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sabato 10 maggio 2014

Se il Csm boicotta l’antimafia. Tre domande a Napolitano

di Angelo Cannatà
Ammazzasentenze. Venne definito così il Presidente della corte suprema di cassazione Corrado Carnevale, negli anni in cui cancellò circa cinquecento sentenze di mafia: venivano annullate per un banale vizio di forma, l’assenza di un timbro, un cavillo giuridico. Ammazzasentenze. Era la via, individuata da politici corrotti e giudici consenzienti, per eludere, rinviare, mandare in prescrizione i casi giudiziari scottanti. 

Oggi non c’è più Carnevale. Bisognava inventarsi qualcosa. Ed ecco l’idea: alcuni processi vanno intralciati/minati/boicottati già nelle fasi iniziali, in termini di legge, si capisce, nel pieno rispetto delle forme. Si spiega così lo stop alle indagini per Nino Di Matteo. E’ un colpo all’antimafia di Palermo la circolare del Csm: azzera di fatto il pool in prima linea nel processo sulla trattativa Stato-mafia: dispone che i nuovi fascicoli vengano affidati a chi fa parte della Dda. Di Matteo è formalmente scaduto da quattro anni. Dunque: non può seguire gli sviluppi delle indagini avviate. “E’ scaduto, come gli yogurt” (copyright Travaglio). A questo siamo. All’epoca di Carnevale scadevano con estrema facilità i processi, per lungaggini e prescrizioni costruite ad arte. Oggi scadono i pm che hanno istruito le indagini e acquisito, negli anni, conoscenze e competenze, capacità di collegamento dei fatti, tecniche, intuito, visione complessiva dei problemi, sapienza investigativa. In poche parole: capacità di produrre risultati. E’ più di un’indecenza: è una forma d’impunità, per vie legali, che la casta politica – attraverso il Csm – si garantisce. Di fronte a questa tecnica di sabotaggio, Carnevale era un dilettante. 


Infatti. Il Procuratore di Palermo Francesco Messineo, nel rispetto dovuto alla circolare ricevuta il 5 marzo, ha subito bloccato l’assegnazione ai pm Di Matteo e Tartaglia di un nuovo fascicolo sulla trattativa. Obiettivo raggiunto. Resta la domanda: la legge è davvero uguale per tutti? Formalmente sì. In realtà, qualcuno, per evasioni fiscali miliardarie, “paga” con quattro ore settimanali ai servizi sociali; altri non pagheranno nulla perché i processi scottanti sono destinati ad arenarsi previa circolare del Consiglio superiore della magistratura che, oggettivamente, mette il bastone tra le ruote delle indagini. Andranno in porto solo i processi minori: “la legge nella sua solenne equità proibisce al ricco come al povero di dormire sotto i ponti, di elemosinare nelle strade e di rubare pane”. E’ così. Insomma, dobbiamo davvero continuare a prenderci in giro? Impedire a un pm di seguire gli sviluppi – e le diramazioni – delle inchieste significa minarne le indagini. Punto. Ogni altra interpretazione è un falso. Una messinscena retorica. Un insulto all’intelligenza degli italiani, che, inevitabilmente, s’incazzeranno. E con giusta ragione. 

Sembra che il pool di Palermo stesse indagando sul ruolo della “Falange Armata”, che rivendicava gli attentati all’inizio degli anni ’90 e oggi ha firmato un avvertimento a Totò Riina: “Chiudi la bocca, ricordati che hai famiglia”. Fatti inquietanti. Ci inducono a porre tre domande a Giorgio Napolitano: 

a) La circolare del 5 marzo – Egregio Presidente – ritiene davvero che favorisca la trasparenza e la verità (che tutti abbiamo a cuore), e non – Dio non voglia – il desiderio d’opacità e occultamento di Cosa Nostra? 

b) Non crede che, come il “formalismo” di Carnevale, anche la circolare del Csm che Lei presiede ferisca l’idea di giustizia degli italiani? 

c) Davvero non coglie la contraddizione, troppo evidente, tra le dichiarazioni solenni di lotta alla mafia e gli effetti nefasti che la circolare produce nelle Procure d’Italia? 

Il formalismo può far male. Isola, in modo “legittimo”: alcuni sono caduti: Carlo Alberto Dalla Chiesa, Paolo Borsellino...; altri, per fortuna, solo scaduti. Che giustizia è questa? Che amore della verità?

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