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giovedì 31 ottobre 2013

Diritto alla casa: mozione M5S, una casa per tutti senza cementificazioni.

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Il disagio per l'emergenza abitativa, nel nostro Paese, si allarga sempre di più, complice anche la crisi economica.
Nelle giornate del 18 e 19 Ottobre, durante le manifestazioni a Roma, decine di migliaia di cittadini hanno protestato contro la devastazione del territorio e per il diritto alla casa per tutti.
Il MoVimento 5 Stelle ha presentato una mozione affinchè il Parlamento impegni il governo ad assumere iniziative normative sul "diritto alla casa". Unamozione "a 5 stelle" però, che non prevede nuove cementificazioni (sempre una buona scusa per foraggiare i soliti amici costruttori) e non devasta ulteriormente il territorio consumando suolo.
La proposta M5S prevede invece di utilizzare il patrimonio immobiliare pubblico già esistente bloccandone le vendite speculative, e l'immenso patrimonio immobiliare privato di appartamenti costruiti e rimasti invendutinegli ultimi anni. Immobili vuoti sui quali i costruttori, dopo aver devastato periferie e città, sono stati esentati anche dal pagare l'IMU!
Il diritto alla casa rientra nella categoria dei diritti fondamentali della persona, come, in diverse occasioni, hanno stabilito anche la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Cedu) e la Corte costituzionale. Un diritto che è possibile salvaguardare insieme al suolo e all'ambiente: basta la volontà politica.
La mozione sarà visibile dal 31/10/2013 anche sul sito della Camera.

