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martedì 25 marzo 2014

Errori e illusioni della Renzinomics



Nessuna svalorizzazione del lavoro potrà risolvere i nodi strutturali di un sistema produttivo nazionale diventato progressivamente marginale nel consesso europeo. Le misure economiche del governo Renzi rischiano invece di riprodurre un modello che impoverirà sempre di più il Paese.

di Paolo Pini e Roberto Romano 
È stata una settimana indubbiamente impegnativa la scorsa per il primo ministro Matteo Renzi. Dopo lo show del 12 marzo, ha fatto il giro dell’Europa che conta e che decide per comunicare i sui impegni di governo. Prima Parigi, poi Berlino e quindi Bruxelles con tutti i presidenti e capi di governo per il Consiglio Europeo. L’Economist lo ha definito Gambler in a rush[1]. 

A Parigi si è rivolto al Presidente francese Hollande che era stato eletto per giocare il ruolo di baluardo nei confronti delle politiche di austerità tedesche e per propiziare una svolta per la crescita e l’occupazione. Peccato che nel frattempo si sia convertito alla tesi dell’”offerta che crea la sua propria domanda” e persegue ora la riduzione del cuneo fiscale a favore delle imprese francesi come unico modo per accrescere la loro competitività, mandando in soffitta Keynes, come noi peraltro lo abbiamo espurgato dalla Costituzione italiana nel 2012. I francesi gli hanno detto che il rapporto con gli amici tedeschi sarebbe rimasto la loro priorità, pur apprezzando gli sforzi italiani di uscire dal pantano. 

A Berlino sembra che abbiano capito cosa sia la “Renzieconomics”, ovvero riforme strutturali sul mercato del lavoro anzitutto, con un occhio al modello continentale-europeo della flexsecurity, insaporita da alcuni interventi spot sui redditi da lavoro in vista delle prossime elezioni europee. Sembra che Frau Merkel non faccia però sconti. I patti sono patti, ed i vincoli devono essere rispettati, che si chiamino Fiscal CompactSix Pack e Two Pack. Che implichino le regole del 3% e del 60% e conseguenti procedure poco importa, benché siano stati sottoscritti da un paese che realizza avanzi primari da 10 anni a questa parte ma ha un debito su Pil che veleggia verso il 135%. Quindi ci si aspetta che siano rigorosamente rispettati. Per le flessibilità dei decimali “deficit su Pil” occorre attendere che diano i loro frutti anzitutto le politiche sul mercato del lavoro. Renzi ha capito subito l’aria che tira in terra teutonica, per cui ha dichiarato che certo non aveva neppure pensato di discutere di margini dello 0,2-04% di deficit sul Pil per il 2014. 

A Bruxelles, infine, il tema di come far quadrare i conti dei mirabolanti progetti di riforma del Premier Renzi non era certo all’ordine del giorno del summit intergovernativo. È vero che la Commissione è dimissionaria, ma sarà comunque presto sostituita - forse - dalla Presidenza Martin Schultz targata grande coalizione, molto tedesca nell’ispirazione; è anche vero, però, che il Consiglio è costituito dai Governi nazionali e questi sono quelli che hanno firmato i Trattati europei e soprattutto i Patti intergovernativi più recenti. Questi sono in essere, fino a che i Governi non decidano di cambiarli, che non sembra una iniziativa imminente neppure dopo le elezioni europee. Barroso, Van Rompuy e tutti quanti han fatto intendere che il governo italiano deve e possa andare avanti lungo la strada delle riforme strutturali, garantire l’equilibrio politico del paese per uscire quanto prima dalla “Procedura di disquilibrio macroeconomico eccessivo” che è stata appena aperta nei suoi confronti. 

Il Governo Renzi si trova quindi nella difficile situazione di chi da un lato afferma che il vincolo del 3% deficit su Pil è “anacronistico”, ma dall’altro non potrà sfuggire facilmente da tale vincolo, che peraltro la Commissione non intende (al margine) flessibilizzare verso il basso; ricorda che l’Italia è già troppo vicina al 3% in ragione di stime italiane di crescita non realistiche. 

