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sabato 5 aprile 2014

Così l’austerità aumenta il divario Nord-Sud



Le politiche di austerità hanno accentuato il dualismo Nord-Sud, soprattutto attraverso una distribuzione della spesa pubblica e dell'onere fiscale non uniforme su scala nazionale (ma penalizzante per il Mezzogiorno), in un contesto di crescente scarsità di risorse che accentua i conflitti sull'appropriazione delle stesse.

di Guglielmo Forges Davanzati
“È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalista o di qualsivoglia altra causa storica., ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con l’esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto” (Antonio Gramsci, 1926)
E’ piuttosto enigmatica la posizione di Matteo Renzi sulle politiche per il Mezzogiorno. Alle critiche a lui rivolte per non aver neppure pronunciato la parola Sud nel discorso per la fiducia, il primo ministro ha seccamente replicato: “Basta parole in libertà”. Sarebbe come dire che del Mezzogiorno non si può parlare o che forse è proprio inutile parlarne. 

E’ opinione diffusa che il Mezzogiorno sia l’area del Paese nella quale con la massima intensità si manifestano casi di spreco, di corruzione, di gestione inefficiente delle risorse pubbliche, e che le regioni meridionali siano state (e siano) oggetto di interventi meramente assistenziali, essendo fondamentalmente incapaci di porre le condizioni per una crescita non ‘eterodiretta’. In tal senso, e per luogo comune, si fa passare il messaggio per il quale il Sud (assistito) vive alle spalle di un Nord che produce. Si prova a legittimare questa conclusione con l’ipotesi secondo la quale nelle regioni meridionali è bassa la dotazione di “capitale sociale”, intendendo per capitale sociale la propensione al rispetto delle norme formali e informali. 

Si tratta di una diagnosi estremamente opinabile, a ragione di queste considerazioni.

1) La categoria del capitale sociale non è chiaramente definita e, ancor più, è di difficilissima (se non impossibile) quantificazione. Neppure è chiaro quale sia il nesso di causalità fra capitale sociale e crescita economica, ovvero se quest’ultima sia (anche) trainata dal rispetto delle norme o se il rispetto delle norme diventa più diffuso in un’economia in crescita. Peraltro, assumendo come variabile rilevante per la misurazione del capitale sociale l’evasione fiscale, risulta che questa – sia in termini assoluti, sia in termini pro-capite – è maggiore al Nord. In particolare, su fonte Banca d’Italia, si stima che l’incidenza dell’evasione fiscale è pari a circa il 15% al Nord a fronte dell’8% circa al Sud. 

2) Appare molto più ragionevole ritenere che le difficoltà nelle quali si trova oggi il Mezzogiorno non dipendono dalla moralità dei cittadini che risiedono in queste regioni, ma da meccanismi macroeconomici che originano dalle politiche di austerità messe in atto nel corso degli ultimi anni. Politiche che hanno significativamente contribuito ad accentuare gli squilibri regionali, sia fra Paesi aderenti all’Unione Monetaria Europea, sia fra regioni, soprattutto – in quest’ultimo caso – per economie che erano già dualistiche. 

Possono essere sufficienti pochi dati per fotografare l’attuale condizione del Mezzogiorno. Su fonte SVIMEZ, si registra che è dal 2007 che l’economia meridionale cresce meno di quella del Centro-Nord. Nel 2012, il tasso di crescita è stato di segno negativo, pari a circa -3.2% (a fronte del -2.1% del resto del Paese), facendo registrare un tasso di variazione del PIL circa pari a -2.5% nel 2013 (a fronte di un calo di 1.8% del Nord). Il valore aggiunto del settore manifatturiero si è ridotto dall’11.2% del 2007 al 9.2% del 2012, in una condizione che appare molto simile alla ormai quasi completa desertificazione industriale, alla quale si associa una significativa riduzione del numero di sedi bancarie – la c.d. debancarizzazione.

Nel solo primo trimestre del 2013 il Sud ha perso circa 170 mila posti di lavoro rispetto all'anno precedente, con un andamento costantemente crescente del tasso di disoccupazione e delle emigrazioni, prevalentemente queste ultime di individui giovani e con elevato livello di istruzione. 
Si può ragionevolmente ritenere che questo “bollettino di guerra” dipenda dal deterioramento del capitale sociale nel Mezzogiorno? Ragionevolmente no, soprattutto in considerazione del fatto che non si capirebbe per quale ragione la propensione al rispetto delle norme si è così repentinamente modificata negli ultimi anni, e perché poi modificandosi abbia così significativamente agito sul contesto macroeconomico. 

