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lunedì 25 novembre 2013

Politica pubblica e democrazia economica per salvare l’industria italiana



Di fronte al fallimento del capitalismo privato italiano, occorre una svolta decisa: la politica economica deve ritornare a guidare le dinamiche dell'economia nazionale. Occorre però evitare vizi e degenerazioni del passato legate all'intervento pubblico. Per questo sono necessarie forme di controllo e partecipazione dal basso basate sul rodato modello tedesco di mitbestimmung.

di Enrico Grazzini 

Il capitalismo italiano si sta sciogliendo e l'Italia industriale sta scomparendo. E' urgente e indispensabile che la sinistra si mobiliti per promuovere l'intervento pubblico di una nuova IRI che, a differenza della defunta IRI, avvi forme di partecipazione e di controllo dal basso dei lavoratori sul modello della mitbestimmung (codeterminazione) tedesca. 

Il contesto attuale è drammatico. Con la sostanziale uscita della Fiat dall'Italia e l'inizio della fine dei patti di sindacato, annunciato da Mediobanca, il capitalismo relazionale italiano si sta sciogliendo come la neve a favore del capitalismo relazionale delle banche d'affari globali e delle multinazionali estere. Il governo Letta-Alfano è quasi inerte di fronte al fallimento del capitalismo italiano (vedi i casi MPS, Telecom Italia, Alitalia, Fiat, RCS, Ansaldo, ecc) e non ha alcun progetto sistemico: anzi, per salvare lo stato dal possibile fallimento legato all'elevato debito pubblico e dai vincoli imposti dalla Unione Europea a guida tedesca, addirittura punta a privatizzare aziende strategiche come ENI e magari ENEL solo per fare cassa.

Di fronte al fallimento economico del capitalismo privato italiano, occorre una svolta decisa: la politica economica deve ritornare a guidare le dinamiche dell'economia nazionale. La Cassa Depositi e Prestiti, società privata con finalità pubbliche controllata dal Tesoro italiano e dalle Fondazioni, dovrebbe essere messa nelle condizioni di intervenire nell'economia – direttamente o indirettamente tramite i fondi da essa controllati – perché non vengano svenduti i gioielli dell'industria italiana e le infrastrutture di base, e perché continuino a sussistere le condizioni minime di sopravvivenza e di sviluppo dell'economia nazionale. La CDP, con oltre 300 miliardi di attivo, è infatti attualmente l'unico organo a capitale pubblico che possa intervenire per difendere e sviluppare il meglio dell'industria nazionale. 

Così come nel dopoguerra senza l'ENI di Enrico Mattei e senza la Fiat di Agnelli, senza le grandi banche nazionali, come Comit e l'IMI, non sarebbe stato possibile il miracolo italiano, oggi senza grandi banche nazionali e senza aziende strategiche come Telecom Italia e molte altre aziende tecnologiche non sarà possibile uno sviluppo industriale avanzato, verde e digitale, e non sarà ovviamente possibile neppure una ripresa dell'occupazione. Senza punti di forza nazionali almeno in alcune industrie di frontiera, l'Italia diventerà semplicemente un paese sottosviluppato, una colonia, o una neo-colonia economica dell'Europa a guida tedesca. L'Italia rimarrà importante forse solo per l'alta moda, il turismo, il folclore, il buon cibo e i buoni vini; ma si compirà definitivamente la meridionalizzazione dell'Italia in Europa. Scordiamoci benessere, occupazione e democrazia in una condizione neo-coloniale. 

Occorre allora che la politica ritorni a intervenire nell'economia: è necessaria una svolta di politica industriale. Occorrono visioni strategiche sul posizionamento competitivo dell'Italia in Europa e nella competizione globale; e occorre una programmazione conseguente e l'intervento dello stato. Non si tratta ovviamente di proporre il socialismo sovietico: si tratta invece di comprendere che anche nell'ultracompetitiva Germania, in Francia e in tutti i paesi industriali avanzati – anche quelli più liberisti (vedi per esempio l'intervento di Obama nell'industria dell'auto) -, lo stato gioca un ruolo fondamentale per il governo dell'economia. In Germania per esempio il capitale pubblico è presente sia in Deutsche Telekom che nella Volkswagen, in molte banche federali e dei lander. 