La situazione economica non volge al meglio per il 2014. Le previsioni inserite dalla Legge di Stabilità 2014-2016 (dicembre 2013) fiduciosamente davano un 1,1% di crescita del Pil, a cui corrisponde un deficit/Pil del 2,6%. Le istituzioni internazionali, però, già certificavano uno 0,7% di crescita, che di recente è stato abbassato allo 0,6%, con un 2,8% di deficit/Pil. Vi è poi chi immagina una crescita persino inferiore, 0,5%, con effetti negativi sul deficit/Pil che rischia di avvicinarsi alla soglia del 3%. In questo quadro margini di flessibilità di 0,4 punti percentuali di Pil (6,4 miliardi) su cui il Governo spera di fare affidamento svaniscono, prima ancora che la Commissione dichiari la propria disponibilità. 

A ciò si deve aggiungere che a breve lo scenario non sarà quello del vincolo al 3% deficit su Pil, bensì lo 0,5% previsto dal 2016 dal Fiscal Compact (e per la verità dello 0% corretto per il ciclo sin dal 2014(!) previsto dall’articolo 81 della Costituzione italiana, riscritto da una maggioranza quasi assoluta del Parlamento nell’aprile del 2012). Nel 2016 inizia anche il percorso ad ostacoli del rientro del nostro debito al 60% del Pil entro il 2035, che comporta più di 50 miliardi di riduzione del bilancio pubblico all’anno dato che siamo ora attorno al 135%, e la modesta crescita del Pil non aiuta di certo. Infatti, la Commissione ha già annunciato che si attende avanzi primari (al netto degli interessi) coerenti per conseguire tale obiettivo, nell’ordine di 4.5% del Pil. Alcuni sostengono che tale percorso non sarà praticabile non solo per noi, ma anche per molti altri paesi, tra cui la Francia, oltre che per tutti i paesi periferici, per cui il suo rispetto è sin d’ora dubbio. Vedremo quanto stringente sarà tale vincolo; rimane il fatto che esso è scolpito sulla pietra del Fiscal Compact sottoscritto (gennaio 2012, Consiglio Europeo) da tutti i paesi dell’Unione Europea (25), fatta eccezione per Regno Unito e Repubblica Ceca. 

È in questo contesto di regole europee il Governo italiano deve realizzare i suoi piani di spesa nel 2014 e negli anni a venire. Le misure messe in cantiere sono ingenti per le risorse che richiedono[2]

Pur non registrando il pagamento totale dei debiti (peraltro di ammontare incerto, ma stimato in 68 miliardi) della PA verso le imprese entro il 21 settembre 2014 (San Matteo), per il quale ci si affiderebbe alla Cassa Depositi e Prestiti per la parte corrente, mentre, forse, un 20% è la quota di debito in conto capitale che farà crescere il deficit e il debito, sarebbero necessari oltre 20 miliardi per finanziare gli altri provvedimenti, di cui 10 (7,5 scontando i primi mesi) per garantire circa 80 euro (da maggio) in busta paga per i lavoratori dipendenti, ed oltre 10 tra Irap (2,6), energia (2), integrazione fondo garanzia PMI (0,5), edilizia scolastica (3,5), tutela del territorio (1,5), assistenza disoccupati (3 o 5 dipende dall’estensione della Naspi e dal recupero dalla cassa integrazione in deroga), terzo settore (0,5), giovani ricercatori (0,5). A tal fine si fa grande affidamento sulle risorse provenienti dalla Spending Review. Peccato che quelle risorse, quantificate in circa 30-35 miliardi, la Legge di Stabilità 2014-2016 le impegni già a riduzione del debito, fatto salvo quanto deve rimanere a garanzia di coperture di bilancio non del tutto certe per gli anni 2013 e 2014 e per gli impegni necessari a fronte del perdurare della crisi. 

