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martedì 3 dicembre 2013

Euro e Ue, la sinistra impari da Grillo: il referendum è opportuno



All'interno delle varie formazioni della sinistra italiana si registrano posizioni molto diversificate sull'Europa: dall'invocazione degli Stati Uniti d'Europa ai propositi di ripudio dei trattati vigenti. Ma senza affrontare il nodo della moneta unica nessuna strategia potrà mai essere davvero efficace: e questo sembra averlo capito solo il Movimento 5S. 

di Enrico Grazzini 

Questo articolo intende analizzare e criticare le proposte di programma delle due principali formazioni italiane di sinistra, Sinistra Ecologia e Libertà e Rifondazione Comunista, sull'euro e sull'Unione Europea che, a mio parere, sono, almeno finora, deludenti, erronee e ideologiche. Non superano un onesto esame di economia politica, o più semplicemente l'esame della realtà. In confronto la proposta del Movimento Cinque Stelle di Grillo, quella di indire un referendum per sensibilizzare i cittadini sui vincoli europei, appare sensata e attraente[1]. L'erroneità e l'inconcludenza – ribadisco: a mio modesto parere – dei progetti di SEL e di RC sono tanto più gravi considerando che quasi tutta la politica economica e di bilancio pubblico italiana viene decisa a Bruxelles dalla UE, a Francoforte dalla BCE, e a Berlino dal governo di Angela Merkel; e che le politiche della UE stanno colpendo pesantemente i lavoratori a cui la sinistra cosiddetta alternativa vorrebbe rivolgersi e a cui chiede il consenso elettorale. La questione europea è quindi il nodo più importante che la sinistra deve affrontare oggi. 

I problemi dell'euro e della politica UE sono certamente molto complessi e controversi, e nessuno può avere la soluzione in tasca. Ma i programmi e gli interventi di SEL e RC sembrano a chi scrive largamente surreali. Ambedue i partiti si stanno preparando ad affrontare le difficili elezioni europee previste alla fine di maggio, con lo sbarramento al 4%, difficile da superare. Ma le loro posizioni non reggono ad un esame razionale e difficilmente attireranno milioni di elettori. 

Critica al programma di SEL sull'Unione Europea 

Il programma di SEL sembra quasi sorvolare sulla drammatica crisi che sta crepando vistosamente l'intero edificio dell'Unione Europea, peraltro ampiamente riconosciuta da tutti gli osservatori e dettagliatamente analizzata da tutte le testate internazionali[2]. Il suo programma inizia affermando: “L’Italia deve tornare a essere protagonista della formazione degli Stati Uniti d’Europa con al centro politiche fiscali eque che contribuiscano a ridistribuire la ricchezza e rilanciare un piano europeo per la buona e piena occupazione, per la conversione dell’economia e dei cicli produttivi, per politiche di welfare e di cittadinanza, per il reddito minimo su scala continentale”. 

Sono affermazioni dalle quali non si può dissentire, ma che sono buone per tutte le stagioni. Un programma politico non dovrebbe enunciare solo nobili ideali ma dovrebbe soprattutto indicare obiettivi concretamente raggiungibili. Queste asserzioni appaiono invece fuori contesto reale, ingenue se non fuorvianti: sarebbe come chiedere a Berlusconi di pagare tutte le tasse, di rispettare la magistratura, le leggi e il Parlamento, di non guardare troppo le donne e di non volere comandare solo lui! Bello e impossibile, direbbe Gianna Nannini. 

SEL ammette che “Quel progetto di Stati Uniti d’Europa oggi rischia di soccombere di fronte alla crisi economica e finanziaria, sotto le politiche di austerità imposte da un modello di governo tra governi nel quale gli interessi nazionali prendono il sopravvento rispetto agli obblighi di solidarietà”. Purtroppo però non sembra che questa UE abbia obblighi di solidarietà. Nell'Unione Europea, come noto, non c'è una politica fiscale comune e solidale. SEL si attende forse che il governo bianco-rosa della Merkel sovvenzioni i debiti dei paesi del sud Europa? E rinunci ai crediti che le banche tedesche vantano verso i paesi del sud Europa in nome degli Stati Uniti d'Europa? E rinunci a imporre il fiscal compact? Sembra politicamente piuttosto improbabile! 

Afferma inoltre il programma di SEL: “la crisi piuttosto che economica è crisi politica. É una crisi di vocazione e di democrazia: la crisi di istituzioni quali il Parlamento Europeo, incapace di esercitare un potere di indirizzo nei confronti della Commissione e della Banca Centrale Europea”. Ma il Parlamento europeo ha pochissimi poteri: la crisi è certamente di deficit democratico, tuttavia Merkel ha già detto che non accetterà di dare più poteri alla Unione Europea, e neppure al Parlamento della UE; piuttosto sta rafforzando i poteri della Commissione per monitorare i bilanci dei paesi debitori, e multarli se non rispettano l'austerità! 

