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mercoledì 29 gennaio 2014

Il comune scopo di porcellumbis e marchionnum


Il Corriere della Sera vanta che la maggioranza degli italiani appoggi la riforma elettorale Renzi Berlusconi. Se poi si vanno a vedere i dati del sondaggio si scopre che quasi la metà non è d’accordo. Considerata la grancassa mediatica a senso unico bisogna ammettere che il regime informativo non funziona tanto bene.
E tuttavia proprio un regime si sta blindando con le nuove regole che stanno ridefinendo per la rappresentanza politica e sociale.
Profonda sintonia non c’è soltanto tra Renzi e Berlusconi, ma tra il progetto di riforma elettorale voluto dai due e l’accordo sulla rappresentanza sindacale sottoscritto il 10 gennaio da CGIL CISL UIL e Confindustria. Uno occupa la scena, l’altro sta sullo sfondo, ma sembrano scritti dallo stesso autore.
Intanto in comune hanno l’aggiramento delle recenti sentenze della Corte Costituzionale, ai limiti della presa in giro.
Nel luglio 2013 la Corte sanzionò il comportamento della Fiat, che aveva escluso dai diritti sindacali la FIOM, dichiarando incostituzionale quella parte dell’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori che Marchionne usava a tutela delle proprie scelte.
Non si possono legare il diritto dei sindacati ad esercitare le loro funzioni e ancor di più quello dei lavoratori a scegliere liberamente la propria rappresentanza alla preventiva sottoscrizione di un accordo con la controparte. Perché così è ovvio che sarà quest’ultima, alla fine, a decidere chi ammettere e chi escludere nella rappresentanza del lavoro. Questo ha detto la Corte e ha giustamente inibito la Fiat dal continuare a discriminare la FIOM che non aveva firmato gli accordi di Pomigliano.
Ebbene CGIL CISL UIL e Confindustria il 10 di gennaio hanno sottoscritto un accordo che va nella direzione esattamente opposta rispetto a quanto affermato in quella sentenza, stabilendo che hanno diritto al riconoscimento e persino a presentarsi alle elezioni solo coloro che quell’intesa la sottoscrivono. E che intesa! Deroghe in peggio ai contratti, sanzioni anche pecuniarie ai delegati che le contrastano, commissione di controllo a dominio confindustriale per decidere dei comportamenti dei sindacati. Leggere il testo se si hanno dubbi.
Già il 31 maggio 2013 sindacati e aziende avevano sottoscritto questi principi, rinviandone l’attuazione ad un successivi regolamento. Ma appunto nel luglio successivo c’è stata la sentenza della Corte, si poteva provare a rispettarla. Invece il regolamento del 10 gennaio è brutale, persino meticoloso nel violarla. Così abbiamo il Marchionnum esteso a tutti.
La vicenda elettorale è ben più conosciuta. La Corte ha da poco dichiarato incostituzionale il porcellum in due principi di fondo, il premio di maggioranza spropositato e le liste bloccate senza preferenza.
I due leader in profonda sintonia hanno deciso di assegnare la maggioranza a chi prende il 35%, cioè basta un terzo per avere più della metà. La migliore minoranza vince tutto alla faccia della Costituzione. Quanto alle preferenze, i due la risolvono con qualche fatica in più per i capipartito: dovranno fare le nomine dei parlamentari a gruppi di 6 invece che di 50 alla volta.
Chi non vuol stare in alleanza con uno dei due deve prendere più del’8 % per entrare in parlamento. Cioè mentre al vincitore si regala più del 16% chi arriva al 7,99 è fuori. Nel linguaggio della repubblica democratica di una volta questa si chiamerebbe legge truffa.
Ecco, questa è la sostanza comune del Porcellumbis e del Marchionnum. Servono a conservare il sistema di potere, a normalizzare il dissenso e impedire l’alternativa. Sono la veste istituzionale delle politiche di austerità e dei vincoli della Troika, che esigono la loro governabilità. Sono la forma rappresentativa che ci concede il regime delle banche e della finanza, che infatti ha subito salutato con soddisfazione queste regole, mentre ha continuato la sua opera demolitrice dei poteri pubblici e dei diritti sociali.
Così mentre le armi di distrazione di massa fanno rivolgere tutta l’attenzione dell’opinione pubblica sulla riforma elettorale, la Banca d’Italia, sì proprio la più importante istituzione finanziaria pubblica, viene messa all’asta. Una vergogna anche per la più screditata repubblica delle banane.
Mentre CGIL CISL UIL e Confindustria si accordano su un sistema di rappresentanza che dovrà essere prima di tutto obbediente, sennò sanzioni, la sede Fiat va dove si pagano meno tasse, la Elettrolux di Porcia si prepara a chiudere e gli industriali del posto colgono la palla al balzo per chiedere un taglio del 20% dei salari.
Dilagano ingiustizia, disoccupazione e povertà, ci sarebbe bisogno di conflitto e soprattutto della ricerca di nuove vie sul terreno economico e sociale. Invece si definiscono sistemi di rappresentanza che servono prima di tutto a continuare a fare quello che si è sempre fatto. E che hanno il solo compito di escludere la partecipazione di chi non è d’accordo. E naturalmente lo si fa facendo credere che finalmente cambia tutto.
E poi chi difende la Costituzione ed i suoi principi di fondo, oggi stracciati, vien chiamato conservatore.

Giorgio Cremaschi

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