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venerdì 4 aprile 2014

Vi spiego perché l'Italicum è golpista



di Ferdinando Imposimato

Vediamo quali sono le caratteristiche della legge golpista approvata dalla Camera, intrisa di trucchi e contraddizioni, oltre che del tutto incoerente con le raccomandazioni della Consulta.

Pur nella modestia del mio sapere, raccolgo l'insegnamento di Aristotele, «quelli che si danno pensiero della Costituzione devono procurare motivi di timore, in modo che i cittadini siano in guardia e non allentino la vigilanza intorno alla Costituzione»: nel delirio riformatore del governo Renzi-Berlusconi, l'Italicum è un'autentica vergogna, un guazzabuglio che può far saltare l'intero sistema istituzionale, distruggendo la nostra Carta fondamentale, garante dei diritti inviolabili dell'uomo. Dobbiamo constatare che il parlamento, sconfessato dalla Consulta, si appresta a riformare la Costituzione con l'abolizione del Senato e a varare un sistema elettorale non democratico.

A proporre le riforme sono due personaggi privi di potere propositivo legittimo. Uno perché condannato per evasione fiscale e interdetto dai pubblici uffici, l'altro perché era titolare di una carica che lo rendeva incompatibile col mandato parlamentare. Entrambi a caccia di maggiore potere personale, anche violando principi costituzionali.
A completare la distruzione giuridica, politica e morale della nostra Repubblica, afflitta da gravi diseguaglianze, si aggiunge il sistema elettorale che riproduce in modo arrogante le incostituzionalità già accertate dalla Corte. Ma vediamo quali sono le caratteristiche della legge golpista approvata dalla Camera, intrisa di trucchi e contraddizioni, oltre che del tutto incoerente con le raccomandazioni della Consulta.

Il sistema prevede un premio abnorme alla coalizione che supera il 37 per cento, portando il vincitore al 55 per cento dei seggi. Otterranno seggi i partiti che superano lo sbarramento del 4,5 per cento, che concorrono tuttavia alla soglia per il premio di maggioranza. In mancanza del 37 per cento, vanno al ballottaggio le due coalizioni più votate. Perchè la coalizione partecipi alla ripartizione dei seggi deve raggiungere il 12 per cento. I partiti che corrono da soli devono raggiungere l'8 per cento.



Questo sistema comporta una alterazione profonda della rappresentanza democratica premiando oltremodo le alleanze ibride e penalizzando ingiustamente i partiti che corrono da soli. La frode è colossale: da una parte aumenta la frammentazione dei piccoli partiti, salvati con le coalizioni. L'imbroglio serve a consentire a Forza Italia, con l'aiuto di lega, fratelli d'Italia, Ncd, e di una miriade di partitini, a superare il 37 per cento, cosa probabile, avendo quel partito il controllo di tutte le tv pubbliche e private e fruendo di un permanente conflitto di interessi che Renzi non eliminerà. Una minoranza del 37 per cento di nominati dall'alto, privi di capacità e libertà, eserciterà un potere assoluto sul 67 per cento degli elettori.
Non solo; abolito il Senato, con una sola Camera, tutte le contro riforme liberticide saranno possibili, anche quella presidenziale e della giustizia da sottoporre al controllo del Governo, annunciate dai due dioscuri. Situazioni del genere portano diritto alla dittatura. Una legge proporzionale fu nefasta per la Repubblica di Weimar (1919), e preludio del nazismo.