Di fronte al fallimento dell'industria privata italiana, in (quasi) tutti i campi avanzati, dall'informatica alle telecomunicazioni, dal trasporto aereo all'industria dell'auto e del software – forse con l'eccezione della robotica e dei sistemi di automazione grazie alle piccole e medie aziende soprattutto emiliane – occorre che lo stato elabori chiare politiche industriali e intervenga direttamente. Attualmente c'è il rischio che qualche grande banca italiana venga ceduta a operatori esteri - come MPS in cerca di una “cavaliere bianco” -. Se la centralizzazione bancaria a livello europeo proseguirà con criteri tedeschi, come sta accadendo finora, qualche grande banca, come Unicredito, potrebbe essere acquisita dalle banche tedesche o del nord Europa, anche se queste sono in realtà assai più speculative di quelle italiane. Il rischio è che la maggior parte del risparmio italiano finanzi le imprese estere e l'occupazione all'estero.

In Italia gli interventi di sistema degli ultimi anni sono stati fallimentari, e sono stati fatti per soddisfare le clientele politiche e governative, gli appetiti finanziari di breve termine o qualche grande privato in difficoltà. Basti pensare agli interventi della Banca Intesa di Corrado Passera in Alitalia, e alla presenza delle grandi banche (Mediobanca e Intesa) nel capitale di RCS-Corriere della Sera, o l'intervento di Intesa, Mediobanca e Generali in Telecom Italia. 

E' invece necessario che la politica si dia una visione nazionale di lungo termine. La CDP dovrebbe diventare azionista di riferimento di una banca italiana – come la Banca del Mezzogiorno-Mediocredito Centrale delle Poste Italiane, o MPS - per finanziare le piccole e medie aziende, finanziare le start up innovative nelle industrie di frontiera (energie rinnovabili, digitale e software, biotecnologie, ecc) e rilanciare l'industria e l'occupazione, al nord come al sud . 

La CDP dovrebbe anche diventare azionista di riferimento di grandi imprese che, come Telecom Italia, sono strategiche per tutta l'economia nazionale e non sono affatto decotte ma hanno (anche se difficili) prospettive di ripresa. Nell'economia della conoscenza cedere totalmente all'estero il controllo delle reti è letteralmente suicida sul piano economico, e anti-democratico sul piano culturale e politico. Infatti tutta l'informazione audio-video-testuale passerà sulle reti e la democrazia subirà un danno probabilmente irreversibile se si perderà completamente il controllo sul sistema nervoso della società dell'informazione. 

Per questi motivi ci appelliamo perché la politica si doti di una programmazione industriale e dia alla CDP il mandato di riorganizzare i punti nevralgici della finanza e dell'industria italiana. Occorre però evitare che l'intervento pubblico sia corrotto dalle correnti politiche, dal sottogoverno, dai clientelismi e dalle malversazioni tipiche delle burocrazie non trasparenti e senza responsabilità pubblica. Il passato ci insegna che l'intervento pubblico, soprattutto in Italia, con questa classe politica, è foriero di corruzione e inefficienza. 

Proponiamo quindi che l'intervento pubblico sia affiancato da forme di controllo e partecipazione dal basso basate sul rodato modello tedesco di mitbestimmung. La CDP dovrebbe intervenire nelle aziende condizionando il suo intervento alla partecipazione co-decisionale dei lavoratori nelle aziende. Dal 1951 nella ultra-competitiva Germania per legge nazionale nelle medie e grandi aziende i lavoratori hanno un doppio diritto di voto: da una parte tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato, eleggono i loro rappresentanti sindacali nel consiglio di fabbrica; d'altro lato eleggono i loro rappresentanti nel consiglio di sorveglianza delle aziende, con potere co-decisionale per quanto riguarda le strategie (acquisizioni, cessioni, fusioni, delocalizzazioni, outsourcing, ecc), l'approvazione dei bilanci e la nomina del consiglio di gestione composto dai manager. 

Proponiamo che, proprio come accade da oltre 60 anni nella “virtuosa” Germania, anche in Italia milioni di lavoratori possano eleggere democraticamente i loro rappresentanti sia negli organismi sindacali che nei board delle maggiori aziende. La partecipazione con veri poteri decisionali dei lavoratori nel CDA delle aziende è infatti la migliore garanzia che le imprese non verranno svendute al capitale estero e rovinate dalla speculazione. Del resto nell'Unione Europea 12 paesi su 27, soprattutto nell'area renana (Germania, Austria, Olanda, Lussemburgo) e scandinava (Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia), hanno introdotto forme più o meno avanzate di democrazia economica. E questi paesi sono anche quelli che stanno uscendo prima e meglio dalla crisi . I lavoratori nel board possono infatti fare da contrappeso alle tendenze speculative della proprietà e del top management sviluppando prospettive di sviluppo sostenibili e di lungo periodo . 

(25 novembre 2013)

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