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venerdì 11 ottobre 2013

La crisi e i sindacati. Quale democrazia economica vuole la Cgil?

Il dibattito su come uscire "da sinistra" dalla crisi ha fin qui aggirato un tema fondamentale: non basta tentare di riproporre in nuova salsa le politiche degli anni '60, ovvero la programmazione industriale dall'alto. Per arginare la rovina economica italiana – che rischia di diventare irreversibile – sono indispensabili l'intervento diretto dei lavoratori e l'istituzionalizzazione della democrazia economica nelle imprese.

di Enrico Grazzini

Di fronte alla crisi industriale ed economica che precipita, Susanna Camusso, segretario della CGIL, dalle colonne del Corriere della Sera (25 settembre 2013) ha finalmente suggerito di introdurre in Italia la democrazia economica applicando l'articolo 46 della Costituzione: “La Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende”. Finora l'articolo 46 è stato ignorato da tutti: dai politici e dai governi, dalla Confindustria e dai sindacati. La novità è che il sindacato CGIL, quello storicamente più “conflittuale” (e tuttavia concertativo), per la prima volta riconosce ufficialmente che per tentare di risolvere la gravissima crisi italiana non bastono la concertazione nazionale e la presentazione dall'alto di illuminati “piani economici di sinistra” (i quali però ovviamente non vengono mai attuati e rimangono sulla carta). Non basta neppure la lotta aziendale per tentare di risolvere la crisi. La conflittualità sindacale è importante ma poco efficace se le aziende delocalizzano all'estero o se vengono (s)vendute al capitale straniero, o se chiudono in fallimento. 

Camusso propone giustamente l'applicazione della Costituzione. Del resto la crisi del capitalismo italiano sta diventando sempre più grave, come dimostrano i casi di Telecom, Alitalia, Ilva, Fiat-Chrysler, Finmeccanica-Ansaldo, e di molte altre aziende. E la crisi politica e istituzionale incombe. Diventa allora necessario che i lavoratori partecipino a pieno diritto agli organi direttivi delle imprese e possano influenzare le loro attività. “Qualsiasi progetto politico e sociale, se non si fonda sulla partecipazione, non va da nessuna parte”, ha affermato Maurizio Landini, segretario FIOM, perorando il suo progetto di democrazia sindacale . Ma occorrono politiche forti e nuove da parte della sinistra anche sul terreno della democrazia economica. 

Tuttavia l'importante apertura della Camusso è ancora indeterminata e presenta dei rischi. Ci sono infatti diversi modi di fare cogestione. Per schematizzare: ce ne è uno buono - come il modello tedesco di co-decisione - e ce ne è uno cattivo: vedi il progetto di legge presentato di Maurizio Sacconi del PDL (ma firmato anche da senatori del PD e del partito di mario Monti). C'è quindi cogestione e cogestione. 

Il problema è che nel sistema dominante di corporate governance di tipo anglosassone l'unico obiettivo degli azionisti è di “creare valore” sul mercato finanziario a loro esclusivo beneficio. Il lavoro diventa solo uno strumento subordinato e le attività produttive tendono a smarrire il loro “valore reale” a favore di un valore “virtuale” e cartaceo dettato dalle dinamiche volatili e speculative del mercato finanziario. Come dimostra anche la crisi italiana, il modello autoritario di corporate governance e la finanziarizzazione delle aziende e dell'economia sono i principali responsabili della deindustrializzazione, dell'aumento della disoccupazione, della precarizzazione e della degradazione del lavoro e dell'ambiente.

Per contrastare la deindustrializzazione diventa indispensabile riproporre la politica industriale; del resto questa è attualmente richiesta anche dalla Confindustria di Giorgio Squinzi. Occorrono investimenti pubblici. La Cassa Depositi e Prestiti, società privata con finalità pubbliche, controllata dal Tesoro italiano e dalle Fondazioni, dovrebbe essere messa nelle condizioni di intervenire – direttamente o indirettamente – nell'economia perché non siano svenduti i gioielli dell'industria italiana ad alta tecnologia e le infrastrutture di base. 

Purtroppo però i governi italiani, di destra o di centrosinistra, hanno continuato a seguire l'ideologia del dogma liberista disinteressandosi dell'economia reale e delle aziende e adeguandosi ciecamente ai diktat europei per la riduzione del deficit e del debito pubblico. Occorre invece una politica che difenda le aziende strategiche e lo sviluppo sostenibile: ma non basta tentare di riproporre in nuova salsa le politiche di centrosinistra degli anni '60 e le politiche riformatrici di programmazione industriale dall'alto. Per arginare la rovina economica italiana - che rischia di diventare irreversibile – sono indispensabili l'intervento diretto dei lavoratori e l'istituzionalizzazione della democrazia economica nelle imprese. 