L’Europa oggi sconta il prezzo di gravi ritardi e contraddizioni. Il prezzo di un progetto limitato all’adozione di una valuta comune, l’euro, al quale non è seguita la costruzione dei fondamenti politici, di un sistema davvero europeo di governo e di produzione di regole comuni. Questa situazione rappresenta il brodo di coltura per ideologie xenofobe e populiste, secondo le quali l’unico antidoto alla crisi sarebbe il ritorno identitario all’interno dei confini degli stati nazionali. A queste regressioni, allo spread sociale e culturale, andrà contrapposto il rilancio del processo costituente europeo per gli Stati Uniti d’Europa”. 

Gli Stati Uniti d'Europa sono però un libro scritto qualche decennio fa. Potrebbero essere un nobile ideale ma difficilmente costituiscono l'oggetto di un realistico programma politico in una Europa che si sta sgretolando sotto la guida tedesca. SEL si rende conto che non esiste assolutamente più la volontà politica di realizzare gli Stati Uniti d'Europa – e non solo da parte tedesca ma di molti altri paesi europei -? Che il progetto federale europeo non è più neppure enunciato in un qualsiasi documento della UE? Che il progetto federativo sta ormai solo nella testa di qualche intellettuale ma che non è più nella sfera politica? E – ammesso ma non concesso che il progetto dell'Europa federata sia realizzabile in questo contesto economico e politico europeo - SEL sa che per attuarlo occorrerebbero dei decenni, cioè nuovi trattati, nuovi referendum, ecc, ecc? 

E che invece la crisi economica e dell'euro, dell'occupazione e dei redditi incombe? Viene da pensare che simili posizioni siano o molto romantiche e ingenue, oppure rappresentino lo scotto da pagare per guadagnarsi il biglietto d'ingresso per entrare a fare parte del gruppo socialista europeo – che oggi per la verità prende il nome più centrista di Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici, S&D -. S&D è un gruppo parlamentare molto importante e certamente progressista, ma al quale appartengono alcuni tra i partiti principali responsabili della drammatica crisi che stiamo vivendo in Europa, come la SPD tedesca, che con Gerhard Schröder ha inaugurato la stagione dei lavori precari e dei mini-job in Germania, come il Labour britannico, a suo tempo guidato da Tony Blair, quello della deregulation finanziaria, il Partito Socialista di Francois Hollande, che sta crollando nell'opinione pubblica francese per la sua politica di austerità e per non avere mantenuto nessuna promessa sull'Europa, e poi il Pasok greco, ecc, ecc. 

Davvero SEL crede che il gruppo socialista europeo, al quale intende aderire, riuscirà a costruire gli Stati Uniti d'Europa e a risolvere la crisi dell'euro? C'è da dubitarne fortemente! Ma accusare indiscriminatamente di populismo e destrismo – come fa purtroppo anche Sbilanciamoci.info, il sito web formalmente aperto e plurale per la controfinanziaria, ma che da qualche tempo promuove però solo la linea di SEL e della sinistra PD – tutti quelli che suggeriscono una politica mirata a recuperare la sovranità nazionale, è semplicemente assurdo e significa tarpare dall'inizio un dibattito sulla sovranità nazionale e la democrazia che invece deve crescere. Infine: SEL è davvero convinta di potere recuperare milioni di voti dei lavoratori, di giovani e di disoccupati con slogan favorevoli a “più democrazia in Europa” e agli “Stati Uniti d'Europa”? Sembra molto difficile. 

Critica al programma di Rifondazione sull'Unione Europea 

Più realistica sembra l'analisi di chi in Italia vuole rifondare il comunismo[3]. Paolo Ferrero, l'attuale segretario di RC, vuole tornare alla sovranità nazionale[4]. “Avanzo una proposta basata sulla ricostruzione della sovranità popolare a tutti i livelli, a partire da quello nazionale. Quest’Europa non è democratica ma ha spostato il potere dagli stati ai banchieri e alle tecnocrazie. Noi dobbiamo sconfiggerla rimettendo al centro la sovranità popolare, cioè il potere ai luoghi in cui democraticamente si possono assumere decisioni: i parlamenti. I comunisti devono essere i garanti della democrazia e dell’indipendenza dell’Italia che si sta trasformando sempre più in un protettorato gestito in forme a-democratiche. .... Il punto politico è la riconquista concreta di margini di sovranità popolare, di autonomia, indipendenza e democrazia a livello nazionale.”. 

Per Ferrero la UE è attualmente irriformabile. “La storia di questi 10 anni ci dice che la strategia di andare a Bruxelles e battere i pugni sul tavolo non porta alcun risultato tangibile: si tratta di una finzione retorica buona per qualche articolo di giornale finalizzato a prendere in giro il popolo, ma non serve a nulla”. E fino a qui tutto bene. Ma che cosa propone l'ex lavoratore della Fiat Ferrero? “Disobbedire ai trattati per mettersi nelle condizioni di non farsi macellare dalla speculazione finanziaria internazionale e per porre con i piedi per terra la modifica unilaterale della politica economica e finanziaria. Quando il padrone non accetta la tua piattaforma devi dichiarare sciopero: disobbedire ai trattati è equivalente a una dichiarazione di sciopero. Per cambiare la situazione in fabbrica a me hanno insegnato che non basta discutere, bisogna fare sciopero. La stessa cosa vale in Europa....Per questo noi proponiamo di disobbedire unilateralmente ai trattati, modificando così direttamente le politiche economiche e sociali...” 

