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domenica 10 novembre 2013

Anti-europeisti, non anti-europei

di Sergio Cesaratto
In un suo articolo suSbilanciamoci dal titolo significativo “Euro, l’uscita è destra”, ripreso anche dallaNewsletter del PRC e daMicromega, Roberta Carlini mostra di condividere le preoccupazioni di Enrico Letta e di Eugenio Scalfari (Repubblica di domenica) circa il pericolo che il prossimo Parlamento europeo veda una forte presenza di forze anti-euro il cui “segno dominante” sarebbe populista e di destra. 

Negligentemente la Carlini strascura l’esistenza di forze non irrilevanti come Syriza in Grecia o di Melenchon in Francia, non certo tenere con l’Europa, mentre assimila il M5S alle forze populiste e di destra. Peraltro Grillo ha sui temi europei più di una confusione, basti leggere un suo recente post “Draghi mago Silvan”. Dal 4 novembre i “cittadini” M5S hanno però lodevolmente cominciato una serie di audizioni parlamentari, aperte a tutti, con economisti di vario orientamento per capire di più. Nel nostro paese c’è inoltre una galassia di forze anti-euro che non ha connotati di destra. 

Gli economisti italiani più solidamente eterodossi e di sinistra, sebbene non unanimi sulle scelte da compiere, si illudono assai poco su una svolta delle politiche europee in quanto queste non sono frutto di mere sbandate ideologiche, ma riflettono interessi nazionali configgenti. Che gli errori europei siano frutto di idee sbagliate iniettate in un corpo europeo sano e omogeneo è invece tipico di una sinistra italiana che manca di consapevolezza circa i processi storico-economici che muovono la realtà. 

A conferma di ciò la Carlini sottoscrive la tesi di Henning Meyer, direttore delSocial Europe Journal, per cui dalla crisi europea si uscirebbe con “un salto in avanti della democrazia … dando un governo democratico all’Europa”. Ma le vedete voi Germania e Francia cedere sovranità nazionale nella direzione auspicata da Meyer-Carlini? E per quali ragioni dovrebbe la prima lasciar decidere a 300 milioni di Europei la destinazione dei propri quattrini e la seconda rinunciare a un’indipendenza nazionale di cui è, giustamente, gelosa? 

Le linee editoriali del Social Europe Journal al pari di Sbilanciamoci sono entrambi portatrici di buoni sentimenti europeisti che non solo non ci portano da nessuna parte, ma finiscono per fare il gioco delle forze reazionarie, siano esse al governo o nei movimenti anti-europei di destra. 

E’ sbagliato bollare come populista e di destra l’emergere anche nel nostro paese di forze anti-europeiste, da non confondersi con anti-europee. Anti-europeista significa smetterla con le fantasie, l’Europa “ideale” della Carlini. Non essere anti-europei significa voler preservare i molti elementi sani della costruzione europea che tutti auspichiamo prosegua, sebbene in maniera radicalmente diversa. SulCorriere della Sera di lunedì Angelo Panebianco, bacchettando Scalfari, giunge a considerare “salutare” l’anti-europeismo se serve a smuovere le acque. 

A differenza di Panebianco, tuttavia, noi riteniamo che essere anti-europeisti, sebbene non anti-europei, significa avere chiaro che l’euro è un muro su cui si sbatte la democrazia politica e sociale che la Carlini vorrebbe tanto estendere. E in ciò gli anti-europeisti sono eredi della grande tradizione intellettuale keynesiana che da James Meade, a Kaldor, a Godley denunciò i pericoli delle unificazioni monetarie, consapevole della necessità di preservare la flessibilità dei cambi, oltre che del controllo dei movimenti di capitale, per assicurare la possibilità nazionale di politiche di piena occupazione. Ricerca economica di prima qualità ha recentemente ribadito l’incompatibilità di rigidi sistemi di cambio fissi con la piena occupazione, la democrazia e persino la stabilità finanziaria. Carlini sa bene che il compianto Nando Vianello che ella cita si ritrovava in questa tradizione (naturalmente non sappiamo cosa Vianello avrebbe oggi suggerito di fare).

Le forze anti-europeiste non mancano di proposte per cui una “Europa monetaria diversa” sarebbe, in via teorica, possibile (basti qui rimandare all’e-book Oltre l’austerità). Ma come ci si può illudere quando, come riporta Bloomberg, con insolente ipocrisia la reazione dei tedeschi alle critiche che il Tesoro americano ha mosso agli abnormi surplus commerciali di Berlino è che questi si sono quasi annullati nei confronti dei paesi dell’Europa periferica – dimenticando che ciò è accaduto per il crollo del nostro tenore di vita e tassi di disoccupazione abnormi. 

Oppure quando due economisti italiani, Padoan e Buti (Vox, 8 ottobre), rispettivamente a capo della ricerca economica presso Ocse Commissione europea, dopo aver difeso d’ufficio le politiche di austerità, chiosano alla fine che il riaggiustamento richiede “un’inflazione più alta nei paesi dell’Eurozona in surplus”. Come diceva Voltaire e piaceva a Vianello ripetere, un incantesimo può uccidere un gregge di pecore, basta aggiungere un po’ d’arsenico. Chissà se ai due economisti è venuto da ridere suggerendo alla Germania di bere l’arsenico di un’inflazione relativamente più elevata?

Allora è il realismo che ci suggerisce di assumere delle posizioni più dure per la salvezza del nostro paese. Con queste posizioni più dure si deve andare a trattare in Europa, dove non si prevarrà con i buoni sentimenti o il generico (e fuorviante) “più democrazia”. Solo se nel paese monta un sentimento popolare anti-europeista, vale a dire contro l’Europa a tutti i costi, potremo sperare in governi meno servili che ci tutelino. Suscitarlo può solo far del bene a noi e all’Europa. Se la sinistra persevererà nel considerare l’europeismo come la propria linea del Piave, non avrà fatto né i propri interessi né, soprattutto, quelli del paese il quale non se lo dimenticherà.

(8 novembre 2013)

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