Sulla Spending Review occorre fare una ulteriore precisazione. Mentre il dibattito pubblico e mediatico ha discusso del taglio dalle pensioni, delle municipalizzate, degli esuberi (85.000) della pubblica amministrazione, nessuno ha discusso il vincolo istituzionale che il Commissario Cottarelli suggerisce al Governo e al Parlamento:

  1. introduzione di un tetto alla spesa pubblica;
  2. rafforzamento dei vincoli di spesa pubblica via Documento di Economia e Finanza (DEF);
  3. ogni nuova spesa deve essere compensata da una riduzione di spesa.
Le uniche spese senza vincoli sarebbero quelle per gli interessi sul servizio del debito pubblico, la cassa integrazione e le catastrofi naturali[3]. Se usciamo dai luoghi comuni e ancor di più dai confini patri, si osserva una qualche coincidenza tra le proposte di Cottarelli e i vincoli di bilancio degli Stati Uniti. Obama, ogni anno, è costretto a misurarsi con il congresso per trattare il tetto del debito pubblico e le misure a sostegno dell’economia. Cottarelli sembra un conservatore americano, ma con una punta di estremismo tipico del mainstream economico europeo. Non solo il debito deve contrarsi, ma ciò deve intervenire via taglio della spesa, non attraverso una buona modulazione tra entrate fiscali, spese e crescita economica. Quale è l’implicazione di questo impianto? Scompare l’economia pubblica nel senso dato dai padri fondatori della materia (teoria economica del benessere). 

In attesa che il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan si cimenti nella più classica “quadratura del cerchio”, il primo provvedimento della Renzieconomics è divenuto operativo con la pubblicazione del decreto legge n.34, del 20 marzo 2014[4]

Le nuove norme entrano in vigore il primo giorno di primavera della “nuova era del lavoro per decreto”. Non sarà probabilmente di buon auspicio, soprattutto per i lavoratori giovani e meno giovani. Come ha ben sottolineato Emiliano Brancaccio[5], dalla “austerità espansiva” si è passati alla “precarietà espansiva”, teorizzata dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti. Per avviare un nuovo ciclo di assunzioni, occorre: a) eliminare una delle cause all’origine dei contenziosi, quelli relativi al mancato rispetto della “causale” specificata nel contratto a termine; b) indurre le imprese ad assumere giovani con l’apprendistato, eliminando le clausole di stabilizzazione, gli obblighi formativi e riducendo le retribuzioni[6]

A tal fine il decreto interviene sulle norme in tema di contratti a termine eapprendistato

Sui contratti di lavoro “a termine” o ”a tempo determinato” si prevede quanto segue: 

1) contratto di lavoro a termine senza «causale» esteso a 3 anni, invece che 1 anno come in precedenza, ovvero non è necessario indicare la motivazione del termine del contratto di durata sino a tre anni; 

2) eliminazione della motivazione della proroga per tutti i contratti a termine: «acausalità», dopo il primo contratto temporaneo (in precedenza la «acausalità» non era prevista per eventuali proroghe da comprendersi comunque solo nei 12 mesi massimi dell’intero contratto); 

3) limite massimo alle proroghe: 8 contratti a termine consecutivi, senza soluzione di continuità del rapporto di lavoro tra un contratto prorogato e l’altro (in precedenza solo una proroga era consentita e per ragioni da giustificare); 

4) contratti a termine non oltre il 20% dell’organico nelle imprese da 5 addetti; entro i 5 addetti è sempre possibile uno o più contratti a termine; si fa eccezione per i lavoratori over-55, per i quali non sussiste tale limitazione, ed è una novità importante; 

5) la contrattazione collettiva può intervenire sui limiti quantitativi in caso di sostituzione di manodopera ed esigenze di stagionalità, o per le fasi di avvio di nuove attività (leggi deroga dalla legislazione); 

6) il decreto interviene, in modo inatteso, anche sui contratti di“somministrazione” di lavoro (ex lavoro interinale), prevedendo “acausalità” per contratti a tempo determinato di durata sino a 3 anni. 