mercoledì 30 ottobre 2013

Benessere sostenibile, togliendo la moneta ai banchieri

Banchieri padroni e governi-fantoccio: così, riassume Marco Della Luna, può finire in ginocchio persino il governo Usa, travolgendo il mondo intero nel suo volontario default. Tutto questo, mentre l’Italia affonda nella recessione e nella disoccupazione per mancanza di investimenti. Siamo soffocati dalle tasse, dal crollo della domanda e daitagli del welfare. Ridurre il debito pubblico? Operazione velleitaria, che si scontra col calo costante di Pil e produttività. Intendiamoci: «Il debito pubblico di quasi tutti i grandi paesi è praticamente inestinguibile in quanto al capitale, e sempre meno sostenibile in quanto agli interessi». La Banca dei Regolamenti Internazionali lancia l’allarme sull’indebitamento mondiale e la bolla speculativa, che hanno prodotto condizioni ancora più esplosive di quelle del 2008. E i “quantitative easing” della Fed, della Bce e di altre banche centrali si sono tradotti in prestiti a basso interesse, che le banche reinvestono nella speculazione e non nell’economia reale. La bolla finanziaria è tale da provocare il global meltdown: titoli pubblici svalutati nei portafogli delle banche su scala mondiale, e istituti di credito senza più soldi.
Tutti questi fattori, spiega Della Luna nel suo blog, sono dovuti alla scarsità di denaro: il governo Usa non ha i soldi per pagare le spese della pubblica Lo shut-down negli Usaamministrazione, l’Italia non ha il denaro né per gli investimenti, né per ridurre il cuneo fiscale e pressione tributaria. Inoltre, nessuno Stato ha i soldi per ridurre lo stock di debito pubblico e le banche non hanno denaro da prestare all’economia reale a tassi ragionevoli. «Riflettiamo: se lo Stato avesse i soldi per investimenti, riduzione di tasse e tributi, sostegno alle imprese, rimborso del proprio debito, allora le cose cambierebbero radicalmente: abbatteremo impoverimento, disoccupazione, sfiducia, sofferenza, insicurezza. Il default sarebbe scongiurato per sempre». Ma allora che cosa impedisce allo Stato di dotarsi del denaro necessario? In teoria, nulla: se fosse libero e sovrano, lo Stato potrebbe emettere moneta a costo zero. E se il denaro produce economia, non c’è neppure rischio di inflazione. Allora dove sta il problema? Nel monopolio improprio che grava sulla creazione monetaria, che «non è concessa agli Stati, ma è appannaggio, diritto esclusivo, del sistema bancario».
Finita la sovranità monetaria democratica, sono quasi ovunque le banche a gestire il denaro fin dalla sua emissione, perché ormai «vige il principio dell’autonomia del sistema bancario dalla politica». Giustificazione: per compiacere gli elettori, attingendo moneta sovrana i politici potrebbero eccedere irresponsabilmente nella spesa pubblica, scatenando l’inflazione. Al contrario, i “virtuosi” banchieri devoti solo al mercato, «emetterebbero la giusta quantità di moneta, al giusto tasso di interesse, prestandolo ai soggetti meritevoli e più produttivi», migliorando il sistema. La realtà ovviamente è ben altra: in alcuni periodi, i banchieri «concedono prestiti a tutti e a bassi tassi, facendo crescere l’economia reale e quella speculativa», poi tirano i cordoni alzando i tassi e i requisiti di credito, e comprimendo i volumi: «Così creano fame di denaro e svalutazione degli asset», rastrellando sottocosto «il frutto del lavoro e del risparmio dell’economia produttiva». Stesso trattamento verso gli Stati: «Li indebitano analogamente, per poi mandarli in crisi finanziaria ed esigere», come contropartita per evitare il default, «ulteriori cessioni di sovranità e ulteriore indebitamento per colmare i loroDraghibuchi e rifinanziare le loro bolle speculative, sotto il ricatto non solo del default pubblico ma di un collasso finanziario generale».
I grandi banchieri, continua Della Luna, impongono inoltre agli Stati «l’abolizione di ogni restrizione legale alla loro facoltà di giocare d’azzardo coi soldi dei risparmiatori», salvo poi farsi rifinanziare proprio dallo Stato, con denaro che non finisce all’economia reale ma, ancora una volta, al circuito speculativo.  I politici? Complici, da Obama in giù: hanno rifinanziato le banche senza neppure pretendere che il credito commerciale, al servizio delle aziende e dei risparmiatori, venisse separato dalle banche d’azzardo. «Così, le banche centrali – da finanziatrici degli Stati e garanti della loro solvibilità – sono divenute compratrici in proprio, o finanziatrici di banche commerciali compratrici di titoli di debiti pubblici in difficoltà, quindi ad alto rendimento». Evidente: i debiti dei paesi in difficoltà, a rischio default, pagano interessi così elevati «proprio perché le banche centrali non svolgono più la loro naturale funzione di tutela degli interessi pubblici», ma si comportano come banche private, «a scopo di profitto».
Senza contare che le bolle speculative – profitti facili e rapidi, nonché a rischio – distolgono liquidità dagli investimenti produttivi: sicché crolla l’industria, quindi il lavoro, e si va verso la catastrofe. Il sistema monetario odierno, conclude Della Luna, è perfetto solo per gli interessi dei monopolisti della moneta e del credito, che infatti lo dominano. E’ un sistema marcio, coperto da giustificazioni «false» e dalla «malafede» che accomuna «governi, capi di Stato, organi e autorità internazionali e sovranazionali, nonché il mainstream accademico», cioè tutti i soggetti che, a parole, «si propongono di risolvere la crisi e risanare l’economia». Coltivare il grande imbroglio sulla moneta – non più pubblica, ma divenuta strumento di «sfruttamento e dominazione» – ha portato il mondo «sull’orlo di una catastrofe tanto grande, che potrebbe non essere più governabile nemmeno dai detentori delDella Lunamonopolio monetario-bancario», mandando in pezzi il loro stesso gioco.
Se il mondo vuole salvarsi, insiste Della Luna, riguardo al denaro deve riscrivere le regole partendo da zero. «In un utopico sistema monetario e creditizio efficiente e razionale rispetto agli interessi della popolazione generale, la moneta è emessa direttamente dallo Stato senza indebitarsi, esattamente come fa già ora col conio metallico; poiché la creazione-emissione di moneta non aurea e non convertibile non comporta un costo, non può comportare indebitamento, né contabilizzazione di debiti a carico dello Stato che la emette». L’emissione sovrana sarebbe quindi vincolata al pagamento graduale del debito capitale pregresso e ad investimenti produttivi e infrastrutturali, che però devono essere effettivamente utili. La libera emissione di denaro non deve venir usata per pagare spesa corrente improduttiva, né investimenti speculativi, evitando di “gonfiare” finanziariamente l’economia reale. Così, si farebbero razionalmente i conti «con i limiti posti allo sviluppo dai limiti delle risorse planetarie», usando la tecnologia per ridurre il peso dei limiti e creare nuovo benessere sostenibile, cioè compatibile col sistema-Terra.

SACCOMANNI CI RIPROVA: ORA DICE CHE LA CRISI GLOBALE E’ FINITA ! ED INTANTO ANNUNCIA LA (S)VENDITA DEI GIOIELLI DI STATO (COME PREVISTO). L’EUROPA TEDESCA RINGRAZIA



DI MITT DOLCINO
scenarieconomici.it 

Saccomanni ci riprova. Dopo aver più volte annunciato a partire dalla scorsa estate la fine della crisi italiana i, ora arriva anche a superare se stesso affermando che addirittura la crisi mondiale è finita (TG1 Online, 27.10.2013, commento ad intervista a “Che Tempo che fa” del Ministro dell’Economia). Da toccarsi dove non batte il sole.

Unitamente a questo splendido annuncio ecco quello che attendevamo fin dall’estate, vedasi gli articoli citati ii, ossia l’annunciata privatizzazione dei beni statali. Ma mica partendo da quelli secondari, si parte addirittura dall’ENI, il gioiello dei gioielli! Tutto come previsto viene da dire.

