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martedì 31 dicembre 2013

Ma dove sono le Istituzioni in Italia.?






Non solo Datagate. Bilancio del 2013 digitale.



di Glauco Benigni.
 
(30.12.2013) E già ! Sono passati ben 20 anni da quandoTime Magazine, nel 1983, nominò Machine of The Year il Personal Computer. E' - più o meno - da quel momento che ha inizio la Rivoluzione Digitale ... è più o meno da quel momento che i costruttori di computer e qualche geniale inventore di software cominciano a cambiarci la vita. Che dire poi dell'avvento di Internet : nel 1987 erano connessi in rete 10.000 computer ; nel 1993 compare Mosaic, il 1° browser; nel 1996 i computer connessi sono 10 milioni ... oggi sono 3 miliardi e a loro si aggiungono 3 miliardi di dispositivi mobili. Qualcosa è cambiato, non c'è dubbio.
 
La Rivoluzione Digitale, a ridosso del suo 21° anno d'età , nel frattempo si è arricchita di Protagonisti e Comprimari. Alla coppia iniziale hardware-software si sono aggiunti decine di altri ruoli fondamentali, tra i quali brillano i servizi di e-Commerce e e-Banking, i Motori di Ricerca, i Social Networks, i Blog, i Siti di informazione, le Tv online e i loro antagonisti : hackers pirati

C'è un Pianeta parallelo ormai che vive e vegeta in un'altra dimensione, fatta di sterminate, inconcepibili sequenze di numeri che si spostano a velocità impressionanti, si trasformano e appaiono sui nostri schermi quali testi, foto, immagini in movimento e influiscono su ogni attività contemporanea: informazione, salute, politica, denaro, cultura , relazioni personali, tempo libero ... nulla è più come prima. 
La Rivoluzione Digitale incede solenne, non perde tempo a condividere i valori e le visioni del passato, non rispetta nessuno, neanche i Governi e gli ultimi Stati rimasti Sovrani. Tutto viene travolto dalla volontà e dalla strategia messa in atto dalle sue élites. Quelle Digital Power Elitecostituite da 20enni, 30enni, solo raramente 40enni e 50enni che, giunti in parte dai garage e dalle cantine degli angoli più remoti del mondo e in parte da prestigiose università, oggi siedono nei Consigli di Amministrazione di enormi conglomerates e da lì "shape the history" (danno forma alla Storia del Futuro) .

L'anno che sta per concludersi è stato particolarmente febbrile per questi Umani. Un anno di cyberguerre (e di Guerre), di verifiche e confronti fiscali, tra le Digital Elites e alcuni Governi, di nuove collocazioni in Borsa e di innovazioni tecnologiche ... un anno di azioni e reazioni che ogni giorno determinano il nuovo bipolo libertà-controllo ad una velocità prima impensabile. 

L'anno si è aperto il 7 gennaio 2013, con l'annuncio da parte di Pay Pal, il maggior gestore di transazioni economiche in rete, del proprio sistema mobile. Per l'E-Trading un'accelerazione e un cambiamento radicale. Per i comuni mortali la possibilità di spostare denaro con pochi click sul cellulare o sul tablet. In sintonia con la tendenza, a febbraio Twitter ha siglato l'accordo con l'American Express, una accoppiata questa, tra social network egestori di carte di credito dalla quale possono scaturire scenari da fantaeconomia. Tre italiani su quattro ormai comprano direttamente online. Nel 2016 il mercato italiano varrà 20 miliardi di euro. In Europa vale già 311 miliardi.

A marzo il protagonista (suo malgrado) della scena è Facebook : il suo debutto in Borsa del 2012 è stato disastroso e le Autorità gli chiedono di risarcire i broker e gli investitori che hanno perso a causa della cattiva gestione della collocazione del titolo. Il social network accetta di pagare 62 milioni di dollari. Nel frattempo Zuckenberg, insieme ad altri protagonisti della scena digitale, tenta di creare una Lobby che sia in grado di interferire con i lavori del Congresso. Il gruppo viene bloccato. 
OK al business ma "state lontani dalla politica". Si intende la politica Usa ovviamente, perchè invece le scorribande delle Elites Digitali nella politica internazionale non solo sono consentite, ma agevolate da ogni Servizio Segreto che può farlo, soprattutto se si tratta di dotare porzioni di popolazioni di connessioni e strumenti che consentano piccole e medie rivolte di piazza, colpi di Stato, rimozioni di primi ministri e pPresidenti ormai bolliti e non più graditi al Washington Consensus. Anche questo: "è il digitale bellezza !"

La Cina, per conto suo, quest'anno, stanca dei commenti sul modo in cui gestisce i diritti umani e stanca del pressing di Google and Co., afferma che d'ora in poi non chiederà più l'accesso agli Internet Protocol alle Autorità Usa, che ne hanno fatto "cosa nostra", ma si rivolgerà direttamente all'Agenzia delle Nazioni Unite di Ginevra che è l'Istuzione suprema preposta al rilascio. La decisione genera un grande imbarazzo diplomatico ma tant'è . E' solo uno degli atti di cyberguerra fredda degli ultimi anni tra le due superpotenze.

Il 2013 è l'anno in cui i vecchi protagonisti della scena, i Ginger e Fred dell'hardware-software, soffrono di più. Lord Microsoft accusa pesanti colpi al suo fatturato dovuti all'avvento dei nuovi sistemi operativi, primo fra tuttiAndroid . E anche la vecchia lady Apple, per la prima volta in 10 anni, nonostante la cavalcata selvaggia dei suoi I-Phone e I-Pad, vede un calo degli utili. I tablets e gli smart phones dilagano dovunque. Anche il sofferente mercato italiano, a maggio, registra un'impennata di vendite, nonostante la crisi. 
L'ormai storico motore di ricerca Yahoo! intanto scalpita: non vuole accontentarsi di un esile 15% delle ricerche mondiali e resosi conto da tempo che ha bisogno, come Google, di possedere un Social Network, tenta di perfezionare una partnership con i francesi di Daily Motion. L'offerta però, appare un po' troppo invasiva e viene rigettata tra commenti discordanti. Yahoo! si consolerà presto comprando Tumbir, un social network con 108 milioni di blogs , per 1,1 miliardi di dollari. E anche Daily Motion si consolerà, volgendo la propria attenzione al Giappone.

A giugno scoppia il caso Datagate, un vero evento dell'era digitale che da quel momento avrà strascichi devastanti per le Autorità Usa. Si viene a scoprire che una orwelliana battuta in realtà è la verità. "No one can hide " (Nessuno può nascondersi). La rete è onnisciente, onnipresente, vede e ascolta tutto e tutti. Il bipolo libertà-controllo è sempre più ampiamente sbilanciato sul versante del controllo. I grandi Social Network, e non solo loro, per una legge Usa giustificata dalla lotta al terrorismo, sono tenuti a fornire dati sensibili dei loro utenti alla NSA - National Security Agency americana. Il 2013 ci rivela dunque che : "siamo tutti tracciati e schedati" . Soprattutto i "non statunitensi" . Scoppia un primo putiferio ma ... le Autorità Usa fanno sapere che "è così e basta !" . Dopo qualche giorno i giornali, le tv e la stessa rete, si occupano d'altro. Facebook annaspa. Il Social Network internazional popolare è uno dei maggiori fornitori di "dati sensibili" alla NSA. Prima figuraccia. Poi licenzia 520 dipendenti della sua controllata Zynga. Seconda figuraccia. Infine viene attaccato dai movimenti femministi di tutto il mondo per le foto e i commenti scurrili che abbondano nei suoi milioni e milioni di pagine. Perde in Borsa il 20% , il titolo scende ai minimi . Si riprende però a luglio presentando una trimestrale che vede un + 41% di utenti attivi ottenuti grazie all'uso di dispositivi mobili .

Ebbene sì la transizione da PC, a laptop, a sistemi in mobilità, è un'altra delle grandi rivelazioni del 2013 . Amazon fa sapere che i primi 10 prodotti venduti a livello mondiale "sono tutti devices digitali" . E pertanto il boss Jeff Bezos, uno che a 49 anni fornisce 225 milioni di clienti e che in un giorno solo, secondo Fortune, riesce a guadagnare o a perdere, sul proprio conto personale, anche 2 miliardi di dollari, annuncia che vuole mettersi in concorrenza con i grandi costruttori di tablets. E' forte del successo del suo Kindle che sta rivoluzionando tutta la tradizione di lettura libri, ma non basta. A Seul quelli della Samsung non lo faranno passare. Comincia a perdere anche Amazon.

