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sabato 19 ottobre 2013

Papa Francesco e il primato della coscienza

Il primato della coscienza è un concetto peculiare del cattolicesimo che papa Francesco non ha fatto altro che ripresentare: il fatto che suoni tanto nuovo dovrebbe portare a seri interrogativi sulla qualità di un certo cattolicesimo di corte predominante negli ultimi decenni.



di Vito Mancuso, la Repubblica 17 ottobre 2013
L’accademico olandese Ian Buruma affermava martedì su questo giornale che il pensiero di papa Francesco sul primato della coscienza “ben si accorda con l’estremo individualismo della nostra epoca” e, dichiarato il suo sconcerto al riguardo, presentava quale icona-simbolo della posizione papale niente di meno che Edward Snowden, l’uomo che per seguire la propria coscienza è giunto a svelare i segreti dello spionaggio statunitense. 

Ma che cosa ha a che fare questo estremo individualismo con la posizione papale? Ben poco, probabilmente nulla. Quando si parla di etica si tratta in primo luogo di rispondere a questa domanda: esiste il bene, il bene come qualcosa di universale e di oggettivo che vale per tutti senza dipendere dalle circostanze, oppure tutto dipende dalle circostanze e non esiste il bene ma solo il conveniente? Questa è la domanda numero uno della teologia morale. La domanda numero due consegue logicamente: ammesso che questo bene universale esista, qual è, come si riconosce, chi lo può riconoscere?

La risposta del cattolicesimo, riprodotta alla perfezione nella lettera del Papa a Scalfari oggetto della polemica di Buruma e soprattutto di alcuni cattolici tradizionalisti, è semplice e chiara:
1) esiste un bene comune a tutti gli uomini, universale, oggettivo, che non dipende dalle circostanze o dai sentimenti o dalle emozioni, ma che si sostanzia nella natura delle cose;
2) tale bene consiste in ciò che favorisce la vita e come tale ogni uomo può riconoscerlo mediante la luce della propria coscienza.

La capacità di conoscere il bene oggettivo mediante la coscienza soggettiva viene espressa dal cattolicesimo con il concetto classico di sinderesi, definito dal Catechismo “la percezione dei principi della moralità” (art. 1780; cf. anche Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, q. 79, a.12). Il termine viene dal latino synderesis, che riproduce il greco syneidesis, cioè appunto “coscienza”. 

La sinderesi esprime la capacità luminosa di ogni coscienza umana di riconoscere il bene anche a prescindere dal proprio interesse e dalle diverse circostanze storiche e geografiche, la capacità di sapere se si sta facendo il bene oppure no, fondando così ciò che Hans Jonas ha chiamato “il principio responsabilità”, ovvero la capacità di giudizio responsabile, a sua volta fondato sulla realtà della libertà. Solitamente ci si riferisce a questa dimensione dicendo “luce della coscienza”, o anche “voce della coscienza”. È netta la differenza rispetto all’individualismo estremo che Ian Buruma attribuisce al Papa: l’individualismo definisce il bene a partire da sé, a suo uso e consumo, papa Francesco invece dice che il bene è oggettivo ma si può riconoscere e praticare solo passando attraverso la coscienza e che per questo “obbedire a essa significa decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male”.

Il primato della coscienza (non ontologico, ma gnoseologico) è un concetto peculiare del cattolicesimo che papa Francesco non ha fatto altro che ripresentare, e il fatto che suoni tanto nuovo dovrebbe portare a seri interrogativi sulla qualità di un certo cattolicesimo di corte predominante negli ultimi decenni, smanioso di apparire ortodosso ma in realtà spesso amante del potere e tale da tradire lo spirito interiore più autentico del cattolicesimo. Esattamente in linea con quanto affermato dal Papa rispondendo a Scalfari, si muove un documento della Commissione Teologica Internazionale (organismo di nomina pontificia composto da una trentina di eminenti teologi) del 6 dicembre 2008 intitolato “Alla ricerca di un'etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale”. 

Dopo aver introdotto il principio della sinderesi, il documento magisteriale afferma che il bene morale “rende testimonianza a se stesso ed è compreso a partire da se stesso” (n° 56). In precedenza le diverse religioni erano presentate come “testimoni dell’esistenza di un patrimonio morale largamente comune”, il quale “esplicita un messaggio etico universale immanente alla natura delle cose e che gli uomini sono in grado di decifrare” (n° 11). 

Sono parole potentissime che indicano che per la vita morale non sono indispensabili leggi, codici, esteriorità, autorità: esiste un messaggio etico “immanente” nella natura delle cose, e gli uomini, credenti o no, con la loro coscienza, sulla base della sinderesi, “sono in grado di decifrarlo”. Ne viene che ognuno con la sua ragione può essere in grado di stabilire cosa è giusto fare e cosa evitare, basta che sia onesto con se stesso. 

Naturalmente ciò non è per nulla facile, e per questo sono di aiuto le leggi, i codici e tutti gli apparati esteriori promossi dall’autorità, i quali però devono venire ultimamente vagliati, e per così dire autorizzati, dalla luce della coscienza. La tradizione cattolica è chiara al riguardo. Così la Bibbia: “La coscienza di un uomo talvolta suole avvertire meglio di sette sentinelle collocate in alto per spiare” (Siracide 37,14). Così san Paolo: “Tutto ciò che non viene dalla coscienza è peccato” (Romani 14,23). Così Gesù: “Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Luca 12,57). 

Tra le numerose auctoritates ecco il cardinale John Henry Newman: “Certamente se dovessi coinvolgere la religione in un brindisi al termine di una cena berrei alla salute del Papa, se vi farà piacere; ma prima alla coscienza, e poi al Papa”; ecco il Vaticano II: “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria… nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali” (Gaudium et spes16); ecco il giovane Joseph Ratzinger: “Al di sopra del Papa come espressione del diritto vincolante dell'autorità ecclesiastica, sta ancora la coscienza individuale, alla quale prima di tutto bisogna ubbidire, in caso di necessità anche contro l’ingiunzione dell'autorità ecclesiastica” (citato da Hans Küng nel primo volume della sue Memorie); ecco il Catechismo attuale: “L’essere umano deve sempre obbedire al giudizio certo della propria coscienza” (art. 1800). 

Ed ecco la Commissione Teologica al paragrafo 59 del documento citato: “Soltanto la coscienza del soggetto, il giudizio della sua ragione pratica, può formulare la norma immediata dell’azione”; e subito di seguito: “La legge morale non può essere presentata come l’insieme di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione”.

Questo è il nucleo della più genuina tradizione cattolica: il processo della decisione è eminentemente personale. Nessun individualismo quindi, semmai personalismo, che è ben altra cosa. Possono perciò stare tutti tranquilli: papa Francesco è perfettamente cattolico! Ma proprio per questo egli riproduce il paradosso già avutosi con il cardinal Martini, di riuscire a essere veramente universale e a toccare il cuore di molti, non credenti compresi.

(18 ottobre 2013)

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