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mercoledì 15 gennaio 2014

Job acts: tanto rumore per nulla?



di Guglielmo Forges Davanzati
Rapidamente balzata ai primi posti dell’agenda della politica economica italiana, la recente proposta formulata da Matteo Renzi di un’ulteriore riforma del mercato del lavoro, denominata Job Acts, è una proposta sostanzialmente vuota, e comunque niente affatto innovativa (per quanto è dato conoscere al momento). 

Il PD di Renzi non fa altro che recepire un suggerimento – datato al 2006 – degli economisti Boeri e Garibaldi, che fa riferimento all’istituzione di un contratto unico di inserimento a tutele crescenti. In altri termini, avendo realizzato che alle imprese non serve poter disporre di una molteplicità di tipologie contrattuali (come previsto nella c.d. legge Biagi), si propone un intervento di semplificazione, finalizzato a istituire un contratto unico con un iniziale periodo di prova e con successiva assunzione a tempo indeterminato. La proposta è ancora sostanzialmente vuota. Ciò a ragione del fatto che non è chiaro se la nuova fattispecie normativa sostituirà tutte le tipologie di contratti precari esistenti (circa quaranta), se ne sostituirà alcune e, se sì, quali e perché. La proposta non è neppure nuova, dal momento che, fino alla controriforma Fornero del 2012, la legislazione in materia prevedeva la possibilità di somministrare contratti molto simili a quelli oggi proposti. 

Per inquadrare i termini della questione, sono necessarie due premesse.

1) E’ falsa la convinzione, fatta propria da alcuni esponenti della Destra, che non si creano posti di lavoro con un tratto di penna, a costo zero. Le politiche di accentuata deregolamentazione del mercato del lavoro messe in atto negli ultimi anni hanno inequivocabilmente dimostrato che è ben possibile distruggere posti di lavoro a colpi di legge. L’OCSE ha ripetutamente certificato che, fra i Paesi industrializzati, l’Italia è quello che offre meno tutele ai lavoratori, sia occupati sia disoccupati, e che quanto più si riducono le tutele dei lavoratori, tanto più si riducono i salari e tanto più si riduce il numero di occupati. L’effetto è ovviamente amplificato in fasi recessive, nelle quali, a seguito della caduta della domanda, le imprese sono incentivate a licenziare e, data la normativa vigente, non incontrano alcun limite normativo nel farlo. Il fatto che questo effetto era teoricamente prevedibile è stato dimostrato a più riprese (vedi qui e qui). 

2) Ciò detto, va comunque ribadito che l’aumento dell’occupazione, soprattutto in fasi recessive, non può che avvenire attraverso politiche di sostegno alla domanda aggregata e che, dunque, la crescita della disoccupazione va innanzitutto imputata alle misure di austerità. 
Si consideri una versione “estrema” del Job Acts, nella quale tutte le nuove assunzioni saranno disciplinate con il contratto unico di inserimento a tutele crescenti. Quali effetti sull’occupazione è ragionevole attendersi? 

E’ verosimile che, nella fase iniziale, i neo-assunti saranno incentivati a erogare la massima intensità lavorativa per minimizzare la probabilità di non ottenere la stabilizzazione. Ma, se anche questo effetto è ragionevolmente prevedibile, non si capisce per quale ragione lo sia con la nuova tipologia contrattuale e non lo sia con un contratto precario: in entrambi i casi, infatti, i lavoratori hanno il medesimo incentivo a lavorare molto e bene. L’incentivo si attenua quanto maggiori sono le tutele, in ordine alla probabilità di licenziamento, di cui il lavoratore beneficia. Si può, quindi, dedurre che – ammesso che il rendimento dipenda dalla probabilità di licenziamento – il contratto unico ha effetti negativi sulla produttività del lavoro. E poiché, nella fase di assunzione, le imprese verosimilmente scontano questo effetto, è ragionevole prevedere che il contratto unico disincentiva le assunzioni (o è meno conveniente di un contratto a tempo determinato). 

La proposta del PD di Renzi si basa, per contro, sulla convinzione che il contratto unico sia reciprocamente conveniente per datori di lavoro e lavoratori, dal momento che la stabilizzazione si accompagnerebbe a maggiore specializzazione, dunque all’aumento del capitale umano specifico e della produttività. Ma se la questione viene posta in questi termini, non si capisce per quale ragione le imprese non dovrebbero immediatamente assumere con contratti a tempo indeterminato e soprattutto non è chiaro per quale ragione – seguendo la medesima logica dei promotori – una volta stabilizzato, il lavoratore, con le massime tutele in ordine al licenziamento, dovrebbe continuare a erogare il massimo impegno. In tal senso, occorrerebbe riconoscere che gli effetti sulla produttività della somministrazione di contratti con tutele crescenti sono quantomeno ambigui. 