La seconda metà dell'anno è più propriamante connotata sul versante dello scontro politico e finanziario tra l'Elite Digitale e alcuni Governi. I più determinati e agguerriti a presentare i conti sono i francesi, mossi dagli editori e dai produttori di musica. Però presto scendono nell'arena anche Tedeschi e Inglesi . Il Governo italiano sembra non sapere bene che pesci pigliare, sta un po' a guardare, l'Agcom balbetta confusamente poi si allinea timidamente quando a battere cassa contro l'Elite Digitale è l'intera Unione Europea. In ballo ci sono due questioni distinte . Primo : i grandi motori di ricerca, Google in testa , devono pagare editori e case discografiche, perchè "è grazie a loro che esiste qualcosa da ricercare". Secondo e più rilevante per i Governi: "questi furboni devono pagare le tasse come gli altri". Non è giusto che facciano profitti con la pubblicità sui territori europei e poi si inguattino i soldi nei paradisi fiscali. Google viene colta con le mani nel sacco : nel solo 2012 ha trasferito in Bermuda 8,8 miliardi di dollari e dalle sue sedi europee, soprattutto quella irlandese, si è sottratta al fisco con grande destrezza. I lobbisti di Google si scatenano per correre ai ripari. Con i francesi chiudono un pagamento flat di 60 milioni di dollari a favore di editori e case musicali . Resta per aria però la questione delle tasse che non è ancora risolta.

Nel frattempo in casa Usa le Elites Digitali tentano di rifarsi il make up e hanno chiesto di essere alleggeriti, se non sollevati, dal diktat di fornitura dati sensibili dei loro utenti alla NSA . L'esito della richiesta però rimane incerto. Come si fa a smontare tutto il castello fondato sulla minaccia terrorismo ?
Mentre il dibattito impazza si scopre che non solo gli Usa controllano i poveri utenti ma, grazie ancora alla rivoluzionedigitale, che stavolta non è quella di massa ma quella per uso strategico militare, Washington and Co. ascoltano e registrano le telefonate di Capi di Stato e di Governo, di Ambasciatori e Imprenditori. Volano gli stracci . Si scatena un putiferio temperato da tiepide scuse di Obama alle quali però fanno immediatamente seguito accuse incrociate e affermazioni da giardino d'infanzia, del tipo "e che non lo sapevate ? Lo fate anche voi, tra di voi, da sempre ." Cala il silenzio anche su questa incresciosa verità . E' il digitale bellezza !
Nel frattempo Twitter ha fatto il botto a Wall Street. Viene collocato a 26 dollari per azione e in un solo giorno raddoppia il valore. E' considerato "il miglior posto di lavoro al mondo". Anche le società digitali start up israeliane fanno il pieno di investimenti. Per un verso sembra di essere tornati ai bei tempi di Nasdaq prima della bolla del 1999. In realtà è Bernanche che pompa 85 miliardi di dollari al mese nel comparto industriale Usa e quindi ne gode anche la Borsa. In ogni caso la rivoluzione Digitale smuove oceani di denaro, provocando tzunami e bonacce, sia nella Economia degli scambi reali che nella Finanza virtuale. Google oscilla attorno ai 300 miliardi di capitalizzazione e genera un fatturato di circa 50 miliardi l'anno. E' diventato uno Stato tra gli Stati . Quando ti chiede di accettare le sue Condizioni d'Uso per Google+ o Youtube sembra che proponga le nuove norme base di una futura Costituzione Planetaria. La sua posseduta Youtube ha annunciato di aver raggiunto l'incredibile cifra di 1 miliardo di utenti attivi al mese. Come accennato, Big G. tratta alla pari con i Governi e intanto progetta di immettere sul mercato la maggiore tra le innovazioni dei sistemi digitali indossabili. I Google Glasses. Anche qui però incontra difficoltà . Sarebbe un colpo mortale a ciò che resta della privacy. L'Azienda di Mountain View comunque non molla e insiste nella sperimentazione avanzata promettendo che saranno sul mercato nel 2014.

Per concludere, negli ultimi mesi dell'anno il dibattito si è acceso su altre tre questioni : le stampanti 3D, il crowdfunding e i Bitcoin
La prima mette veramente paura. Se è vero quello che si prefigura tra qualche anno si aprirà l'era del "web degli oggetti" e ognuno potrà stamparsi in casa un gran numero di cose che gli servono : dalla vite al dente che gli è cascato. 
La seconda sta coinvolgendo molti soggetti : dai piccoli produttori di film alle Onlus; dai movimenti politici nascenti agli agricoltori biologici, tutti sperano (sognano) che la "crowd" (folla) finanzi (funding) i loro progetti e proliferano i siti progettati per accogliere donazioni. 
 La terza mette ancora più paura della prima. Non si sa se auspicare che l'affare Bitcoin sfugga o meno al controllo delle Banche centrali, le quali comunque, dopo aver tollerato una simile produzione di valore di scambio fondata sullo "scavo di bytes" (mining) in rete ora hanno fatto quadrato e stanno terrorizzando chiunque volesse produrli e adottarli quali moneta per compravendita. "State attenti - dicono - i Bitcoins potrebbero essere gestiti da mani molto losche". Purtroppo in parte è vero , ma ... da che pulpito viene la predica! 
 

Scenario italiano, nel mondo, sotto la finanza



di G. Colonna.


Parte prima: il contesto internazionale

Per indicare brevemente le prospettive per l'Italia nei prossimi anni, dobbiamo partire da quanto accade a livello mondiale.
Il principale processo storico che sta segnando il nuovo secolo è rappresentato dallo spostamento del baricentro delle grandi politiche di potenza dall'Atlantico al Pacifico. Si tratta di un passaggio significativo, perché modifica il quadro cui siamo abituati in Europa da oltre due secoli, la prospettiva alla quale ci ha assuefatto il XX secolo: nonostante il declino dell'Europa come sede delle grandi potenze mondiali, infatti, l'asse anglo-americano sul nord Atlantico, consolidatosi in due conflitti planetari, aveva fatto finora di quest'area il centro strategico del mondo.
Ma la crescente polarizzazione fra Cina e Stati Uniti d'America nel Pacifico non è in realtà cosa nuova per la storia americana, a differenza nostra: è ben noto infatti che sia stato proprio il Pacifico la prima arena mondiale in cui l'imperialismo americano si estrinsecò, verso la fine del XIX secolo; così come è risaputo che il presidente americano Franklin D. Roosevelt, il grande artefice della vittoria statunitense nella seconda guerra mondiale, vedeva nella Cina il partner ideale della riorganizzazione dell'ordine mondiale post-bellico, dentro e fuori il contesto delle Nazioni Unite.
Il fatto che oggi la nuova, crescente proiezione internazionale di una Cina, statalista ma aperta all'economia del capitalismo mondiale, che punta chiaramente a diventare potenza navale oltreché commerciale in Estremo Oriente, ma anche in direzione dell'Africa e del Medio Oriente, impegnerà direttamente gli Stati Uniti nell'Oceano Pacifico e, in prospettiva di qualche decennio, li obbligherà ad una scelta fondamentale - Cina o ancora Giappone, come alleati strategici in quell'area? Una scelta che, a propria volta, non potrà non avere conseguenze a più largo raggio: per esempio nei confronti dell'India, da sempre in posizione di contenimento della potenza cinese, o della stessa Russia, trovatasi spesso ai ferri corti con ogni potenza che avesse disegni egemonici in Asia.
Questa nuova gravitazione della politica mondiale produce già effetti significativi anche in un'area di più immediato interesse italiano, quella del Vicino e del Medio Oriente. Se infatti il valore strategico per l'Italia e per l'Europa per questa parte davvero centrale del mondo è stato soprattutto legato a fattori ormai ovvi, quali le politiche energetiche e le relazioni con il mondo arabo-islamico - oggi essa diviene anche propaggine occidentale delle possibili tensioni in Estremo Oriente. Lo dimostra, ad esempio, il ruolo, pragmatico e di crescente influenza, della Cina in situazioni delicate per gli Usa, come nella questione iraniana e in quella, assai meno approfondita in Occidente, del Pakistan.
Simili cambiamenti di prospettiva non valgono, comunque, solo per l'area del Medio Oriente "allargato", giacché la situazione dell'intero continente africano già ne risente e ne risentirà sempre di più, data la crescente importanza della presenza, economica, militare e politica della Cina in Africa. Un continente che vedrà per certo crescere la sua importanza nei decenni a venire, vuoi per la presenza di materie prime di tipo strategico (vale a dire determinanti per scarsità e per utilizzo in ambiti essenziali come le telecomunicazioni e la tecnologia militare, ad esempio), vuoi come gigantesca riserva naturale di terre coltivabili, un aspetto questo che riveste per la Cina un'importanza forse determinante.
Comprendiamo meglio, alla luce di queste brevissime osservazioni, che il ruolo del Mediterraneo, snodo geografico e culturale da sempre fra Africa, Vicino Oriente ed Europa, diverrà, se possibile, ancora più rilevante di quanto non lo sia già stato dalla fine del XIX secolo, quale linea di comunicazione vitale per gli imperi anglo-sassoni, oltreché frontiera fra il Nord ed il Sud del mondo.
Nel Mediterraneo, per le ragioni appena tratteggiate, abbiamo assistito negli ultimi anni ad una singolare "ripresa" del ruolo della Francia come potenza mondiale, ruolo che sembra abbia trovato, dopo qualche esitazione, il supporto esplicito di Stati Uniti e di Israele: questo elemento relativamente nuovo, ha già avuto conseguenze determinanti per l'Italia, oggi relegata alla semplice condizione di piattaforma logistica dei grandi alleati occidentali, senza che di tale condizione di rinnovata minorità si pensi oggi nel nostro Paese ad analizzare ragioni e conseguenze, né tanto meno ad elaborare strategie per un più incisivo ruolo del nostro Paese nel Mare che resta non retoricamente ma concretamente Nostrum.
Il fatto che l'egemonia anglo-sassone, espressione epocale della storia occidentale, sia insidiata dalla muova potenza estremo-orientale non può non influire sul ruolo del Russia e, di conseguenza, sulla situazione europea.
Per certi versi la Russia si trova oggi in una condizione analoga a quella che l'impero zarista si trovava ad affrontare sul finire dell'Ottocento e fino alla Grande Guerra, esattamente un secolo fa. Il grande Paese euro-asiatico era infatti premuto ad oriente dalla crescente potenza giapponese, mentre ad occidente l'impero tedesco era un fattore gravido di incognite per il suo futuro.
Oggi, la politica estera russa ha costruito un asse preferenziale con la Cina, dato che in occidente la pressione della Nato e degli Usa non si è minimamente allentata, né l'Unione Europea ha saputo smarcarsi rispetto ad una politica atlantica che, dalla Guerra Fredda in avanti, ha sempre considerato una Russia forte ed autonoma come un pericolo per gli equilibri mondiali.
Il recente discorso pubblico del presidente Putin dimostra la chiarezza con la quale questi elementi sono presenti alla classe dirigente russa, anche in epoca post-sovietica e dopo la passeggera ubriacatura filo-occidentale che per qualche lustro ha sembrato possedere il paese. Putin ha affermato che, pur non perseguendo più una politica da superpotenza, la Russia non rinuncia al suo ruolo di grande potenza sullo scenario mondiale e per questo non intende rinunciare nemmeno ad una propria forte capacità militare, in grado di tutelare i propri fondamentali interessi strategici.
Si tratta di vedere, alla luce della nuova gravitazione del mondo sull'Oceano Pacifico, se la Russia seguirà la propria vocazione asiatica oppure quella europea. Ed è davvero singolare il fatto che l'Europa continui a seguire pedissequamente i desiderata americani, rivolti ad isolare la Russia sul piano internazionale, invece di perseguire una propria assai più realistica politica di avvicinamento ed integrazione con il grande Paese che costituisce la sola efficace copertura del nostro continente rispetto a qualsiasi ambizione cinese.
In questo quadro, per quanto troppo rapidamente sintetizzato, emerge una volta di più l'importanza dell'Italia come Paese che si trova collocato, dalla geografia dalla storia e dalla sua essenza culturale, al crocevia delle forze che fin da ora contribuiscono a plasmare l'avvenire di un'umanità mai come oggi ricondotta ad unità planetaria.
L'evidente mancanza di coscienza, nelle classi dirigenti degli ultimi decenni, di questa importanza è, in definitiva, uno dei fattori più gravi e preoccupanti della nostra attuale condizione storica; uno degli elementi che meglio aiuta a evidenziare la devastante pochezza degli uomini e delle forze che, privi di un sentire vivamente operante e non retorico per la patria, si sono avvicendati sulla scena pubblica italiana, interamente rivolti al proprio particulare, colpevolmente ignari delle prove che anche l'Italia si troverà presto a dover affrontare.



