri, di cui 4 non paiono proprio sereni sul suo conto: Vietti (ex sottosegretario di due governi B.), Marini (già candidato di B. alla vicepresidenza del Csm), Virga (fedelissimo di Ferri, sottosegretario dei governi Letta e Renzi indicato da B.) e Vigorito (firmò la relazione della IIª commissione che ipotizzava responsabilità disciplinari di Esposito, cioè anticipava il giudizio). Più che una commissione, pare un plotone di esecuzione, ma è quel che si merita Esposito: così impara a preferire la Costituzione all’emulsione.

C’è chi può e chi non può
Ogni tanto è bene attivare il Tom-Tom per scoprire dove siamo e dove stiamo andando. Pronti, partenza, via.

Il 14 novembre ’91 il presidente Cossiga proibì al vicepresidente del Csm Galloni di mettere all’ordine del giorno del plenum alcune pratiche a lui sgradite e mandò i carabinieri a Palazzo dei Marescialli a far sgombrare l’aula in caso di disobbedienza ai suoi ordini: Violante avviò le pratiche per l’impeachment, accusandolo di alto tradimento e attentato alla Costituzione, Napolitano ne chiese le dimissioni e l’Anm scese in sciopero contro la grave violazione costituzionale. L’altro ieri il presidente Napolitano ha proibito per lettera al vicepresidente del Csm Vietti di mettere all’ordine del giorno del plenum l’istanza di azione disciplinare per il procuratore di Milano Bruti Liberati, votata all’unanimità dalla II e dalla VII commissione; Vietti l’ha comunicato ai consiglieri senza leggere la lettera (nel frattempo autodistruttasi) e quelli hanno prontamente obbedito, ritirando le precedenti deliberazioni, sbianchettando ogni critica a Bruti e archiviando festosamente la pratica. Nessun partito ha battuto ciglio, nessun grande giornale ha trovato da ridire, l’Anm non ha scioperato, Violante non ha chiesto impeachment e Napolitano non ha invocato dimissioni, anche perché sarebbero state le sue.

Grillo e il M5S sono trattati come appestati da sempre, ma ancor più da quando hanno annunciato l’accordo tecnico, al Parlamento europeo, col gruppo dei nazionalisti xenofobi inglesi dell’Ukip e con altri esponenti di destra svedesi, francesi e lituani. Intanto il segretario e premier del Pd Matteo Renzi annuncia tra carnevali di Rio e gridolini di giubilo l’accordo politico-istituzionale, al Parlamento italiano, per la riforma del Senato (e dunque della Costituzione) con Forza Italia, guidata da un frodatore fiscale detenuto e ideata da un pregiudicato per mafia recluso nello stesso carcere di Riina; e con la Lega Nord, alleata in Europa con i fascisti razzisti del Front National di Marine Le Pen. Ma chi – giustamente – eccepisce sui compagni di strada di Grillo, si guarda bene dal farlo su quelli – ben peggiori – di Renzi. Il quale, come un noto detersivo, lava più bianco.

L’anno scorso Adam Kabobo uccise a picconate tre passanti a Milano: il segretario della Lega Nord Matteo Salvini gli augurò di “marcire in prigione”. Martedì Davide Frigatti ha ucciso un passante a coltellate e ne ha feriti altri due a Cinisello Balsamo: Salvini ha educatamente chiesto se non sia “il caso di riaprire delle strutture dove accogliere e curare i malati di mente”. Il fatto che Kabobo sia ghanese e Frigatti padano è puramente casuale.

Un mese fa il leader Ndc Angelino Alfano ha candidato alle Europee il governatore dimissionario della Calabria, Giuseppe Scopelliti, condannato in primo grado per abuso d’ufficio, con la decisiva motivazione che “è un presunto innocente” e “noi siamo garantisti”. Lunedì il ministro garantista Alfano ha annunciato via twitter la cattura dell’“assassino di Yara Gambirasio”, mai condannato in primo grado né imputato, ma solo indagato. Però, non trattandosi di un politico e non militando (che si sappia, almeno) nell’Ncd, è già colpevole prim’ancora del processo. 

Il 28 marzo 2013 l’Unità, organo del Pd, titolò a tutta prima pagina: “Patto Grillo-Berlusconi: fermare il cambiamento”. La notizia era palesemente falsa, ma non fu mai rettificata dall’house organ allora bersaniano e ora renziano. Neppure quando, il 20 aprile 2013, fu siglato il “patto Pd-Berlusconi” per “fermare il cambiamento” con la rielezione dell’ottantottenne Napolitano; né quando, il 24 aprile 2013, fu firmato il “patto Pd-Berlusconi” per “fermare il cambiamento” col governo Letta di larghe intese; né quando, il 19 gennaio 2014, al Nazareno, fu sottoscritto il “patto Pd-Berlusconi” per “fermare il cambiamento” con l’Italicum (liste bloccate tipo Porcellum) e il Senato delle Autonomie (non più eletto dai cittadini, ma nominato dalla Casta); né due giorni fa, quando una telefonata fra Renzi e il Caimano ha confermato il “patto Pd-Berlusconi” per “fermare il cambiamento”. Coraggio, compagni dell’Unità, siete ancora in tempo.

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