Altro vulnus alla Costituzione è la mancanza di preferenze. Ci saranno liste bloccate corte, con un minimo di tre candidati e un massimo di sei. L'eliminazione della preferenza viola l'articolo 48 della Costituzione: «il voto è personale ed uguale, libero e segreto». E l'articolo 3 della Convenzione per i diritti dell'Uomo del 1950: «Le parti contraenti si impegnano ad organizzare libere elezioni, in condizioni tali da assicurare la libera espressione dell'opinione del popolo sulla scelta del corpo legislativo». E viola l'articolo 21 della dichiarazione universale dei diritti dell'Uomo dell'Onu di New York del 1948: «Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio Paese , sia direttamente sia attraverso rappresentanti liberamente scelti... attraverso veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale e uguale, ed a voto segreto e libera votazione».
Senza preferenza il diritto di voto viene trasferito alle segreterie di partiti, senza regole guidati da pochi oligarchi. Che scelgono i rappresentanti del popolo, indipendentemente da qualità e valore dei candidati. Il vero potere dell'elettorato è nello scegliere chi lo rappresenta e attraverso lui chi lo governa. La preferenza è l'essenza della democrazia. L'elettore che vota non decide solo cosa fare, ma chi farà, tra i candidati proposti. L'elettore preferisce un candidato credibile, sia pure con un programma modesto, e non un candidato poco credibile con un programma eccellente che non sarà mai realizzato.
Se si elimina la preferenza, si abbandona il criterio del merito posto a base della Costituzione, e della par condicio tra i candidati. Tucidide fu il primo a parlare di democrazia selettiva: «Abbiamo una costituzione chiamata democrazia; ciascuno è preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza da una classe sociale. E se uno può fare qualcosa di buono alla città, non ne è impedito dalla oscurità del rango sociale».



Le pluricandidature, altro vizio dell'Italicum, violano l'articolo 51 della Costituzione: «Tutti i cittadini dell'uno e dell'altro sesso possono accedere alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza». La condizione di eguaglianza viene violata poiché i candidati al vertice dell'elenco sono preferiti al di là del numero delle preferenze ricevute. Ma anche se l'elettore accetta l'ordine della lista, è ingannato da ciò che accade dopo la votazione. Infatti, per l'Italicum i notabili dei partiti possono presentarsi in ogni collegio nazionale. I loro nomi aprono le diverse liste. L'elettore, se mette una crocetta sul partito, illudendosi di scegliere i primi della lista, viene indotto in errore: la scelta finale spetta al plurieletto, capolista in diversi collegi elettorali. Costui, decidendo d'ancorare il proprio seggio a questo o a quel collegio, decide anche le sorti di chi gli sta dietro nel listino. E tale decisione si consuma dopo le elezioni, che così diventano farsa, messinscena, antitesi della democrazia elettiva e selettiva.
È uno spettacolo cui abbiamo già assistito. Nel 2006 trascorsero un paio di settimane prima che ci fosse dato conoscere le facce dei nuovi deputati e senatori. Nel frattempo il Palazzo registrava l'altalena fra eletti rinuncianti e primi dei non eletti subentranti. Risultato: un terzo dell'intero parlamento venne scelto dalle segreterie politiche e non dagli elettori. Ed accadde che i subentranti erano meno bravi e indipendenti degli esclusi. Ed erano al servizio del benefattore che aveva loro spianato la strada, ingannando gli elettori. Si sostiene che queste illogicità plateali, queste storture aberranti, si rendono necessarie per assicurare la governabilità anche se sacrificano l'eguaglianza, principio fondante della Costituzione. Che dovrebbe recedere a fronte di un obiettivo che, al di là del costo altissimo, come dice Gianni Ferrara, in termini di tollerabilità democratica, è tutt'altro che certo e comunque non sicuramente virtuoso. Lo dimostra l'esperienza disastrosa del governo Berlusconi, che dal 2008 al 2011 disponeva di una maggioranza enorme e di una notevole governabilità, ed ha portato l'Italia sull'orlo del default. Ed ora pone le premesse per il suo ritorno al potere, auspice Matteo Renzi.

Si sostiene che la sera dell'elezione gli elettori devono "sapere chi li governa". Mai menzogna fu più spudorata. Averla prima inventata e poi diffusa ha determinato il rovesciamento del senso dell'elezione trasmutandola in scelta di colui dal quale si sarà governati. L'elezione non sarà più diretta alla scelta del rappresentante della volontà, dei bisogni, dei progetti del popolo cui spetta la sovranità. La sovranità sarà capovolta, diverrà sudditanza ad un capo assoluto. La tragedia della democrazia si rappresenterà con la farsa dell'elezione.

Prima di approvare questa legge, intervenga il presidente della Repubblica, prima ancora del vaglio del Senato, per le palesi violazioni della Carta. E ci pensino bene i parlamentari del Senato. Potrebbero favorire il ritorno di un condannato o cogliere l'occasione per rivelarsi capaci di salvare l'Italia dal regime.

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