Come documentato dalla Corte dei conti, la tassazione nel Mezzogiorno è più alta di quella del Centro-Nord. La spesa pubblica pro-capite è, anch’essa, più bassa nel Mezzogiorno rispetto alle altre aree del Paese. Si osservi, incidentalmente, che – contrariamente a uno dei tanti luoghi comuni sul Sud – il numero di occupati nel settore pubblico è maggiore nelle regioni settentrionali rispetto a quelle meridionali (in particolare, su fonte Ragioneria Generale dello Stato, si registra che la Regione con il massimo numero di dipendenti pubblici è la Lombardia). 

Ciò è imputabile alle politiche di austerità imposte dalla commissione europea e pienamente recepite dai Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni. L’imposizione del vincolo del 3% del rapporto deficit/PIL ha prodotto e continua a produrre, a cascata, questi esiti. Viene ridotta la spesa pubblica e viene aumentata l’imposizione fiscale, al fine di generare avanzi primari di entità tale da rispettarlo. Gli Enti locali, disponendo di minori risorse pubbliche, non possono far altro se non aumentare la tassazione, agendo, in particolare, sulle addizionali IRPEF. Il combinato di minore spesa pubblica e maggiore tassazione riduce la domanda aggregata interna e, a seguire, riduce il tasso di occupazione, i salari, il tasso di crescita e, come ampiamente dimostrato, accresce il rapporto debito pubblico/PIL. 

Il punto qui rilevante è che queste misure non sono attuate in modo uniforme sul territorio nazionale. Perché ciò avviene (ormai sistematicamente) può essere oggetto di sola congettura, dal momento che non sono disponibili motivazioni ufficiali che spieghino la ratio di una diseguale distribuzione della spesa pubblica e dell’onere fiscale su scala territoriale. 

Si può partire da una constatazione. Il Mezzogiorno non è un mercato di sbocco rilevante per le imprese del Nord; il Mezzogiorno è, piuttosto, un’area dalla quale queste ultime traggono forza-lavoro qualificata e beni intermedi, prevalentemente prodotti dall’economia sommersa. Su fonte ISTAT, si stima che le dimensioni dell’economia sommersa nel Mezzogiorno si aggirino intorno al 44% del PIL, a fronte di una media europea del 22.1%, di una media nazionale del 27% e del solo 16.5% in Lombardia. Localizzando parti del processo produttivo che richiedono l’uso di forza-lavoro poco qualificata in aree nelle quali i salari sono bassi, le imprese collocate nelle aree centrali dello sviluppo capitalistico riescono a ottenere un aumento dei profitti attraverso un duplice canale: mediante la compressione dei costi, e, al tempo stesso, attraverso l’attrazione di forza-lavoro altamente qualificata. In tal senso, si può considerare il sottosviluppo meridionale pienamente funzionale alla crescita delle aree più sviluppate del Paese. 

E’ bene chiarire che queste politiche non rispondono né a intenti “punitivi” né, come viene detto, alla ratio per la quale è solo rendendo scarse le risorse che si incentivano gli amministratori degli enti locali meridionali a farne un uso efficiente. Queste misure non fanno altro che assecondare i meccanismi di “causazione cumulativa” [1]  che un’economia di mercato genera spontaneamente. Si tratta di meccanismi per i quali, una volta determinatasi un’agglomerazione di imprese in una data area, quell’area fa registrare tassi di crescita sistematicamente più alti delle “periferie” a ragione del fatto che le imprese lì operanti possono sfruttare economie di network ed economie di scala. E, poiché la loro crescita è anche crescita del loro potere economico e politico, è del tutto evidente che esse possono condizionare le scelte di politica economica molto più di quanto possano farlo le imprese localizzare in aree periferiche. In più, è proprio in condizioni di scarsità delle risorse (derivante dalle politiche di austerità messe in atto) che i conflitti sulla distribuzione delle stesse si accentuano, e con essi si accentuano pressoché inevitabilmente i divari regionali. 

[1] V. Gunnar Myrdal (1957). Economic Theory and Underdeveloped Regions. London: London: General Duckworth & Co. 

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