Parte seconda: oligarchie finanziarie contro democrazia del lavoro.

La lezione del 2007-2008 non è stata compresa. Basterebbe questa affermazione per definire lo scenario dell'economia mondiale dei prossimi mesi ed anni.
I grandi centri finanziari mondiali, che elaborano le strategie sistemiche dell'economia mondiale, dimostrano di non volere e di non potere rinunciare all'orientamento speculativo che è insieme all'origine della crisi che ha investito il sistema-mondo nell'ultimo quinquennio, e che, allo stesso tempo, costituisce il fondamento stesso del potere dei "padroni dell'universo", come questi oligarchi amano definirsi.
Lo dimostra il fatto che nessuna delle regolamentazioni statunitensi o europee ha affrontato le tre questioni che avrebbero dovuto essere preliminari all'adozione di qualsiasi modalità di risoluzione della crisi.
Primo, le isole del tesoro internazionali, collocate nei "paradisi fiscali" che sfuggono a qualsiasi controllo pubblico e che tuttavia sono la rete logistica mondiale cui si appoggia tutta la speculazione finanziaria internazionale. Secondo, gli strumenti finanziari speculativi, che fuori da ogni controllo continuano ad alimentare l'industria della speculazione, fornendogli una massa di manovra (stimata prudenzialmente, nel solo caso dei derivati, in 500.000 miliardi di dollari nel 2011), costantemente alimentata al preciso scopo di accrescere senza limite la capacità di moltiplicazione dei profitti, da un lato, e, dall'altro, di sottrarre a controllo il potere dei detentori della moneta virtuale. Terzo, le società di rating, i cui azionisti sono tanto profondamente radicati nel sistema finanziario internazionale da rendere risibile la pretesa di queste cosiddette agenzie di essere al di sopra delle parti: ragione questa per cui nessuna credibilità né oggettività possono avere valutazioni espresse da attori per altro già privi di qualsiasi legittimità giuridica internazionale.
La risposta dei governi occidentali, sia di modello statunitense che europeo, si è semplicemente articolata su tre linee: definire un perimetro di organizzazioni finanziarie internazionali "troppo grandi per fallire"; intervenire in loro difesa, con la produzione di una gigantesca massa di aiuti monetari, ad un costo di oltre 7.700 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti, mediante politiche dirette dagli stessi istituti di credito internazionali, sia nel caso della Federal Reserve che della BCE; spremere, con politiche di riduzione della spesa pubblica e di innalzamento della pressione fiscale, quante più risorse possibili dal lavoro dei popoli, allo scopo di impedire la bancarotta di Stati interi, come già avvenuto negli Usa, in Islanda, Irlanda, Grecia e in Portogallo, e come ancora potrebbe accadere: in tal modo "fiscalizzando" le rovinose perdite del sistema finanziario internazionale.
Nessuna strategia diversa è stato possibile concepire negli Usa e in Europa per il semplice fatto che, da oltre mezzo secolo, sono i centri finanziari mondiali a condizionare gli Stati nazione dell'Occidente, grazie alla formazione di una vera e propria classe dirigente internazionale che occupa con continuità le posizioni chiave, indipendentemente dalle alternanze di governo e dalle competizioni elettorali: classe dirigente cui viene affidata la puntuale esecuzione di strategie economiche, monetarie e legislative costruite a livello globale. Una vera e propria oligarchia economico-politica internazionale, che ha progressivamente svuotato di significato la democrazia parlamentare occidentale, giacché il popolo è stato privato della sua prerogativa essenziale, la sovranità, per un verso e, per l'altro, della sua principale forza politica, il lavoro.
La finanziarizzazione dell'economia mondiale, cui abbiamo assistito nell'ultimo mezzo secolo, ha infatti anche influito in modo determinante sulla trasformazione dei sistemi industriali. In primo luogo, a causa della tendenza, a partire dagli anni Ottanta, da parte degli attori del sistema finanziario, ad intervenire sul controllo delle aziende, i cui pacchetti azionari sono diventati "merce" sui mercati finanziari mondiali; in tal modo, il management aziendale ha sempre più dovuto tenere in considerazione i desiderata degli azionisti di controllo, invece di concentrarsi su strategie produttive e commerciali virtuose; di conseguenza, le strategie industriali si sono rivolte sempre di più al breve termine piuttosto che a piani di investimento, ricerca e sviluppo in grado di rafforzare i sistemi produttivi nel loro insieme. La finanziarizzazione, dunque, è diventata il carattere prevalente anche al livello delle grandi imprese: in questo modo, si è anche accentuata la tendenza da parte della proprietà a servirsi degli utili per entrare nel grande gioco finanziario, piuttosto che reinvestire nel futuro delle imprese.
Per questa via, assecondata anche da quanti hanno promosso l'idea della "democratizzazione della finanza", il lavoro produttivo e la piccola impresa, entrambi legati alle libere capacità umane, nonostante la loro predominanza statistica, sono stati marginalizzati: una tendenza che oggi si completa, quando i grandi gruppi bancari preferiscono investire i generosi aiuti ottenuti a spese della collettività nell'acquisto di titoli di Stato piuttosto che nel credito alle PMI.
Le forze politiche al potere nei diversi contesti nazionali, di qualsivoglia orientamento, non sono state capaci, per le ragioni già viste, di elaborare politiche alternative a quelle dettate dai dogmi dell'economia speculativa. L'unica risposta in termini ideologici è stata quella di enfatizzare, difronte alla complessità ed alle dimensioni dei problemi operativi, l'intervento dei cosiddetti tecnici, la cui pochezza, che di rado ha saputo raggiungere persino un livello di buona pratica ragionieristica, è sotto gli occhi di tutti.
È dunque evidente che fino ad ora, in questo scenario, si è persa l'occasione per prendere coraggiosamente atto della crisi come di un evento globale e non contingente, esigendo quindi, da parte delle classi dirigenti, un radicale mutamento di rotta. Tale mutamento non potrebbe che fare perno sull'emancipazione dell'economia reale, quella degli imprenditori, dei lavoratori e dei consumatori, dal controllo dell'oligarchia finanziaria e dalla strumentalizzazione politica dei partiti - con la creazione di autonomi strumenti di decisione, opportunamente istituzionalizzati. Istituzioni autonome dell'economia reale che dovrebbero esigere il controllo, per esempio, della moneta e del credito.
La crescente consapevolezza dei "limiti allo sviluppo" che si sono sempre più chiaramente manifestati negli ultimi decenni, impone anch'essa che le forze dell'economia reale, piuttosto che rincorrere le asticelle statistiche della "ripresa", si impegnino a riorganizzare la produzione, nel campo dell'energia, della tecnologia, dei servizi, dei beni di largo consumo, orientandola verso prodotti a basso impatto, recuperabili, di elevata qualità e durata - un riorientamento in grado di imprimere nuovo dinamismo ai sistemi produttivi.
Solo dando voce, spazio e autorità a chi opera nell'esistenza reale degli organismi sociali, come imprenditore, lavoratore e consumatore, si può pensare di liberare l'economia dal peso congiunto del debito e della speculazione, realizzando quella democrazia del lavoro senza la quale la democrazia politica è ormai divenuta un guscio vuoto.