Da qui la proposta di Camusso. La segretaria della CGIL non ha però specificato quale modello intende proporre per la democrazia economica. Quello tedesco o quello del PDL (e anche della CISL e di parte del PD)? Quando si discute di cogestione il modello di riferimento a livello internazionale è senz'altro quello tedesco. Dal 1951 nella ultra-competitiva Germania i lavoratori eleggono i loro rappresentanti nel Consiglio di Amministrazione delle imprese: così tutti i lavoratori – operai e impiegati - possono condizionare in maniera decisiva le strategie e la gestione delle aziende. 

In Germania per legge nazionale valida erga omnes (Mitbestimmung) nelle medie e grandi aziende i lavoratori hanno un doppio diritto di voto: da una parte tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato, eleggono i loro rappresentanti sindacali nel consiglio di fabbrica; d'altro lato eleggono i loro rappresentanti nel consiglio di sorveglianza delle aziende, con potere co-decisionale per quanto riguarda le strategie (acquisizioni, cessioni, fusioni, delocalizzazioni, outsourcing, ecc), l'approvazione dei bilanci e la nomina del consiglio di gestione. Proponiamo che, proprio come accade da 60 anni nella “virtuosa” Germania, anche in Italia milioni di lavoratori possano eleggere democraticamente i loro rappresentanti sia negli organismi sindacali che nei board delle maggiori aziende. La partecipazione con veri poteri decisionali dei lavoratori nel CDA delle aziende è infatti la migliore garanzia che le imprese non verranno svendute al capitale estero e rovinate dalla speculazione . 

La proposta di Camusso di democrazia economica non nasce dal nulla. Secondo lo European Trade Union Institute, il centro studi europeo dei sindacati, nell'Unione Europea 12 paesi su 27, soprattutto nell'area renana (Germania, Austria, Olanda, Lussemburgo) e scandinava (Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia), hanno introdotto forme più o meno avanzate di partecipazione co-decisionale dei lavoratori nei board delle aziende pubbliche e private. L'ETUI dimostra anche che questi paesi registrano la maggior occupazione, più reddito per i lavoratori, maggiore competitività delle aziende, maggiore innovazione, migliore sostenibilità ambientale e maggiore potere sindacale. I paesi con forme più o meno avanzate di co-determinazione sono anche quelli che stanno uscendo prima e meglio dalla crisi . I lavoratori nel board possono infatti fare da contrappeso alle tendenze speculative della proprietà e del top management sviluppando prospettive di sviluppo sostenibili e di lungo periodo . 

Nel modello tedesco di co-determinazione e di co-decisione (e non di cogestione, come si traduce erroneamente in Italia) i lavoratori hanno per legge un vero e forte potere decisionale ma non partecipano né al capitale né agli utili di impresa e mantengono quindi la loro autonomia sindacale e conflittuale. La Mitbestimmung è concepita per dare maggiore potere al lavoro di fronte al capitale, mantenendo però la distinzione tra gli interessi dell'uno verso l'altro. Il proposito di Sacconi è ben diverso. Alla fine di settembre il presidente della Commissione Lavoro ha presentato un disegno di legge per una delega al governo rivolta alla “definizione di forme di coinvolgimento dei lavoratori rimesse alla libera contrattazione aziendale”. 

Secondo Sacconi “l’introduzione di elementi di partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese - se realizzata in modo equilibrato e nella giusta cornice - è destinata non solo ad incrementare la produttività, la competitività e la redditività delle imprese, ma altresì a migliorare la qualità del lavoro e a contribuire a una maggiore coesione sociale”. Il progetto Sacconi prevede che nelle aziende che lo vogliano (e solo in quelle) i lavoratori partecipino agli utili e al capitale, ed eventualmente – ma solo nelle aziende con oltre 300 dipendenti e con corporate governance duale (con consiglio di sorveglianza e consiglio di gestione) – alcuni rappresentanti dei sindacati possano partecipare in minoranza nel consiglio di sorveglianza. 

In sostanza questo progetto esclude che i lavoratori abbiano effettivo potere decisionale sulle strategie e sulla gestione dell'azienda. I lavoratori sarebbero divisi tra le aziende che accettano la cogestione e quelle non cogestite. E i loro salari e le loro retribuzioni verrebbero parametrati in base ai redditi di impresa su cui hanno piena e indiscussa autorità decisionale solo azionisti e manager. Purtroppo la CISL e anche gran parte del PD sembrano d'accordo con questa impostazione aziendalista e corporativa che divide i lavoratori e che li subordina al potere di impresa. 

Quale modello propone allora Susanna Camusso? Quello tedesco di effettiva codeterminazione, o quello Sacconi di subordinazione? Occorre approfondire il dibattito sulla democrazia aziendale nel sindacato e nella sinistra. Il modello tedesco – che da sessanta anni ha già dimostrato di funzionare molto bene – dovrebbe diventare l'esempio di riferimento. 

(10 ottobre 2013)

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