Sui contratti di “apprendistato” le semplificazioni previste sono le seguenti: 1) non è più necessario confermare il 30% di apprendisti con contratto stabile prima di attivare rapporti di apprendistato con altri lavoratori; 

2) non è più obbligatorio il piano formativo individuale sottoscritto tra lavoratore ed impresa; 

3) eliminazione dell’obbligo di integrare la formazione on the jobprofessionalizzate del datore di lavoro con quella formativa pubblica; 

4) la retribuzione dell’apprendista è fissata al 35% della retribuzione contrattuale per il tempo dedicato all’attività di formazione; 

5) la contrattazione collettiva può intervenire sui limiti imposti dalla normativa (leggi deroga dalla legislazione). 

Con i cambiamenti intervenuti, il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato cessa di essere il contratto preminente, e deve misurarsi con i contratti a termine di durata triennale (a tempo determinato standard e somministrazione), liberati da qualsiasi motivazione di “carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili alla ordinaria attività del datore di lavoro. 

È lecito chiedersi quali siano i possibili rischi ed effetti di tale cambiamento radicale nella disciplina del lavoro successivo alla riforma Fornero che era stata costruita sulla distinzione tra “buona e cattiva flessibilità”[7]. Ci sembrano rilevanti i seguenti punti che dovranno essere monitorati con estrema attenzione. 

1) Crescita della dispersione salariale e delle disuguaglianze retributive: a parità di mansione e qualifiche, paghe individuali ancor più differenziate tra lavoratori a termine e lavoratori a tempo indeterminato. 

2) Crescita dell’instabilità del rapporto di lavoro e delle difficoltà a costruire un percorso lavorativo di lungo periodo; crescita del rischio di passare da un lavoro ad un altro, sempre da precario[8]

3) Svalorizzazione del lavoro come realizzazione personale, con discriminazioni sostanziali di genere e di censo. 

4) Sostituzione di lavoro stabile con il lavoro precario, senza nessun effetto significativo sul volume di occupazione. 

5) Riduzione degli incentivi alla formazione dei lavoratori interna all’impresa e stimolo alle relazioni di mercato esterne all’impresa piuttosto che investire nel mercato del lavoro interno all’impresa: modello buy piuttosto che makei cambiamenti introdotti mutano in modo significativo le convenienze relative tra contratti a termine e apprendistato, liberalizzando i primi che sono favoriti e riducendo il contenuto formativo intrinseco dei secondi. 

6) Riduzione degli incentivi alla innovazione nell’impresa con sostituzione della flessibilità esterna all’impresa alla flessibilità interna: il rischio è quello di esacerbare la «trappola della bassa produttività» che contraddistingue parte significativa delle imprese italiane che investono poche risorse in innovazioni organizzative del tipo best work organization practices

Vale qui riportare alcune valutazioni che sono state espresse da studiosi del lavoro. 

Tito Boeri e Pietro Garibaldi: «tutele progressive» o «schizofrenia contrattuale»?[9] «Una norma di questo tipo di fatto introduce un periodo di prova di 3 anni in cui il datore può licenziare senza pagare un’indennità, senza dare un minimo di preavviso e senza neanche motivazione. Un periodo di prova così lungo spiazza qualsiasi altra tipologia contrattuale nel periodo di inserimento. E dopo un periodo di prova di 3 anni, non si può immaginare di avere un contratto di inserimento come il nostro che allungherebbe la fase iniziale del contratto a 6 anni, quando l’anzianità aziendale media in Italia è attorno ai 15 anni.» 