lunedì 30 dicembre 2013

Lavoro, serve un New Deal



di Laura Pennacchi, da l'Unità, 29 dicembre 2013

Con l’approssimarsi del nuovo anno, che sarà il settimo della crisi globale più grave, chi come me dal 2012 argomenta intorno alla necessità di un Piano straordinario per il lavoro non può non essere compiaciuto per la centralità che la questione sta guadagnando nel Pd.

Al tempo stesso, però, non può non essere allarmato dal rischio che anche questa occasione venga sprecata, con proclami più altisonanti verbalmente che densi contenutisticamente oppure con proposte oscillanti tra il dejà vu, come nel caso del contratto di inserimento, e la fallacia, come nel caso dell’ipotizzata soppressione non solo della cassa in deroga ma della cassa integrazione tout court. A preoccupare è la possibilità che si riprecipiti in una diatriba ideologica sull’articolo 18, ma ancor più che in nessun caso emergano ipotesi concrete di creazione diretta di lavoro e che l’armamentario a cui ci si riferisce – che si tratti di semplificazione normativa e burocratica o che si tratti di decontribuzione per chi assume – sia del tutto “convenzionale”.

Di fronte al picco senza precedenti raggiunto dalla disoccupazione e dalla mancanza di lavoro non appare adeguata l’inerziale ripetizione di misure tradizionali – quali la revisione delle regole e gli incentivi fiscali all’assunzione di giovani – che già in passato si sono dimostrate insufficienti, interne come sono all’armamentario di quella supply side economics (flessibilizzazione del mercato del lavoro, concorrenza, liberalizzazioni e privatizzazioni) che è stato uno dei pilastri dell’austerità autodistruttiva di marca tedesca.

Non deve sfuggirci che gli Usa invertono il trend della occupazione americana grazie agli investimenti pubblici che Obama ha collocato al centro delle sue politiche espansive. La “non convenzionalità” che Obama ha impresso alla politica economica governativa americana – associandola alla “non convenzionalità” della politica monetaria della Fed – è ciò che consente agli Usa di sostenere la crescita e rigenerare l’occupazione. Dunque, per poter tornare a generare lavoro, dobbiamo prendere atto di tre cose:

1) servono politiche, macroeconomiche e microeconomiche, “non convenzionali” che rompano con il paradigma dominante;

2) la “non convenzionalità” ha un compito duplice, rilanciare la crescita e cambiarne in corso d’opera la natura e la qualità;

3) il motore di questa “non convenzionalità” non può che essere che pubblico e valersi del big push degli investimenti pubblici. Il che si traduce in primo luogo in un grande Piano del lavoro che contempli anche progetti di creazione diretta di occupazione – incorporanti iniziative per il servizio civile come era nella proposta di Esercito del lavoro di Ernesto Rossi – e politiche industriali per la reindustrializzazione e la terziarizzazione qualificata dell’Italia, l’opposto di privatizzazioni che depotenziassero ulteriormente il ruolo della ricerca e di quel che resta della grande impresa nazionale.

La verità è che facciamo ancora fatica a prendere atto che la crisi globale significa una bancarotta della teoria economica ortodossa di matrice neoliberistica, le cui assunzioni chiave sono state alla base anche del blairismo. Al presente il problema centrale è il crollo degli investimenti – caduti tra il 2009 e il 2012 nell’area euro di quasi il 19 per cento e addirittura del 24,4 in Italia, mentre sono aumentati dell’1,2 negli Usa – e la debolezza della domanda privata di lavoro, evidenziata dalla perdita nel nostro paese di 1.800.000 posti di lavoro. In queste condizioni la modestia dei risultati in termini di occupazione e di vantaggi per i beneficiari obbliga a interrogar- si da una parte sull’enormità e la natura dei tagli di spesa necessari a finanziare il mix deregolamentazione / benefici fiscali (non si escludono nemmeno nuovi tagli alle pensioni e alla sanità, per la quale ultima qualcuno ipotizza un opting out di fatto dei benestanti dal settore pubblico), dall’altra sull’opportunità di usi alternativi.

Usi alternativi di pari, o addirittura minori, ammontare di risorse, però con assai superiore efficacia occupazionale. Ad esempio, nel Libro bianco «Tra crisi e grande trasformazione», edito da Ediesse e predisposto per il Piano del lavoro che la Cgil lanciò già nel gennaio 2013, si calcola che con 5 miliardi di euro l’operatore pubblico – in tutte le sue articolazioni centrali e territoriali e con progetti seri e ben costruiti – può creare direttamente 400.000 posti di lavoro in un anno, con 15 miliardi i posti di lavoro creati possono diventare addirittura 1 milione. Il punto è che bisogna risalire alle logiche alternative che sottostanno ai due tipi di intervento, l’uno agente solo per incentivi indiretti e prescrizioni “convenzionali” volto a sollecitare così gli animal spirits del mercato, l’altro invocante una diretta responsabilità pubblica e collettiva, straordinaria quanto è straordinaria la situazione occupazionale odierna, specie dei giovani e delle donne.

Come fece Roosevelt con il New Deal attivatore di una straordinaria creatività istituzionale, anche oggi bisogna dotarsi di un New Deal europeo invertendo l’ordine dei fattori e pertanto rovesciando il paradigma e teorico e pratico: non rilancia re la crescita per generare lavoro ma creare lavoro per rilanciare la crescita e trasformarne i meccanismi interni.

(30 dicembre 2013)

