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venerdì 9 maggio 2014

Un Paese di cui vergognarsi










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di Piero Bevilacqua, da il manifesto, 9 maggio 2014

Le tan­genti sul grande affare dell’Expò e le rela­zioni poli­ti­che per pro­teg­gere un lati­tante col­pi­scono ma certo non mera­vi­gliano. Sono solo la con­ferma di quello che ogni anno la Corte dei Conti denun­cia sulla grande cor­ru­zione che divora le risorse del paese, e di quello che l’intreccio tra poli­tica e cri­mi­na­lità orga­niz­zata testi­mo­nia. E siamo sicuri che l’episodio dell’Olimpico di Roma del 3 mag­gio, di cui sono piene le cro­na­che, è solo uno squal­lido lacerto debor­dato dal mondo del calcio?

La scena di Genny ‘a Caro­gna, il capo-curva napo­le­tano che tiene in scacco una mani­fe­sta­zione spor­tiva a cui par­te­ci­pano decine di migliaia di spet­ta­tori, pre­sen­ziata da alcune fra le mag­giori cari­che dello Stato, seguita in tv da milioni di spet­ta­tori, è stata resa pos­si­bile solo dalla vio­lenza ple­bea e dallo ster­mi­nato squal­lore che carat­te­rizza da anni l’ambiente cal­ci­stico ita­liano? O non è piut­to­sto la mani­fe­sta­zione dram­ma­tica, l’ultimo gra­dino di degra­da­zione cui è giunta la decom­po­si­zione dello spi­rito pub­blico nazio­nale? Per­ché Genny ‘a Caro­gna, non è un epi­so­dio, un lazzo fol­klo­rico uscito dai bas­si­fondi della vita napo­le­tana. E’ un pezzo della nostra sto­ria, reso legit­timo dal filo rosso che mar­chia da decenni il nostro pas­sato e soprat­tutto pre­pa­rato dagli sfregi subiti dalla lega­lità repub­bli­cana negli ultimi anni.


Ma come si fa – lo fanno tele­vi­sioni e i gior­nali – a dare tanto spa­zio a que­sto epi­so­dio e ai soliti strom­baz­zati prov­ve­di­menti gover­na­tivi e non dire nulla, o quasi, di ciò che quell’episodio rap­pre­senta, quale ele­mento di con­ti­nuità allar­mante viene a rap­pre­sen­tare nel pro­cesso dege­ne­ra­tivo della vita civile ita­liana? Forse che la capa­cità di ricatto di un tifoso nei con­fronti dell’intero Stato è disgiun­gi­bile, ad esem­pio, dalla gara che tanti gior­na­li­sti ita­liani (pre­va­len­te­mente di sini­stra) hanno ingag­giato per inter­vi­stare Ber­lu­sconi nei loro pro­grammi tele­vi­sivi? I sem­plici di mente obiet­te­ranno: che cosa c’entra?

Ma Ber­lu­sconi ha subito una con­danna defi­ni­tiva per un reato grave con­tro la Pub­blica ammi­ni­stra­zione che egli doveva rap­pre­sen­tare e tute­lare. Non è dun­que un pre­giu­di­cato, che ha colpe nei con­fronti della col­let­ti­vità, e per que­sto, quanto meno, non deve essere reso pro­ta­go­ni­sta della scena pub­blica nazio­nale?

Ber­lu­sconi non ha solo subito que­sta con­danna. Com’è noto — e ci si dimen­tica volen­tieri — si è mac­chiato di sva­riati delitti infa­manti, alcuni accer­tati, altri pre­scritti, altri oggetto di pro­cessi in corso — dalla cor­ru­zione dei giu­dici allo sfrut­ta­mento della pro­sti­tu­zione, dall’”acquisto” di par­la­men­tari alla con­cus­sione. Ora, non tutto è stato penal­mente san­zio­nato o è rile­vante. Ma il pedi­gree poli­tico di Ber­lu­sconi è indub­bia­mente quello di un capo-curva, per così dire, della vita poli­tica nazionale.

