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venerdì 9 maggio 2014

Il Decreto Lavoro non aiuterà i disoccupati

di Marco  Furfaro



C’era una svolta. Chi a sinistra ha creduto in buona fede alla favola dell’Italia che cambia verso, ammansita dalla mancetta degli 80 euro (sempre sacrosanti, ma non è questo il punto) o dal turbo-riformismo dei rottamatori, ora dovrà ricredersi. Perché sul decreto lavoro, cioè un provvedimento serio e decisivo per le sorti del Paese, è la destra a passare all’incasso, riconfermando – e in molti casi peggiorando – la filosofia della riforma Fornero: deregulation, liberalizzazione totale dello sfruttamento dei precari, estensione dell’apprendistato come surrogato del lavoro, proroga dei contratti a termine, multe da quattro soldi per le imprese che aggirano il limite degli “atipici”. Questo il risultato dell’intesa tra il Pd di Renzi e il Nuovo Centrodestra di Alfano – sempre più indistinguibili per obiettivi e vocazione – all’indomani della festa dei lavoratori. Un beffardo atto di sfida non già al “vecchio” sindacato – che pure avrebbe tanto da cambiare – ma a una nazione in ginocchio, che arranca tra disoccupazione e precarietà e ora subisce un altro attacco ad alzo zero.



Con le modifiche intervenute nell’accordo, i protagonisti delle larghe intese sono riusciti ad avvelenare un decreto del lavoro già indigeribile. L’ammenda in luogo dell’assunzione in caso di violazione delle norme sui contratti a termine (massimo il 20% sul totale) è la prosecuzione con altri mezzi della crociata tutta ideologica contro l’articolo 18 e contro ogni diritto di chi lavora sotto il ricatto dei continui rinnovi. È un invito spudorato alla sudditanza, alla schiavitù. Ed è anche un provvedimento tutto strumentale, inutile, che non servirà a creare un solo posto di lavoro perché agisce sulla “flessibilità” senza puntare sulla domanda. In un Paese dove le imprese chiudono e falliscono, in cui mancano investimenti e piani per la formazione, in cui non si finanzia un’idea, in cui manca la minima strategia industriale, a cosa serve comprimere ulteriormente le garanzie di chi un impiego già fatica a trovarlo? In base a quale criterio virtuoso le aziende dovrebbero essere incentivate ad assumere? Quando buttarono giù a cannonate l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori (eliminando l’obbligo di reintegro per il lavoratore licenziato senza giusta causa), i profeti del laissez-faire dissero che finalmente gli imprenditori avrebbero potuto reclutare personale senza l’incubo di doverselo accollare per sempre. Dissero che l’occupazione sarebbe ripartita. Niente di più falso, niente di più illogico. Fu solo un bastione politico a presidio della destra al potere, di cui Renzi, spiace dirlo, sembra un degnissimo erede. Perché nel decreto appena varato non c’è traccia di sviluppo. Ci sono solo propaggini di quella cultura fallimentare per cui il lavoratore è merce usa e getta, cavia per esperimenti di laboratorio. Si scrive decreto Poletti, si legge decreto Sacconi.


Si potrebbe pensare che il governo Renzi sia affetto da miopia, o da cecità: la verità è che questi provvedimenti rispondono a una logica ben precisa, che è quella di consolidare le gabbie sociali esistenti e congelare la mobilità, alimentando rabbia e disillusione. In una parola: preservare l’esistente. Altro che modernità. “Abbiamo dovuto vincere alcune resistenze della sinistra post-comunista, e devo dire che la collaborazione con la sinistra che non è comunista guidata da Matteo Renzi sta dando davvero ottimi frutti”. Le parole di Alfano sono tutto un programma. Il programma del governo, per l’appunto.

Marco Furfaro

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