domenica 29 dicembre 2013

Ustica, strage impunita e cimitero di testimoni scomodi

Un caccia francese che “si nasconde” dietro un aereo di linea italiano e lo colpisce per errore, con un missile in realtà indirizzato contro un altro velivolo: il Mig libico a bordo del quale poteva esserci Gheddafi. Ne parlò Francesco Cossiga nel 2007, accreditando una possibile ricostruzione definitiva della strage di Ustica, 27 giugno 1980, quando il Dc-9 dell’Itavia decollato da Bologna e diretto a Palermo esplose in volo e finì in fondo al Tirreno, 81 vittime tra equipaggio e passeggeri. Ma la strage infinita ha continuato a uccidere. Misteri e depistaggi: più di 20 testimoni scomodi, per lo più militari, tutti scomparsi. Strani malori, suicidi reali o apparenti, omicidi, incidenti stradali e aeronautici. Fascicolo riaperto il 23 febbraio 2013 – dopo milioni di pagine giudiziarie – su esposto dell’associazione antimafia “Rita Atria”. Il sospetto: forse non fu un incidente aereo, ma un attentato, quello che nel ’92 costò la vita all’ex pilota militare Alessandro Marcucci, caduto vicino a Cecina a bordo del velivolo anticendio pilotato da un collega, Silvio Lorenzini, anch’esso rimasto ucciso.
Rosario Priore, il pm che più di ogni altro ha indagato sul disastro di Ustica, parla di testimoni «venuti a conoscenza di fatti diversi dalle ricostruzioni Una delle vittime nelle acque di Usticaufficiali». Piloti e controllori radar che «rivelano la loro conoscenza in ambiti strettissimi», ma non così riservati. Al punto che la loro verità viene «percepita da ambienti che li stringono od osteggiano anche in maniera pesante, e così ne restano soffocati». Impossibile non convincersene: molti dei morti all’indomani della strage «erano a conoscenza di qualcosa che non è stato mai ufficialmente rivelato, e da questo peso sono rimasti schiacciati». Lo scenario mette paura, perché quella notte sul mare e nel cielo tra Ponza e Ustica c’erano navi militari italiane e americane, caccia libici, aerei daguerra francesi, italiani e statunitensi. Un’esercitazione aeronavale della Nato, in grande stile, Rosario Prioresconvolta dall’abbattimento incidentale del Dc-9. Dopodiché: tracce radar cancellate, silenzi e depistaggi. E naturalmente, omicidi.
Il primo a morire, già il 3 agosto 1980, è il colonnello pilota Pierangelo Tedoldi: incidente stradale. Tedoldi era a capo dell’aeroporto di Grosseto, competente su uno dei radar coinvolti, quello di Poggio Ballone. Un anno dopo, il 9 maggio 1981, lo segue un collega, il capitano Mario Gari: “infarto”. Quattro mesi più tardi, il 2 settembre, ci rimette la pelle in un’esercitazione il colonnello dell’aeronautica Antonio Gallus. Era amico dei due piloti delle Frecce Tricolori, Mario Naldini e Ivo Nutarelli, che cadranno nella strage di Ramstein nel 1988. Li seguirà un altro amico, il tenente medico Giampaolo Totaro, trovato impiccato nella base friulana di Rivolto, nel ‘94. Era convinto che gli aerei dei piloti della squadra acrobatica fossero stati sabotati. Ma già all’inizio degli anni ’80, cioè poco dopo Ustica e i primi tre decessi anomali – Tedoldi, Gari e Gallus – fa scalpore un’uccisione eccellente: quella di Aldo Semerari, criminologo e collaboratore del Sismi, legato all’ultra-destra,Gianni Lannestrovato decapitato nella sua auto a Ottaviano il 25 marzo 1982 (lo seguirà a pochi giorni di distanza la segretaria, Maria Fiorella Carrara).
Secondo il giornalista Gianni Lannes, autore del blog “Su la testa”, il professor Semerari – coinvolto nella strage di Bologna e nei casi Cirillo e Pecorelli, oltre che nelle trame “depistate” dalla Banda della Magliana – “non poteva non sapere” di Ustica. E’ invece un secondo incidente stradale, il 23 gennaio 1983, a uccidere il sindaco di Grosseto, il socialista Giovanni Battista Finetti. Aveva raccolto confidenze da ufficiali dell’aviazione: la sera della strage di Ustica, due caccia italiani F-104 si erano levati in volo dalla base toscana per intercettare un Mig-23 libico. Quello in effetti ritrovato sulla Sila il 18 luglio, due settimane dopo la strage di Ustica, con accanto il cadavere del pilota? Quattro anni dopo la morte del sindaco di Grosseto, il 20 marzo 1987 cade a Roma – crivellato di proiettili – il generale di squadra Licio Giorgeri, assassinato da un commando «per le responsabilità da lui esercitate in seguito all’adesione italiana al progetto Il generale Giorgeridelle guerre stellari». Firma il comunicato una sigla fantomatica: “Unione combattenti comunisti”.
Per Giovanni Spadolini, «Giorgieri non aveva nessun rapporto diretto con l’iniziativa di difesa strategica». Attentato anomalo. All’epoca di Ustica, ricorda Lannes, il generale triestino faceva parte dei vertici del Rai, il Registro aeronautico italiano, responsabile del quale era il generale Saverio Rana, morto “per infarto”. Proprio Rana fu il primo a parlare di missili, scartando le altre ipotesi su Ustica (bomba terrorista a bordo, collisione o cedimento strutturale del velivolo). Dettaglio: dall’amico Giorgieri, racconta Lannes, il generale Rana – convinto socialista e, ai tempi, pilota personale di Pietro Nenni – aveva ricevuto tre fotocopie di tracciati radar e, subito dopo la strage, riferì al ministro Formica la presenza di un caccia vicino al Dc-9 dell’Itavia.
Dieci giorni dopo Giorgieri, cominciano a morire i marescialli dell’arma azzurra: il 30 marzo viene trovato impiccato sul greto del fiume Ombrone il sottufficiale Mario Alberto Dettori, nell’80 controllore della difesa aerea al centro radar di Poggio Ballone. Era di turno proprio la sera della strage. Tornò a casa sconvolto: «E’ successo un casino», disse alla moglie, «qui vanno tutti in galera». E l’indomani, alla cognata: «Siamo stati a un passo dallaguerra, c’era di mezzo Gheddafi». Un altro maresciallo, Ugo Zammarelli, muore investito da una moto il 12 agosto 1988, a Gizzeria Marina. Niente autopsia, mentre i bagagli spariscono dall’albergo. In forza alla base Nato di Decimomannu, in Sardegna, Zammarelli non era in Calabria in vacanza: stava conducendo un’inchiesta personale sul Mig libico, afferma Lannes. Tempo due settimane, e nel cielo di Ramstein di schiantano le Frecce Tricolori di Naldini e Nutarelli. La sera maledetta, quella di Ustica, i due si erano alzati in volo a bordo dei loro F-104 con il compito di intercettare il Mig libico. Al giudice Priore, l’imprenditore Andrea Toscani ha rivelato le confidenze diIvo NutarelliNaldini: «Quella notte c’erano tre aerei. Uno autorizzato, due no. Li avevamo intercettati, quando ci dissero di rientrare».
Si entra negli anni ’90, ma la strage dei testimoni continua. Il 1° febbraio 1991 cade un altro maresciallo dell’aeronautica, Antonio Muzio, freddato con tre colpi di pistola a Pizzo Calabro. Nel 1980 era in servizio alla torre di controllo dell’aeroporto di Lamezia Terme. Un anno dopo, precipita – esploso in volo? – il ricognitore antincendio di Silvio Lorenzini con accanto Alessandro Marcucci, tenente colonnello dell’aviazione e nell’80 pilota militare a Pisa. Marcucci aveva indagato su Ustica, attingendo a fonti indirette. Aveva scoperto qualcosa? L’indagine riaperta – salme riesumate per l’autopsia – proverà a stabilire se sia stato effettivamente ucciso. L’aereo è caduto il 2 febbraio ’92. Stesso giorno della morte dell’ennesimo maresciallo dell’aeronautica, Antonio Pagliara: incidente stradale, ancora. Nell’80, Pagliara era controllore della difesa aerea a Otranto. Un anno dopo, a Bruxelles, qualcuno uccide invece a coltellate un vero e proprio teste-chiave, l’ex generale Roberto Boemio, consulente dell’Alenia presso la Nato. Il Alessandro MarcucciBelgio, che non ha ancora risolto il caso, vede coinvolti «servizi segreti internazionali».
Su Ustica, il generale Boemio aveva cominciato a collaborare con la magistratura: il suo nome, ricorda Lannes, compare tra i riscontri di innumerevoli contestazioni processuali fatte ai generali allora responsabili dell’aeronautica. Nell’80, proprio da Boemio dipendevano la base strategica di Martinafranca in Puglia e i centri radar di Jacotenente, Marsala e Licola, coinvolti nell’allarme per la presenza di caccia non identificati nel cielo di Ustica e di una portaerei in navigazione nel Tirreno al momento dell’esplosione del Dc-9. «Boemio – aggiunge Lannes nella sua ricostruzione – s’era anche occupato di uno dei due Mig-23 fatti ritrovare da Cia e Sismi sulla Sila proprio il 18 luglio ’80». Sempre Lannes include nella lista dei possibili testimoni “suicidati” anche il colonnello del Sismi Mario Ferraro, trovato morto in circostanze inverosimili il 16 luglio 1995 nella sua casa di Roma, impiccato con la cinturaIl Mig libico rinvenuto sulla Siladell’accappatoio a un appendi-asciugamano che non avrebbe potuto reggere al suo peso.
Esperto di terrorismo e traffico d’armi, Ferraro era l’uomo che a Beirut ricevette l’ordine di attivare contatti con le Br tramite l’Olp “per la liberazione di Moro”, ben 14 giorni prima che Moro venisse sequestrato. Sempre nel ’95, a fine anno (21 dicembre) ancora un maresciallo dell’aeronautica viene trovato morto, anche lui impiccato: è Franco Parisi, rinvenuto appeso a un albero alla periferia di Lecce. Nel maledetto 1980 era controllore della difesa aerea al centro radar di Otranto, di turno il 18 luglio – giorno in cui sarebbe avvenuto il fantomatico incidente del Mig. Il giudice Priore l’aveva interrogato, riscontrando «palesi contraddizioni» nella sua deposizione, probabilmente frutto di «minacce nei suoi confronti». Non c’è stato il tempo di riascoltarlo: gli hanno trovato strane lesioni alla nuca, mentre il cadavere (nonostante la corda al collo) aveva i piedi che poggiavano sul terreno. Strano suicidio anche quello di Michele Landi, consulente informatico della Guardia di Finanza oltre che del Sisde, trovato Michele Landiimpiccato «con le ginocchia sul divano» il 4 aprile 2002 nella sua casa vicino a Guidonia.
Per Umberto Rapetto, il generale delle Fiamme Gialle che ha denunciato la maxi-evasione miliardaria delle slot machines, è un gesto inspiegabile: «Landi era gioioso, non soffriva assolutamente di depressione». Però aveva confidato agli amici di conoscere novità compromettenti su Ustica. «L’hanno suicidato i servizi segreti, come storicamente in Italia sanno fare», ha detto agli inquirenti il magistrato Lorenzo Matassa, a cui Landi avrebbe «riferito di sapere molte cose su Ustica». In passato, rileva Lannes, il tecnico aveva lavorato sui sistemi di puntamento missilistici ed era stato in contatto con la società Catrin, «la stessa con cui collaborava Davide Cervia, il tecnico di guerra elettronica, misteriosamente scomparso il 12 settembre ’90». Ad abbattere il Dc-9 dell’Itavia fu un missile: lo prova la grandine di sferule d’acciaio conficcate nell’aereo, esplose da un razzo a frammentazione. Ma, dopo 33 anni, ancora non si sa chi l’abbia sparato. Per non parlare di tutte le altre strane morti, successive alla strage. Un vero e proprio cimitero di testimoni.