In qua­lun­que paese civile d’Europa e del mondo egli sarebbe oggi in car­cere e comun­que tenuto lon­tano dalla vita pub­blica. Da noi suc­cede l’impensabile: viene addi­rit­tura rice­vuto dal pre­si­dente della Repub­blica, il 3 aprile scorso, per la seconda volta dopo la con­danna. La mag­giore carica dello stato riceve un pre­giu­di­cato che ha inferto ferite gra­vis­sime al senso della lega­lità del nostro paese, a par­tire dal con­flitto di inte­ressi.

Ma qual­che super­stite per­sona one­sta è in grado ancora di doman­darsi quale effetto pro­duce un simile evento nell’immaginario civile degli ita­liani ? Ber­lu­sconi è un con­dan­nato o è stato gra­ziato? O addi­rit­tura è inno­cente e il col­pe­vole potrebbe essere Napo­li­tano? Da che parte è il torto da che parte è la ragione? Chi ha fro­dato il fisco per cen­ti­naia di milioni? La magi­stra­tura ita­liana com­mina dav­vero san­zioni a chi delin­que, o chiude un occhio se il delin­quente è un potente?

E allora di che stu­pirsi se i poli­ziotti applau­dono i loro col­le­ghi assas­sini, come hanno fatto a Rimini, visto che essi sono rien­trati in ser­vi­zio dopo aver pestato a morte un ragazzo inerme? Di che stu­pirsi se Giu­seppe Sco­pel­liti, ex pre­si­dente della regione Cala­bria, con­dan­nato a 6 anni in prima istanza, viene can­di­dato dal suo par­tito, mem­bro del governo, alle ele­zioni euro­pee? Nel nostro paese i ser­vizi segreti di uno sta­ta­rello dit­ta­to­riale pos­sono seque­strare una per­sona (la Sha­la­bayeva) e il mini­stro respon­sa­bile (Alfano) , restare al suo posto. E’ ancora mini­stro dell’Interno del governo che “com­batte la palude”.

E’ que­sta la melma a cui è stato ridotto lo spi­rito pub­blico del nostro paese. E’ que­sto il can­cro che si sta man­giando la nostra amata Ita­lia, la causa vera e pro­fonda del nostro declino: l’inosservanza uni­ver­sale delle regole della vita comune, la legge del più forte come prin­ci­pio di rego­la­zione sostan­ziale del rap­porto fra le classi e fra le per­sone.

Qual­cuno sa dire con quale auto­re­vo­lezza un ceto poli­tico che ha scon­volto l’etica civile e la decenza poli­tica del nostro paese può chia­mare i cit­ta­dini a con­cor­rere a uno sforzo col­let­tivo di cam­bia­mento e addi­rit­tura di sal­vezza? E non è vero che Renzi sta cam­biando verso, come va recla­miz­zando tra gli schia­mazzi della sua petu­lante corte gover­na­tiva e par­la­men­tare. Le sue scelte e la sua stessa para­bola por­tano l’illegalità dif­fusa della società ita­liana e dei par­titi den­tro le isti­tu­zioni. Senza essere stato eletto è a capo del governo e pre­tende di rifor­mare la Costi­tu­zione con un par­la­mento pri­vato di legit­ti­mità da parte della Corte costi­tu­zio­nale. Come ha ricor­dato con argo­menti inop­pu­gna­bili Ales­san­dro Pace. (Repub­blica, 26/3/2014) 

L’arbitrio e lo scon­vol­gi­mento delle regole, vale a dire la morale di base della cri­mi­na­lità orga­niz­zata — che non a caso da noi, unici al mondo, dura e pro­spera dalla metà del XIX secolo — si espande anche nelle isti­tu­zioni, pla­sma la vita dei par­titi, si fa strada den­tro lo Stato.

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