Chiara Saraceno: «precarietà infinita»[10]. «Come ciò si concili con il promesso contratto unico a tutele crescenti rimane un mistero. Ed è difficile che l’ulteriore precarizzazione dei rapporti di lavoro favorisca la ripresa economica, ovvero la competitività delle nostre imprese a livello nazionale tutele crescenti rimane un mistero. È, infatti, un forte scoraggiamento a investire sulla forza lavoro, specie su quella in ingresso, dato che l’orizzonte temporale della “prova” si allunga a dismisura e assume ancora più di prima un carattere neppure tanto sottilmente minaccioso, o ricattatorio, dato che rinnovi o mancati rinnovi possono avvenire in tempi cortissimi.» 

Piergiovanni Alleva: «precari per decreto e per sempre»[11]. «Quale è la formula semplicissima che il Decreto offre e suggerisce al datore? Tenere il lavoratore con contratto acausale e alla scadenza sostituirlo. Dal punto di vista del lavoratore significa cercare ogni tre anni un diverso datore di lavoro, e ciò all’infinito, e rassegnandosi ad una totale sottomissione a ricatti di ogni tipo, sperando di essere confermato a tempo indeterminato una volta o l’altra. Resta da considerare la conformità di questo decreto alla normativa europea in tema di contratto a termine. Il principio europeo che il Decreto con vistosa ipocrisia ripete, per il quale la forma normale del contratto di lavoro è quella a tempo indeterminato, viene così non solo aggirato e violato, ma ridotto ad una burletta e questo potrà essere fatto valere di fronte alla Corte di Giustizia Europea.» 

Paolo Pini: «supermarket contrattuale e trappola della produttività»[12]. «Primo, si insiste con pervicacia con la “deriva del diritto del lavoro”, con la giustificazione che siccome siamo in crisi, meglio un lavoro purchessia che un lavoro in nero, o un non lavoro, mettendo in soffitta la distinzione tra flessibilità buona e flessibilità cattiva di Fornero memoria. Secondo, come si concili questo ritorno alla logica del supermarket contrattuale con il contratto unico a tutele progressive annunciato nel Job Act si inserisce tra i misteri del 12 marzo 2014. Terzo, l’ideologia della flessibilità contrattuale del lavoro come panacea della bassa competitività prosegue nel fare danni, favorendo le imprese non innovative che fanno concorrenza sulle non-tutele dei lavoratori alle imprese innovative, consegnando il mondo del lavoro e dell’impresa alla “trappola della stagnazione della produttività”». 

Emiliano Brancaccio: «Verso la precarietà espansiva»[13]. «Il rischio è che si passi da una vecchia a una nuova illusione. Già la tesi della austerità espansiva non aveva riscontri empirici. Ed infatti, invece di favorire la ripresa, l’austerity ha solo alimentato la depressione. Ma nemmeno la nuova dottrina, quella della precarietà espansiva, trova conferme nei dati: le evidenze empiriche, dell’Ocse, come del Fondo monetario internazionale, ci dicono che la flessibilità del lavoro non è correlata all’aumento dell’occupazione. I contratti precari incentivano forse i datori di lavoro ad assumere, ma favoriscono anche la distruzione di posti di lavoro nelle fasi di crisi. L’effetto netto è prossimo allo zero». 

La fase 1 della riforma del mercato del lavoro è quindi stata avviata, assieme a quella della semplificazione normativa e delle liberalizzazioni. Ora non resta che stendere il “testo unico” del lavoro, sintetico ed necessariamente in inglese per renderlo comprensibile alle imprese estere che arriveranno “a frotte” per cogliere le opportunità della nuova Renzieconomics. Per la fase 2, quella delle opportunità e tutele di mercato, occorrerà attendere in mancanza delle notevoli risorse finanziarie necessarie alla creazione del sistema di flexsecurity ed in attesa della riforma della pubblica amministrazione che consenta di coniugare, ma in modo concorrenziale, sistema pubblico e privato nel mondo delle politiche del lavoro e della formazione. Nel frattempo si potranno approntare alcune riforme minimali, a margine, con le poche risorse a disposizione, quale la Nuova Aspi che estenda il sussidio per chi perde lavoro almeno a qualche centinaia di migliaia di persone. 