sabato 28 dicembre 2013

L’Italia ha perso la guerra, la ricostruzione non ci sarà

Quelle che abbiamo attorno sono le macerie di una guerra. Lo afferma senza giri di parole il centro studi di Confindustria descrivendo questa crisi, ovvero la più drammatica recessione della nostra storia, dopo il secondo conflitto mondiale. A partire dal propagarsi nel mondo degli effetti reali della crisi iniziata con i “sub-prime”, lo sfacelo dell’economia è paragonabile a una guerra per i danni e le macerie che ha lasciato dietro di sé. In pochi anni sono svaniti quasi due milioni di posti di lavoro. E la drammatica morsa creditizia, operata dal sistema bancario, continuerà ancora a lungo, almeno fino al 2015 nello scenario più negativo. «Otto anni di vacche magre, anzi, scheletriche», annota Eugenio Orso. La catastrofica recessione neocapitalistica sta dando segni di luce in fondo al tunnel? Attenti: se la “guerra” è finita, «il dopoguerra potrà essere altrettanto negativo e socialmente drammatico». Parlano le cifre: oltre 7 milioni di senza lavoro e quasi 5 milioni di poveri.
Il tutto, scrive Orso in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”, è condito da un crollo dei consumi delle famiglie che possiamo definire epocale: è la fine Draghi e Lettadella tanto deprecata società dei consumi? Siamo appesi a un filo: le ostilità potrebbero riprendere improvvisamente, «a causa di un ennesimo shock orchestrato dalla grande finanza internazionalizzata». In quel caso, «la situazione potrà precipitare ulteriormente». Del resto, la debolezza strutturale del sistema-Italia, dal punto di vista sociale e occupazionale, si manterrà anche il prossimo anno. E il Pil, «se crescerà, crescerà di un’inezia, meno dell’uno per cento», per la precisione lo 0,7% secondo la Confindustria, che rivede a ribasso precedenti proiezioni. «La peggiore ipotesi, nel dopoguerra e a partire dall’anno nuovo, è che il rispetto degli “impegni” presi in sede europea implichi la rinuncia forzata a un punto di Pil, con conseguenze negative sul temutissimo spread e ricadute ancor più negative sulla società».
Se anche la “guerra” fosse veramente finita, aggiunge Orso, se ne deduce che – in ogni caso – l’Italia è un paese sconfitto: «Abbiamo perso la guerra e soltanto ora ce ne siamo accorti». Potenza manifatturiera in Europa e nel mondo, l’Italia «è forse il grande sconfitto in Europa», anche se «non certo l’unico, perché l’area europeo-mediterranea esce complessivamente sconvolta dal conflitto, che pare continui in Grecia». Lo spettacolo è desolante: «Le macerie visibili, le distruzioni del tessuto produttivo, i segni dei continui “bombardamenti” neocapitalistici ed europoidi ci sono tutti», continua Orso. «Lungo le direttrici del Veneto e nei distretti industriali del nord», si moltiplicano «gli edifici industriali e i capannoni chiusi intorno ai quali già cresce un po’ di vegetazione, abbandonati all’incuria perché nessuno può riattivarli». Analoga disperazione nelle strade e nelle case: «Il proliferare continuo del numero dei poveri veri, dei mendicanti, di coloro che dormono nelle stazioni, sempre più sporche e prive di manutenzione, ugualmente lo dimostra. Case senza riscaldamento (e senza luce) sempre più numerose, perché la cosiddetta “economia della bolletta” ammazza le Letta e Merkelfamiglie monoreddito». E attorno, «edifici pubblici e privati senza manutenzione, che fra qualche anno cadranno in pezzi».
Ma non è tutto. «Le macerie morali, invisibili quanto le ferite che offendono lo spirito, sono forse le più difficili da rimuovere e le più insidiose». Secondo Orso, «per l’Italia ci sarà un lungo dopoguerra, interrotto forse una ripresa improvvisa del conflitto, con un ultimo “bombardamento” finanziario ordinato delle aristocrazie globali del danaro e della finanza». Ma attenzione: «Non è prevista alcuna ricostruzione». Questo gli analisti del centro studi di Confindustria non lo scrivono, ma lo lasciano intendere quando, con aridi numeri, cercano di prevedere i possibili scenari del dopoguerra. «Non ci sarà ricostruzione, come avvenne dopo la seconda guerra mondiale, dal 1947 agli anni cinquanta. Perché, a differenza di allora, la spietata “global class” finanziaria, perfettamente organica al neocapitalismo e senza problemi di coscienza, non prevede per il paese alcun “Piano Marshall”». Ovvero: «Le risorse del paese si saccheggiano, le sue strutture produttive si smantellano, la popolazione si spreme fino all’inverosimile, e poi si passa ad altro, ad altri “mercati”, ad altre “bolle”, lasciando dietro di sé solo macerie. Materiali e morali».

venerdì 27 dicembre 2013

La scienza è in mano a una casta

Randy Schekman

di Enzo Pennetta.
La denuncia è grave, a maggior ragione perché è la cosa che ha pensato di dire Randy Schekman al Guardian il giorno stesso in cui ha ricevuto il premio Nobel e quindi non solo nel momento più importante per la carriera di un ricercatore, ma anche nel momento di massima visibilità. Ma non basta, la dichiarazione di Schekman era stata preceduta di un paio di giorni da quella di un altro autorevolissimo scienziato, Peter Higgs, notissimo teorizzatore del bosone di Higgs, che sempre al Guardian aveva denunciato il sistema delle pubblicazioni scientifiche.

Ma se la dichiarazione di Schekman è clamorosa, altrettanto clamoroso è il silenzio con il quale è stata inghiottita dalle testate che si occupano di divulgazione scientifica, alcuni quotidiani le hanno almeno dedicato il "minimo sindacale" come Il Corriere della Sera"Schekman: «Le principali riviste scientifiche danneggiano la scienza»" (poco più che un trafiletto) e l'Unità "Il Nobel Shekman: "Boicottiamo Science e Nature"", altri hanno però vistosamente dimenticato di pubblicarla. Ma ancor più vistosa è la "dimenticanza" da parte di soggetti che fanno della divulgazione scientifica il loro argomento centrale, non una parola sull'autorevole denuncia da parte delle solite testate come Le ScienzeOggiscienzaQueryPikaia e perfino Focus e Ocasapiens, in genere così attente a difendere la buona scienza scegliendosi però bersagli comodi e banali come i creazionisti della Terra giovane o qualche stravagante di turno.

E allora per vedere commentato in modo decente quanto detto da Schekman dobbiamo andare su Wired, un periodico che si occupa in genere di scienza tenendo conto delle sue implicazioni più ampie, per leggere un articolo intitolato "Il Nobel che vuole boicottare le riviste scientifiche", che inizia con le seguenti parole:
La scienza è a rischio: non è più affidabile perché in mano a una casta chiusa e tutt'altro che indipendente. 
Le principali riviste scientifiche internazionali - NatureCell Science - sono paragonate a tiranni: pubblicano in base all'appeal mediatico di uno studio, piuttosto che alla sua reale rilevanza scientifica. Da parte loro, visto il prestigio, i ricercatori sono disposti a tutto, anche a modificare i risultati dei loro lavori, pur di ottenere una pubblicazione.

