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venerdì 21 marzo 2014

De Palma (Fiom): “Renzi rottama il lavoro, la Cgil di Camusso resta subalterna”



Michele De Palma, esponente della Fiom, boccia le misure di Renzi: “Nel provvedimento manca una vera politica di redistribuzione delle ricchezze, intenzione del governo è dividere ulteriormente il già frammentato mondo del lavoro”. E anche sulla Cgil, i toni sono duri: “Rischia di subire l’unilateralismo azendale finendo soltanto per erogare dei servizi”.

colloquio con Michele De Palma di Giacomo Russo Spena
“Nessuna svolta, anzi”. La spending review? “Senza un aumento della tassazione sulle ricchezze è in discussione il diritto stesso di cittadinanza”. E sulla Cgil, la critica è dura: “Ormai si va verso un sindacato unico”. Michele De Palma, esponente di spicco della Fiom, boccia il Jobs Act di Matteo Renzi senza mezzi termini. Per lui il vero cambiamento nel mondo del lavoro sarebbe “la riduzione delle tipologie contrattuali, non la sua moltiplicazione”.

De Palma, il suo giudizio è netto. Molti hanno definito il piano di Matteo Renzi come una forma di social-liberismo. Lei non intravede un cambio di marcia rispetto al passato, soprattutto se pensiamo alla riforma Fornero?
Nel Jobs Act si rende acausale il contratto a termine e si tolgono i vincoli all'assunzione a tempo indeterminato per l'apprendistato, il che significa rendere eterno il precariato. Negli anni si è radicato nella classe dirigente un convincimento infondato sulla frammentazione del lavoro: per loro più aumenta la tipologia dei contratti disponibili, più sale il numero degli occupati. È falso. Le imprese chiudono e si perdono posti perché mancano politiche che incentivano gli investimenti sul prodotto e sul processo, e questo ha indotto a competere abbassando il costo del lavoro e peggiorando l’impatto ambientale. Ovvero, azzeramento dei diritti e della stessa democrazia.

Il tema dell’occupazione è una spada di Damocle per ogni governo. Lei quali misure propone?
Bisognerebbe redistribuire il lavoro esistente disincentivando gli straordinari e riducendo (con i contratti di solidarietà difensivi e attivi) l'orario di lavoro. Invece andiamo in un'altra direzione, verso un generale peggioramento della condizione dei lavoratori. Siamo assistendo ad un’intensificazione dei ritmi e ad un aumento dei carichi che non ha precedenti nella storia: in una linea di montaggio, come in un subappalto senza regole, come in una cooperativa della logistica in deroga al contratto nazionale, le imprese guadagnano una rendita maggiore rispetto al passato. 

Torniamo al Jobs Act. Tra la varie misure ipotizzate, sono previsti mille euro in più all'anno per chi ne guadagna meno di 25mila lordi. È un reale antidoto per contrastare la crisi o le appare una mossa più che altro propagandistica?
Trovarsi in busta paga 80 euro in più è chiaramente una svolta. A maggior ragione se parliamo di lavoratori dipendenti, i quali hanno in Italia un salario che è fra i più bassi d’Europa e negli ultimi anni hanno visto diminuire esponenzialmente il proprio potere d'acquisto tra contratti nazionali bloccati, deroghe agli stessi e aumento della pressione fiscale, dalla tassazione comunale a quella regionale. Ma non si tratterebbe di una svolta redistributiva perché senza la patrimoniale e una tassazione sulle ricchezze non si livella la diseguaglianza sociale nel Paese. È necessaria una nuova fiscalità generale volta a redistribuire le risorse, a finanziare i servizi sociali e a garantire un reddito per giovani e disoccupati. Misure che porterebbero veramente l’Italia in Europa.

Nel Jobs Act non viene minimamente menzionato il cosiddetto Quinto Stato: partite Iva, lavoratori autonomi, precari intermittenti, occasionali… Non la trova una grave mancanza?
Renzi ha puntato su una cifra (mille euro in un anno) e su una determinata categoria (i lavoratori dipendenti), sicuro di poter mantenere la promessa. Vuole far passare l’idea del premier che dall’alto mette i soldi in tasca ai cittadini, senza alcuna trattativa con sindacati o associazioni di imprese. Come gli imprenditori che impediscono la nascita del sindacato nelle proprie aziende perché al primo tentativo di contrattazione collettiva elargiscono 20 euro di superminimo o 300 euro come liberalità unilaterale. Un rapporto diretto uno a uno con un mondo, quello del lavoro dipendente, che non è ancora frammentato e diviso come il Quinto Stato. Non è quindi una “grave mancanza” ma una precisa scelta politica: il tentativo di costruire su interessi contrapposti il proprio consenso.

Sta dicendo che in questo modo si favorisce una guerra tra poveri?
In tempo di crisi sono sufficienti 80 euro in più al lavoratore dipendente per far sentire discriminato il precario: a loro sì, a noi no. È una logica immediata. Così si alimenta una contrapposizione di interessi all’interno dello stesso mondo del lavoro. Magari la prossima volta Renzi per dare risorse ai giovani si inventerà che sarà necessario l’ulteriore aumento dell'età pensionabile, mettendo padri e figli gli uni contro gli altri. Risultato? Mentre il presidente del Consiglio aumenta il proprio consenso, l'unità fra lavoratori, precari e disoccupati è sempre più lontana.

Intanto si intravede una nuova spending review con tagli drastici nella pubblica amministrazione e nel trasporto locale e ferroviario…
Senza una vera tassazione sulle ricchezze il diritto stesso di cittadinanza è in discussione: in Italia l’aumento della povertà coincide con la riduzione progressiva della copertura sanitaria, scolastica e universitaria, del trasporto locale, dell'accesso alla cultura e ai saperi. Si decide di cambiare direzione di marcia, ma si sceglie quella sbagliata. I tagli al personale della pubblica amministrazione, agli ospedali e alle scuole sono resi possibili dal ricorso massiccio al precariato, al lavoro degli specializzandi, alle privatizzazioni e agli appalti selvaggi.

La Cgil in un primo momento si è espressa a favore del Jobs Act. Successivamente ha corretto il tiro e ora Susanna Camusso promette battaglia. Si tratta di schizofrenia o semplicemente di una lettura sbagliata degli eventi?
È l'assenza di un proprio punto di vista autonomo. È finito il tempo in cui il riconoscimento come soggetto negoziale era garantito dalla tua lunga storia, è stato superato dalle controparti. L'essere sindacato è ricomporre e riorganizzare le condizioni di lavoro e non; si deve rischiare ogni giorno come del resto fanno quotidianamente le persone, solo così si ricostruisce un elemento di fiducia. E tale passaggio non è possibile senza un nuova legge sulla democrazia sindacale: il recente accordo sulla rappresentanza sottoscritto dalle varie organizzazioni non colma il vuoto di legittimità e di partecipazione, piuttosto lo amplifica. Siamo al paradosso. Ci avviamo verso un processo irreversibile di sindacato unico che subisce l’unilateralismo aziendale finendo soltanto per erogare dei servizi, senza alcuna forma conflittuale o di tutela dei lavoratori. La Fiom si sta opponendo: negli stabilimenti di FCA (Fiat) pensavano che, tramite un sistema di regole, sanzioni, discriminazioni ed esclusioni, avrebbero potuto cancellare il sindacato; non ci sono riusciti, perché noi siamo ancora lì con i nostri attivisti e delegati.

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