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venerdì 28 febbraio 2014

oltre al cuore che batte

L'Ultimo bacio prima di partire per il fronte
l’ultimo bacio prima di partire per il fronte

Claudio Messora

Ci sono tanti tipi di guerre. C’è la guerra lampo, c’è la guerra di movimento, ci sono le guerre di posizione, quelle di logoramento. Ognuna è caratteristica di un certo periodo storico ed è resa possibile dalla disponibilità o meno di nuove tecnologie. La prima guerra mondiale avrebbe dovuto essere breve ed indolore, ma la disponibilità diffusa e allargata a tutti gli schieramenti di nuove armi invalidò tutte le strategie belliche ancora legate a schemi e tattiche dell’800, come la battaglia campale. I generali fallivano. Il risultato fu che la guerra durò anni, morirono milioni di persone ma, soprattutto, nelle trincee si perdeva qualunque tipo di fede o convinzione. E si finiva per socializzare perfino con i nemici, spesso asserragliati a poche centinaia di metri. Fu proprio lì, in questo quadro confuso e demotivante, che nacque la propaganda, come teoria di ricondizionamento di massa avanzata inizialmente nei circoli intellettuali viennesi. Il contesto decadente permise l’infiltrazione dei “riprogrammatori”: preti e ufficiali che si aggiravano in maniera incontrollata tra i soldati, quasi sempre analfabeti, e leggevano proclami dove si enunciavano fatti e ragioni, non importa se falsi o inventati là per là, per i quali era buono e giusto odiare il nemico e combattere per l’onore della patria.

Una guerra ha bisogno di una forte motivazione, di chiarezza negli obiettivi e coesione d’intenti, di un popolo che la comandi e di un esercito che la conduca con freddezza e determinazione, di regole che impediscano a ribelli e disertori di condizionarne l’esito e, soprattutto, di tempi non estenuanti: ogni forma di logoramento allontana le speranze di successo. I dubbi e la paura sono elementi umani. Non solo: sono essenziali, perché arricchiscono e creano nuove forme di propulsione interiore. Purché vengano gestiti e risolti al di qua della trincea, con dignità e onore. Chi si agita scompostamente e fa rumore, chi al dialogo interno preferisce la solidarietà esterna, senza per questo avere la forza e la superiorità morale di abbandonare la linea di combattimento, mette a rischio gli obiettivi e la vita stessa dei suoi compagni. Chi logora l’umore e la motivazione delle truppe è pericoloso, per sé e per gli altri, perché a casa è rimasto un popolo che ha sacrificato i suoi affetti più cari, il suo lavoro, ogni certezza, pur di mandare i suoi figli a inseguire un sogno. E quel sogno, quella speranza sono più importanti della confusione personale di chi non sa risolversi. Rappresentano il destino di un popolo, la differenza che passa tra una comunità prospera e felice e una compagine di servi senza possibilità di redenzione. Chi semina confusione aprendo nuove vie di accesso al nemico permette agli incantatori di serpenti, alle sirene, agli officianti di nuove religioni, ai ‘dissennatori’ di ogni ordine e grado di approfittarsi della sua debolezza ed impadronirsi così delle speranze e del destino di milioni di persone. Perché una guerra si può fare in molti modi, è vero, ma una volta che è iniziata deve essere portata a termine: si vince o si perde, si vive o si muore, si diventa liberi o si resta prigionieri per sempre. E noi siamo in guerra: non possiamo dimenticarlo. Una guerra che oltre a lasciare cadaveri a terra, vittima di una concezione malata di economia, rischia di falcidiare anche sogni, speranze, illusioni, principi, desideri, ideali… ovvero tutto e solo ciò che serve per restare vivi, oltre al cuore che batte.

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