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venerdì 23 maggio 2014

L'Italia: la nuova Questione Meridionale Europea

di Lelio Demichelis
La retorica. Per gli antichi era l'arte di persuadere mediante l'utilizzo di strumenti linguistici. E lo è ancora oggi, nel dilagare - ad esempio - delle retoriche della rete (bisogna essere connessi, bisogna condividere); lo è in Matteo Renzi con il suo populismo del rottamare, del nuovo contro il vecchio, della rivoluzione (la sua) contro la conservazione (sempre degli altri).
La retorica sconfina spesso (o sempre) nella surrealtà. Surreale: ovvero ciò che oltrepassa la dimensione del reale, che offre suggestioni fantastiche, che produce una realtà al di là della realtà. Le ideologie (di ieri e di oggi) - non le utopie, che sono ben altra cosa - vivono nella surrealtà (sono una fuga dalla realtà in un mondo immaginario ma che deve essere fatto credere come possibile - Hannah Arendt). I totalitarismi del '900 hanno anch'essi ovviamente prodotto una propria surrealtà (ideologia & totalitarismo).
Le politiche europee di austerità dal 2008 ad oggi (e oltre, se le elezioni di domenica non daranno un segnale forte per un'altra Europa) sono state surreali, folli, ostinate nell'errore (essere pro-recessive invece che anti-cicliche, tagliando la spesa pubblica invece di aumentarla, diminuendo i redditi invece di sostenerli) - ma in veritànon è stato un errore quanto la volontà deliberata, ideologica del neoliberismo di smantellare lo stato sociale, svalutare il lavoro, desocializzare gli individui illudendo che questo portasse ad una maggiore libertà individuale.
Surreale è stato il fondo di Eugenio Scalfari su la Repubblica di domenica 18 maggio dove, come un nuovo Montanelli invitava a votare Renzi e Schulz turandosi il naso, così dimenticando (ma non lo si può e non lo si deve dimenticare) che anche il Pd e i socialisti europei hanno sostenuto e approvato tutte le politiche neoliberiste e antisociali di questi anni e che il Pd ha assecondato quello che chiedevano i mercati, dal nuovo articolo 81 della Costituzione alle ultime norme del ministro Poletti per la ulteriore precarizzazione (non stabilizzazione, come sarebbe invece necessario) del mercato del lavoro.
Surreali sono infine coloro che vogliono far credere che la crisi sia finita, e surreale era ad esempio l'articolo di Federico Fubini su Affari&Finanza del 5 maggio scorso, con un titolo che più surreale non si poteva immaginare: "Austerità, coraggio e fondi della Troika, il mix virtuoso che ha salvato la periferia" dell'Europa:surreale perché contraddetto dalla realtà e dall'ultimo dato sull'occupazione in Europa, ancora in discesa.
Per fortuna ogni tanto è ancora possibile uscire dalla surrealtà e tornare con i piedi per terra. Lo ha fatto Gioacchino Garofoli, docente di Politica economica all'Università degli Studi dell'Insubria e grande esperto e studioso di sistemi locali, nel suo ultimo saggiotutto giocato e da leggere tra storia e attualità, tra teoria economica e analisi dei fatti accaduti: Economia e politica economica in Italia. Lo sviluppo economico italiano dal 1945 ad oggi - FrancoAngeli. Un testo asciutto, sintetico ma utilissimo. Ad uso degli studenti, ma per una volta dovremmo tornare tutti ad essere studenti. Perché questo saggio ripercorre "per fatti stilizzati" le scelte (o le non scelte, o le scelte sbagliate) fatte in economia e le cause antiche e strutturali ma anche quelle di oggi della crisi italiana: endemica, cronica, trascinatasi per decenni e mai risolta, cui si è infine aggiunta la mannaia europea dell'austerità.
Un esempio. L'immediato dopoguerra, con la presenza di due alternative rispetto al modello di sviluppo da adottare: imitare i paesi avanzati nella standardizzazione dei prodotti di massa, potendo contare su economie di scala consistenti: tesi caldeggiata ad esempio da Vittorio Valletta della Fiat; oppure scegliere la specializzazione produttiva ad alto contenuto di lavoro, puntando sulla qualità e sull'innovazione: ed era la via sostenuta ad esempio dal commissario straordinario di allora dell'Alfa Romeo, Gallo, puntando su produzioni meno vincolate al costo del lavoro e alla competitività di prezzo.
Per arrivare agli anni '70 e agli anni '80 e al rovesciamento del modello industriale basato sulla grande impresa, con la riduzione della dimensione media delle imprese, le nuove direttrici di sviluppo, la modifica nella specializzazione produttiva. E il piccolo è bello. E poi, l'inizio della fine dell'interventismo pubblico in economia e le nuove tecnologie, l'outsourcing e le delocalizzazioni, Maastricht, i tanti progetti di sostegno allo sviluppo locale più o meno riusciti, la moneta unica, i processi di privatizzazione e di deregolamentazione dei mercati finanziari e del lavoro e le piccole e medie imprese sotto il peso della finanziarizzazione dell'economia.
E poi l'ultima crisi, nata come crisi finanziaria e speculativa e di un capitalismo senza freni né etica e fatta abilmente pagare a salari e redditi, a pensioni e spesa pubblica. Crisi dove sembra morire ogni idea di politica economica e di politica industriale, con lo stato che si ritira sempre più dall'economia e dal suo governo, indirizzo, orientamento. Dove si assiste ad un ennesimo sciopero degli investimenti (privati e pubblici) ma soprattutto ad un ben più drammatico sciopero delle idee e dell'intelligenza progettuale. Economica e politica.
Alla fine, chiusa l'ultima pagina del libro, resta l'amaro in bocca per le troppe occasioni mancate dall'Italia. Con il paradosso di un paese che non è riuscito e risolvere la sua questione meridionale, divenendo oggi (tutto intero) parte della nuova (voluta, deliberata, ostinatamente perseguita da questa Europa) questione meridionale europea.

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