Vi è di più. Come messo in evidenza a più riprese da Luigi Cavallaro, il contratto unico potrebbe generare il solo effetto di estendere la platea del precariato. E, peraltro, come ha chiarito il Presidente di Confindustria, le imprese italiane non hanno bisogno di nuovi interventi di deregolamentazione del mercato del lavoro, ma in primis di più ampi mercati di sbocco e di un più facile accesso al credito. 

La crescente precarizzazione del lavoro, in effetti, è fra le cause della caduta dei consumi e della restrizione del credito: problemi sui quali il PD di Renzi resta, al momento, silente. Il circolo vizioso che ne deriva è così sintetizzabile. 

a) La singola impresa ha interesse ad assumere con contratti precari, dal momento che, così facendo, comprime i costi e si attende un incremento dei profitti. La compressione dei costi deriva dal fatto che l’assunzione di lavoratori con contratti a tempo determinato si associa al pagamento di salari più bassi rispetto al caso di assunzioni a tempo indeterminato. Ciò per l’evidente ragione che, sussistendo una credibile minaccia di non rinnovo del contratto, il potere contrattuale del lavoratore che lo accetta è estremamente basso, e basse sono le retribuzioni [1]. 

Il ricorso a contratti ‘flessibili’ da parte di un numero significativo di imprese genera effetti macroeconomici di segno negativo per le imprese stesse, almeno per quelle che vendono esclusivamente su mercati interni. I bassi salari pagati a lavoratori con contratti a tempo determinato si associano a una bassa domanda di beni di consumo e, a seguire, a bassi ricavi [2]. In più, dal momento che le imprese produttrici di beni di consumo vedono ristretti i loro mercati di sbocco, esprimono una bassa domanda di beni di investimento, con conseguente calo della domanda aggregata interna e, per la crescente obsolescenza del capitale, con conseguente riduzione della produttività del lavoro [3].
 
b) In quanto la precarizzazione del lavoro riduce i profitti delle imprese che operano su mercati interni, ciò si traduce, da un lato, in una riduzione delle garanzie che le imprese possono offrire alle banche per ottenere finanziamenti e, dall’altro, nel peggioramento delle aspettative imprenditoriali. Le imprese domandano meno credito e le banche – assegnando maggiore rischiosità ai progetti di investimento – riducono l’offerta di credito. Su fonte Banca d’Italia, si registra che il tasso di variazione dei crediti concessi dalle banche italiane è passato dal 2.7% nel 2010 al – 2.5 di fine 2012. 

In questo contesto, appare evidente che un’ulteriore riforma del mercato del lavoro che non faccia altro che riproporre, sotto forme diverse, politiche di precarizzazione è, nella migliore delle ipotesi, del tutto inutile. Nell’attesa di conoscere l’articolato della proposta del PD di Renzi, non resta da concludere che, sulla base di ciò che oggi si sa, job acts rischia di fare tanto rumore per nulla. 

NOTE

[1] Su fonte CGIL, si stima che i lavoratori occupati con contratto a tempo determinato, in Italia, percepiscono un salario medio di circa 800 euro al mese. L’OCSE certifica, con riferimento al nostro Paese, che il fenomeno interessa prevalentemente giovani di età inferiore ai 25 anni e che, soprattutto, il numero di precari in rapporto alla popolazione attiva è più che raddoppiato nel corso dell’ultimo decennio. In particolare, si registra che, nel corso dell’ultimo anno è significativamente aumentata (nell’ordine del 4%) la percentuale di assunzioni con contratto a tempo determinato sul totale delle assunzioni rispetto all’anno precedente.

[2] Il combinato delle politiche di austerità e della crescente precarizzazione del lavoro, determinando un drastico calo della domanda, ha prodotto ondate di fallimenti d’impresa senza precedenti nella storia recente dell’economia italiana. Su fonte Unioncamere, si registra che nel 2011 sono stati censiti più di 12 mila fallimenti, con un aumento del 7,4% rispetto alle oltre 11 mila procedure del 2010 (che, a sua volta, aveva fatto segnare un +19,8% rispetto all’anno precedente). Ovviamente, i termini del problema si pongono in modo diverso per le imprese esportatrici, dal momento che, per queste, a fronte di minori salari pagati ai propri dipendenti, vi è possibilità di ottenere profitti crescenti a condizione che la domanda estera sia in aumento.

[3] Su fonte ISTAT, si registra che, in Italia, gli investimenti fissi lordi hanno subìto una contrazione del 3.3%, il tasso di disoccupazione è aumentato, dal 2012 al 2013, di circa un punto percentuale e le (più ottimistiche) previsioni indicano un tasso di crescita nell’ordine del -1.4%. In tal senso, è corretto affermare che le c.d. riforme strutturali (delle quali il Job Act è parte integrante) agiscono negativamente non solo dal lato della domanda ma anche dal lato dell’offerta (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/L-austerity-uccide-il-malato-europeo-21524).

(15 gennaio 2014)

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