L'accusa di "tirannia" lanciata da un neo premio Nobel dovrebbe in ogni caso meritare la massima attenzione, ma così come si usa fare per i critici di minore visibilità la tecnica è la stessa: ignorare per non dare visibilità alle idee. Ma Schekman aggiunge dell'altro, qualcosa che da sempre andiamo sostenendo:
Queste riviste, dice lo studioso, sono capaci di cambiare il destino di un ricercatore e di una ricerca, influenzando le scelte di governi e istituzioni.
Ma il suo laboratorio (all'università di Berkeley in California) le boicotterà - ha detto al Guardian -, evitando di inviare alcun genere di ricerca.
Sfruttano il loro prestigio, distorcono i processi scientifici e rappresentano una tirannia che deve essere spezzata, per il bene della scienza. Almeno così la pensa il Nobel.
La scienza con le sue dichiarazioni è un'autorità tale da influenzare le scelte di governi e istituzioni, e se è manipolabile da parte di chi detiene il comando delle principali testate scientifiche è automaticamente vero che le affermazioni su temi sensibili possono essere orientate in base alle convenienze dei governi stessi o delle istituzioni. 
Le dichiarazioni di Schekman supportano dunque indirettamente che su temi come il Global warming, la pandemia H1N1, l'eugenetica e tutte le implicazioni della visione malthusiana dell'evoluzione, la possibilità di orientare gli studi in un senso "conveniente" è reale.

L'episodio della dichiarazione di Schekman mostra che però neanche per un Nobel per la medicina è facile denunciare i problemi della scienza, figurarsi per soggetti enormemente meno visibili. 
La denuncia di Schekman rappresenta però un incentivo ad andare avanti per tutti coloro che ritengono la scienza una realtà preziosa che deve essere difesa dalle strumentalizzazioni e da qualsiasi tentativo di piegarne i risultati a vantaggio di interessi particolari.



Fonte: http://www.enzopennetta.it/2013/12/la-scienza-e-in-mano-ad-una-casta-la-notizia-piu-ignorata-del-momento/.

giovedì 26 dicembre 2013

Che i Politici si vergognino!!!....Di Battista distrugge la vecchia politica Italiana




Con il MES il nostro futuro disintegrato




Mafia, l’intervista a Di Matteo

Mafia, l’intervista a Di Matteo

Mafia, l’intervista a Di Matteo: “Riina mi vuole morto. I politici attaccano l’indagine”

Il pm dice del boss: "Non si limita a minacciare, ha ordinato di uccidermi". Il magistrato racconta la sua vita sotto scorta e parla dei tentativi, da parte delle istituzioni, di delegittimare il processo sulla trattativa tra Cosa Nostra e Stato