A livello macroeconomico non possiamo quindi aspettarci qualcosa di molto diverso dalla intensificazione delle politiche di svalutazione interna, che coniugate sul lavoro significano rapporti di lavoro flessibili, precari, con basse retribuzioni, che consentono alle imprese di poter competere sui costi e sui prezzi piuttosto che sulla qualità di ciò che producono. L’idea è che si possa ridurre il gap di competitività con i paesi virtuosi, e cercare di riequilibrare deficit commerciali e debiti pubblici rilanciando un modello di export-led per tutti i paesi periferici dell’eurozona, contraendo la domanda interna. Questa è la politica che l’Europa raccomanda con pervicacia. Il rischio è grande per i paesi periferici: ogni paese cercherà di trarre beneficio dalle svalutazioni interne, riducendo occupazione e salari, comprimendo i costi per salvare la propria base industriale a scapito di quella altrui. La storia insegna che questo gioco non è a somma positiva, ma spesso negativa, soprattutto nel medio e lungo periodo. Ma ciò fa parte dellamalattia del short-terminism che i mercati finanziari hanno esteso all’economia reale. 




Se guar­diamo ai prov­ve­di­menti con atten­zione è dif­fi­cile tro­vare qual­cosa di inno­va­tivo e che possa mini­mante con­di­zio­nare il per­corso di cre­scita del paese. Non sarà la ridu­zione delle tasse, Irap o Irpef, a rilan­ciare la domanda di lavoro. Come direbbe Key­nes, non potete aspet­tarvi dei piani di rilan­cio degli inve­sti­menti da parte delle imprese se le aspet­ta­tive sono nega­tive. Alla fine gli inve­sti­menti sono diret­ta­mente pro­por­zio­nali alle aspet­ta­tive di cre­scita del sistema eco­no­mico, non all’aspettativa di una ridu­zione delle tasse. Inol­tre, la minore com­pe­ti­ti­vità delle imprese ita­liane non è attri­bui­bile al costo del lavoro, tra i più bassi a livello di paesi Ocse, piut­to­sto alla bassa pro­dut­ti­vità degli inve­sti­menti delle imprese pri­vate. Pochi lo sanno, ma il rap­porto investimenti/Pil dell’Italia è uguale alla media dei paesi euro­pei (19,4%), ma l’output è pari a 1/5. Forse l’Italia deve affrontare dei problemi molto più seri. 

Se da un lato il primo ministro Renzi all’inizio della sua avventura introduceva neljob act alcuni lineamenti di politica industriale, dall’altro le misure adottate hanno il sapore amaro della rinuncia. In qualche modo consolida l’idea che la crisi italiana è una crisi tutta interna all’alta pressione fiscale che avrebbe inibito gli investimenti, la ricerca e sviluppo e la creazione di lavoro. Purtroppo il sistema produttivo nazionale è diventato progressivamente marginale nel consesso europeo. La sua specializzazione produttiva non consentirà di recuperare nessuna nuova quota di commercio internazionale per la semplice ragione che la domanda internazionale si fonda su beni e servizi che l’Italia da tempo non produce più. L’Italia è l’unico paese di area Ocse in cui la spesa in ricerca e sviluppo (GERD) pubblica è più alta di quella privata. Facile la battuta: le imprese non investono in ricerca e sviluppo. Dovremmo cambiare modello interpretativo: la statistica fotografa lo stato dell’arte. Per definizione le imprese realizzano ricerca e sviluppo per conquistare quote di mercato prima di altre imprese, sempre che la specializzazione produttiva lo richieda. Riformuliamo la domanda: se fosse coerente la spesa in ricerca e sviluppo delle imprese rispetto alla propria specializzazione? In effetti rischia di essere coerente. È il motore della macchina che non è più adeguato. Nessuna svalorizzazione del lavoro potrà risolvere il nodo di struttura. Per alcuni versi si riproduce un modello che tendenzialmente impoverirà sempre di più il Paese. 

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