A chi scrive sembra però che la posizione di disubbidire ai trattati sia ambigua e pericolosa: nelle relazioni internazionali i trattati, una volta siglati, o si rispettano o si denunciano e quindi si abbandonano. Per uno stato disubbidire a trattati internazionali liberamente sottoscritti non ha senso: non è come per gli operai fare sciopero! La disubbidienza esporrebbe l'Italia a multe e ritorsioni della UE (a quel punto perfino legittime) e, a causa dell'incertezza della posizione italiana, ci esporrebbe agli attacchi della speculazione internazionale senza alcuna copertura europea. Ferrero si dimostra consapevole che il non rispetto dei trattati comporterebbe dei risvolti drammatici e difficili da affrontare[5]. A chi scrive sembra però che la sua proposta sia insostenibile. Sembra che il segretario di RC non osi trarre le conclusioni logiche dalle sue premesse: infatti affermare che i trattati alla base della dittatura europea e tedesca sulla politica monetaria ed economica andrebbero disubbiditi, significa anche affermare che andrebbero rigettati e che occorre in qualche maniera (possibilmente la meno dannosa) alla fine uscire dall'euro. 

A parte i passaggi tattici, che sono ovviamente fondamentali, se si ritiene (come anche io credo) che in questo contesto la politica UE sull'euro sia irriformabile, la scelta dovrebbe essere netta: o rimanere nell'euro o lasciarlo. Ovviamente, se non si vuole l'euro, bisognerebbe uscire nella maniera più indolore possibile, senza distruggere la UE. Per esempio, come suggerisce Oskar Lafontaine – uno dei fondatori della Linke tedesca, uno che di euro se ne intende, essendo stato ministro socialista delle finanze al tempo della costituzione dell'euro -, occorrerebbe proporre alla UE non l'uscita pura e semplice dalla moneta unica, ma, di fronte alla crisi montante e alla crescente insostenibilità dell'euro, un ritorno concordato tra tutti i paesi (Germania compresa) alle monete nazionali[6]. E, come suggerisce Frederic Lordon, magari proporre anche di mantenere l'euro ma solo come moneta europea comune (e non unica) verso le altre valute internazionali, il dollaro, lo yen, la sterlina, per difendersi dalla speculazione internazionale[7]

Pongo una domanda a Ferrero: come fa a spiegare al proletariato italiano che bisogna disubbidire ai trattati europei ma che occorre anche rimanere nell'euro? Uscire dall'euro è una parola d'ordine chiara; disubbidire ai trattati è un po' più difficile da spiegare e da comprendere. Ma Ferrero è un capo politico come Vendola, e forse anche lui è costretto ad assumere questa posizione ambigua per motivi politici: cioè per non dispiacere alla Linke - il partito tedesco della Sinistra Europea che per ora ha rifiutato la tesi di Lafontaine -, e alla greca Syriza, che pure, in prevalenza, non è per l'uscita dall'euro. Tutte le posizioni politiche sono ovviamente più che legittime, ma quella di non rispettare i trattati europei appare come la più stravagante. Il dibattito sull'euro e la UE è aperto anche in Rifondazione e nella sinistra europea. Se prevarrà la posizione attuale, RC si allineerà probabilmente ai partiti fratelli della sinistra europea, anche se il Comintern per fortuna non esiste più. 

Referendum su euro e UE: una proposta chiara 

In confronto l'ex comico Beppe Grillo, che per primo in Italia ha denunciato apertamente e con maggiore intensità che le principali cause della crisi europea e italiana stanno nel sistema della speculazione finanziaria, nelle politiche di assurda austerità imposte dal governo di centrodestra della Merkel, dalla Bundesbank e dalle banche, in particolare tedesche, si muove con più razionalità e chiarezza. Grillo sa che l'euro finora ci ha fatto molto male ma che abbandonarlo è un po' difficile, e lancia la proposta politica di un referendum per aprire la discussione con milioni di cittadini, per rompere la cortina di ferro del pensiero unico liberista e falsamente europeista. Nel frattempo Grillo ha chiamato illustri professori a chiarire e a discutere le loro proposte con i suoi parlamentari. Non sono un grande ammiratore di Grillo, ma sembra avere compreso meglio della nostra povera sinistra (o di quello che ne è rimasto) la drammaticità e la complessità dei problemi italiani ed europei. E lancia una proposta attraente che coinvolge decine di milioni di persone: il referendum (anche se è giuridicamente difficile – ma non impossibile - da realizzarsi). Non lo si può accusare di populismo in questa occasione. Un referendum sarebbe salutare. Gli altri paesi hanno fatto decine di referendum sull'Unione Europea. 

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