Dottor Di Matteo, qual è il suo pensiero dominante dopo 15 mesi di minacce e preannunci di attentato?
Cercare di capire a fondo quel che sta succedendo intorno a me. Non tutto è ancora così chiaro. Un anno fa, al primo alternarsi di minacce di stile mafioso e di fonte istituzionale, pensai a qualcosa di casuale. Poi mi convinsi che erano attacchi collegati. Ora sentire e vedere Riina pronunciare quelle parole rabbiose e quegli ordini di morte contro di me mi riporta al contenuto di una delle prime minacce che mi fu recapitata anonimamente.
Il dossier di 12 cartelle intitolato “Protocollo Fantasma”, con lo stemma della Repubblica Italiana, che la metteva in guardia dallo spionaggio di “uomini delle istituzioni” verso una “centrale romana”, l’avvertiva che si stava inoltrando su terreni pericolosi e citava politici della Prima Repubblica coinvolti nella trattativa non ancora toccati dalle indagini?
Quello fu il primo messaggio di fonte istituzionale. Però mi riferivo al secondo, successivo alle elezioni di febbraio.
La lettera giunta il 26 marzo, scritta al computer da un anonimo sedicente “uomo d’onore della famiglia trapanese” che annunciava la sua eliminazione – in alternativa a quella di Massimo Ciancimino – perché l’Italia “non può finire governato da comici e froci”?
Quella. Usava un frasario tipico di chi vuole accreditarsi come appartenente alle istituzioni o ad apparati investigativi. E parlava della decisione di uccidermi “chiesta dagli amici romani di Matteo”, cioè di Messina Denaro, avallata dal carcere anche da Riina “tramite il figlio”. Ora che ho ascoltato la viva voce di Riina ho capito il collegamento fra le due tipologie di minacce: quelle mafiose e quelle istituzionali o para-istituzionali. E ho colto la sottovalutazione che se ne fa, magari in buona fede, per ignoranza, su molti giornali e a livello politico.
Sottovalutazione?
Tutti parlano di minacce di Riina. Ma minacciare qualcuno significa volerlo spaventare. Riina, intercettato in carcere, non si limita a minacciarmi: il suo è un crescendo di parole rabbiose che culminano nell’ordine di uccidermi. Tant’è che i procuratori di Palermo e di Caltanissetta hanno utilizzato uno strumento eccezionale previsto dal Codice per “desegretare” le intercettazioni e ne han consegnato la trascrizione e il supporto audio-video al ministro dell’Interno Alfano. Parlare di “minacce” è improprio e fuorviante.
Non voglio farla polemizzare con le massime cariche dello Stato, ma proprio questo dicono, dopo un anno e mezzo di silenzi imbarazzati e imbarazzanti: solidarietà ai magistrati minacciati dalla criminalità organizzata.
Per carità, solidarizzare con tutti i magistrati minacciati dalla criminalità organizzata è giusto: le minacce delle mafie sono sempre cose serie. Ma i magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa Stato-mafia sono un caso a parte: qui lo stragista numero uno degli ultimi trent’anni ha dato l’ordine di eliminarci e di rilanciare così la strategia stragista, sospesa vent’anni fa con la lunga Pax Mafiosa seguita alla trattativa.
Qual è il suo stato d’animo in questi giorni?
È un complesso di stati d’animo. Se mi guardo intorno e rifletto razionalmente, mi dico che non è valsa e non vale la pena aver sacrificato, in vent’anni di vita scortata, tanti momenti importanti di libertà e di spensieratezza miei e delle persone che mi stanno accanto. Ma poi per fortuna prevale la passione, come in tanti magistrati della mia generazione. Quando entrai in magistratura 22 anni fa, lo feci proprio con l’aspirazione di occuparmi di mafia. Il mio punto di riferimento era il pool antimafia di Chinnici, Caponnetto, Falcone e Borsellino. Tre su quattro li abbiamo purtroppo accompagnati nella tomba, ma quello è rimasto il mio imprinting.
Quindi prevale ancora la passione?
Sì, e ha la meglio sulla razionalità pura che consiglierebbe di mollare tutto. La passione per la bellezza del nostro lavoro. Che però non cancella la consapevolezza che fare il magistrato in questo modo – l’unico che conosco leggendo la Costituzione – “non paga”. Né in termini di serenità personale, né di carriera, né di apprezzamento omogeneo dalle istituzioni e dagli uomini che le rappresentano, e anche da pezzi importanti dell’opinione pubblica. Ma non importa, andiamo avanti.
Prima delle stragi del ’92 era palpabile a Palermo l’insofferenza per i magistrati antimafia, le scorte, le sirene, le zone di rimozione forzata, i pericoli indotti dalla presenza di giudici a rischio. Si respira di nuovo quell’aria?
No, anzi l’intensificarsi dei pericoli per la mia persona è stato accompagnato paradossalmente da un surplus di solidarietà e vicinanza di tanti cittadini: lettere, email, parole d’incoraggiamento. Anche dai vicini di casa. È uno dei maggiori, e rari, motivi di conforto. Lo stesso vale naturalmente per la mia famiglia: ho la fortuna di essere circondato da persone che condividono idealmente gli stessi valori che sono alla base del mio impegno. Andiamo avanti, pure con grande difficoltà.
Com’è cambiata la sua vita in questi ultimi mesi?
Non devi mai ripetere gli stessi movimenti e gli stessi percorsi, che devi rendere il più possibile imprevedibili. Sei costretto a rinunciare anche a quelle piccole e poche cose che ancora ti concedevi prima, anche da scortato. Ma non è questo che mi pesa.
Cosa le pesa di più?
La consapevolezza che, quando ti inoltri su certi crinali investigativi sui rapporti fra mafia e istituzioni (non soltanto quelle politiche, ma anche i cosiddetti “apparati”), senti – per usare un eufemismo – di non essere capito da chi rappresenta lo Stato e persino da vasti settori della magistratura. Troppi continuano a pensare che le nostre indagini siano tempo perso, risorse sottratte alla “vera lotta alla mafia”, che consisterebbe soltanto nell’arrestare la manovalanza criminale, nel sequestrare carichi di droga. Invece, oggi più che mai, un contrasto serio alla criminalità organizzata deve recidere i suoi legami con istituzioni, politica, finanza, forze dell’ordine, apparati.
A parole, lo dicono tutti.
Sì, ma poi appena qualche pm ci prova e magari ci riesce, ecco il solito coro pieno di risolini e di dubbi sparsi a vanvera: ti senti additato al pubblico ludibrio come un “acchiappanuvole”, o peggio come un soggetto destabilizzante che rema contro le istituzioni per scalfirne il prestigio. C’è chi ancora ripete il ritornello che, scoperchiando la trattativa, abbiamo fatto un favore a Riina mettendo sotto accusa uomini dello Stato e della politica. Riina, a sentirlo parlare, non sembra proprio pensarla così. Anzi: manifesta nei nostri confronti una rabbia furibonda, che vuole addirittura tradurre nel mio assassinio.
Si è domandato perché Riina ce l’ha tanto e proprio con lei?
No. Ma constato che mi sono occupato spesso e da molto tempo di processi che lo vedevano imputato: sono stato pm sulle stragi di Capaci, di via D’Amelio, sugli assassinii dei giudici Chinnici e Saetta e su altri omicidi perpetrati a Palermo.
Ciò malgrado, Riina, per quei processi, non aveva mai manifestato quel furore contro di lei. Che esplode solo per la Trattativa.
Con l’uscita di Ingroia, sono il pm che da più tempo segue quelle indagini. Quindi quella rabbia non me la spiego altrimenti.
Eppure, dagli atti che avete depositato finora, non si coglie un motivo che giustifichi tanta rabbia. A Riina non dovrebbe dispiacere di apparire come il superstragista che ha messo in ginocchio lo Stato. Avete il dubbio di non aver capito ancora tutto ciò che è acceduto, e che lui invece conosce bene?
Non il dubbio: la certezza. Finora abbiamo capito e riteniamo di aver provato solo una parte di ciò che è avvenuto. Non è casuale la tempistica dell’intensificarsi di questa pressione. Inizialmente si pensava che l’indagine sarebbe finita in archivio. Poi invece c’è stata la nostra richiesta di rinvio a giudizio e poi l’ordinanza di rinvio a giudizio del gup. E il processo è iniziato. Ma non è un mistero che stiamo continuando a indagare: non ci fermiamo certo a cercar di provare la colpevolezza degli attuali imputati. Vogliamo trovare chi li ha manovrati, li ha diretti e ha concorso con loro, dall’esterno di Cosa Nostra, nei delitti che abbiamo contestato. Con chi, perché e su incarico di chi gli attuali imputati han fatto ciò che han fatto. Ecco: quando si è capito che non ci fermiamo, sono partite non solo minacce e ordini di morte, ma anche episodi pericolosi come l’irruzione in casa del giovane collega Roberto Tartaglia.
Voi rappresentate lo Stato, ma anche chi ha fatto la trattativa e chi vi minaccia o fa di tutto per ostacolarvi. Quanti Stati ci sono, in Italia?
Lo Stato è uno solo: quello disegnato con chiarezza e precisione dalla Costituzione. Per essere credibile e riconosciuto come tale, lo Stato non deve temere di processare se stesso, attraverso propri esponenti infedeli, collusi, deviati. Altrimenti non ha titolo neppure per processare la criminalità, organizzata e non.
Mai avuto il dubbio di essere voi, i deviati?
No, nemmeno quando veniamo additati come tali, come portatori di interessi diversi dalla giustizia e dalla legalità costituzionale. Certo, c’è la sensazione palpabile di essere devianti rispetto al sentire comune molto diffuso che vorrebbe imporci una particolare “prudenza” perché non scoperchiamo certi vasi. Ma quella sulla trattativa è una delle poche indagini che ha subìto attacchi praticamente da tutte le parti politiche: almeno non possono accusarci di volerne favorire una a scapito di un’altra.
Qual è l’accusa che vi ha ferito di più?
Quella di autorevoli esponenti del giornalismo e della politica che ci attribuiscono addirittura la finalità di ricattare il capo dello Stato, solo perché ci siamo imbattuti casualmente in alcune sue telefonate con l’ex ministro Mancino, o perché l’abbiamo citato come testimone. È l’accusa più pesante e ingiusta, ma ci è toccato sopportare anche questo.
Quella vicenda ha trascinato tutti voi dinanzi alla Consulta e lei e il suo capo Messineo al Csm. Avete la sensazione che quella doppia delegittimazione abbia tappato la bocca a chi magari poteva collaborare pienamente alle indagini?
Posta così la domanda, è difficile rispondere. Diciamo che i pentiti di mafia ragionano ancora con l’istinto tipico dei mafiosi: se capiscono di avere di fronte dei pm attaccati dalle istituzioni, fiutano che parlare di certi argomenti potrebbe essere scomodo e poco conveniente anche per loro. E magari chi sa molte cose si attesta su canoni di ordinaria “normalità”, rivelando solo ciò che non scandalizza troppo il sistema, e dunque non si rivela troppo dannoso per lui.
Lei è sempre sotto procedimento disciplinare al Csm?
Sì. A marzo mi è stato notificato l’atto di incolpazione, con l’accusa di aver leso le prerogative del capo dello Stato con un’intervista in cui spiegavo le procedure per la distruzione delle telefonate indirettamente intercettate fra lui e Mancino. Sono già stato interrogato e ora attendo che il Pg della Cassazione decida se chiedere al Csm di condannarmi o di prosciogliermi. A quel che risulta a me e al mio difensore, è la prima volta che si esercita l’azione disciplinare contro un magistrato per un’intervista. Ma, se sarò rinviato a giudizio, mi difenderò con serenità, ben conscio di aver fatto soltanto il mio dovere e di non aver violato alcuna legge o regola. Come il mio ufficio ha già fatto – purtroppo con gli esiti a tutti noti – dinanzi alla Consulta nel conflitto di attribuzioni sollevato dal Quirinale.
Anche alla Consulta la sua Procura sostenne di aver obbedito soltanto alla legge.
Certo, e la prova era nei fatti: non era la prima volta che una Procura, intercettando un soggetto coinvolto nelle indagini, captava casualmente sue conversazioni con un presidente della Repubblica. Era accaduto nel 1992 a Milano con il presidente Scalfaro. Ed era capitato nel 2009 a Firenze con Napolitano. In entrambi i casi, i pm avevano fatto trascrivere le telefonate e le avevano depositate agli atti. Nel caso di Scalfaro i giornali le avevano riportate. Eppure il Quirinale non sollevò alcun conflitto contro i magistrati. Lo fece soltanto con noi nel 2012, sebbene non avessimo fatto trascrivere quelle conversazioni penalmente irrilevanti, le avessimo custodite in cassaforte e avessimo spiegato che ne avremmo chiesto la distruzione. All’amarezza per quel che è accaduto, unisco però una soddisfazione, mia personale e dei miei colleghi: i nostri scassatissimi armadi hanno mostrato una tenuta stagna, infatti di quelle telefonate non è uscita neppure una sillaba. Nessuno può rimproverarci di non aver compiuto al meglio il nostro dovere di magistrati.
Cos’ha pensato quando il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza le ha proposto di girare per Palermo a bordo di un carrarmato Lince?
Sulle prime, non sapevo neppure cosa fosse. Ho visto la foto in Internet di un Lince usato nella guerra in Afghanistan e ho detto di no. Oltreché impensabile dal punto di vista pratico e logistico, un magistrato che deve circolare a bordo di un carrarmato diventa anche ridicolo. E se c’è una cosa che non posso accettare è che il mio lavoro venga messo in condizione di perdere il rispetto. La sicurezza non può diventare un pretesto per i tanti che guardano con ostilità al nostro impegno per metterci alla berlina. Tutti gli altri rischi li accetto: questo no.
Si è parlato anche dell’uso di un robottino anti-esplosivi, il “Jammer bomb”. Lo Stato sta facendo tutto quello che può per garantire la sua sicurezza?
Io non ho mai chiesto nulla: ci sono autorità preposte a queste decisioni tecniche e stanno operando con la massima professionalità. A cominciare dai carabinieri della mia scorta. Ma un magistrato è sicuro soprattutto quando tutte le istituzioni si mostrano totalmente unite nell’affermare che il suo operato – peraltro criticabile – non può subire minacce né annunci di strage. La reazione compatta di tutto lo Stato sarebbe la migliore protezione per me e per qualunque altro magistrato in pericolo.
E quella reazione compatta per ora non c’è stata.
Finora è arrivata solo a spizzichi e bocconi, con molta lentezza, fatica e reticenza. Ma non dispero che ci si arrivi, un giorno o l’altro…