Più o meno: a parte l’incomprensibilità dei messaggi del ministro dell’economia – a vedere le previsioni fatte ed i risultati consolidati c’è da temere che si tratti di una forma di presa per i fondelli degli italiani, o nel migliore dei casi di problemi a fare di conto, o magari semplicemente di difficoltà a controllare quanto viene detto, non so -, il magnifico Saccomanni ora annuncia che vuole vendere l’asset migliore che l’Italia ha in portafoglio, asset che rende al Tesoro – fonte Paolo Scaroni, circa una settimana or sono – il 6%, per poi utilizzare i proventi della vendita per pagare il debito di Stato che mediamente paga interessi inferiori al 4%. Follia! I conti non tornano, tanto per cambiare. Dunque, mi domando, a parte le sue previsioni grossolanamente sballate, abbiamo forse a che fare con un caso simile a quello che fu “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, vi ricordate il film per cui non si riusciva a capire per quasi tutta la durata della proiezione dove si andava a parare? Inspiegabile, il fenomeno Saccomanni è apparentemente inspiegabile.
O meglio, sentendo Bonanni in un incisivo intervento trasmesso nel TG di Radio 3 alle 13:45 del 27.10.2013 in cui, anch’egli stupito da quanto proposto dal grandissimo ministro dell’economia (dovremmo sapere l’economia di quale paese, però – vedasi l’intervista di Bonanni), per giustificare la personale iniziativa saccomanniana sulla vendita di ENI citava come spiegazione l’interesse straniero a comprare ENI piuttosto di quello italiano a vendere. Della serie: Saccomanni per chi lavora, per l’interesse degli italiani o per quello dei partners europei/potenziali compratori di ENI? Il dubbio è più che lecito, memento le privatizzazioni del 1992 in cui il suo nume tutelare M. Draghi ebbe un ruolo estremamente importante, in effetti a venti anni di distanza ha fatto una grande carriera essendo per altro persona molto brillante. Devo dire che ho apprezzato molto il rude intervento di Bonanni, ho avuto l’occasione di ascoltarlo di persona alla radio, chapeau! In ogni caso questa situazione fa ben capire la gravità della situazione: anche un sindacalista vede le stesse cose che stiamo stigmatizzando noi da qualche mese, notasi che l’ottica di chi scrive non è precisamente quella di un sindacalista. In ogni caso il dubbio è lecito. La cosa bella, e qui ci si allinea perfettamente con quanto indicato dal segretario CISL, è che Saccomanni deve capire che le partecipazioni statali non sono sue, prima di fare certe affermazioni bisogna innescare un dibattito parlamentare e via dicendo. E fare i conti nell’interesse del Paese. Perseverando nella direzione indicata da Saccomanni – stile voglio, posso, comando: a’ Saccoma’! Esiste ancora un Parlamento…! – ci avvicineremo velocemente ad un qualcosa di simile al colpo di stato, estremizzando.
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Inoltre, vale certamente la pena di spendere alcune parole sulle azzardate e per nulla azzeccate passate previsioni del ministro dell’economia. Prima di tutto ammetto candidamente di pensare, purtroppo, che Saccomanni deliberatamente e con la grancassa annunci a ripetizione che la crisi è finita – secondo me senza alcun supporto reale – solo per giustificare successivamente azioni straordinarie, anzi approfittando dei problemi che emergeranno e della crescita che non ci sarà per privatizzare quanto lo Stato non dovrebbe privatizzare: il grande dubbio resta il perchè di tale comportamento, che abbia qualche tornaconto (politico intendo, non posso pensare ci sia dell’altro)? Dunque, tornando alle sue previsioni: l’articolo pubblicato la scorsa settimana su questo sito " name="sdendnote3anc">iii relativamente alle previsioni fallaci dei vari governi sulla crescita italiana oltre che sul debito e sul deficit fanno scuola: sembrerebbe che tutti stiano cercando di tranquillizzare la popolazione dicendo che la crisi è finita, solo per correggere costantemente al ribasso le previsioni in un secondo tempo. E magari trovando la scusa per (s)vendere i gioielli di famiglia. Di seguito gli esempi di imprecisioni, diciamo così, governativa nel prevedere i dati di crescita e debito pubblico (fonte: vedasi nota iii).




Per l’Italia c’è anche di più: i consumi di energia veleggiano verso un minimo storico, ben oltre il -3% anno su anno nel 2013 (dati a fine Settembre 2013 – fonte SNAM e Terna -, gas: -8% ; power: -3.7%). Dunque, la saggezza convenzionale dice che la decrescita economica dovrebbe essere non lontana dalla decrescita energetica, comunque certamente non il -1,7% stimato oggi dal Governo. Vedrete che il prossimo anno la decrescita economica verrà corretta ex postal ribasso, sono pronto a scommetterci. E questo a partire da febbraio/marzo in avanti, quando il disastro dei conti pubblici sarà chiaro a tutti e quindi nasceranno le condizioni per azioni “drastiche”. Ricordiamo per altro che nessun politico, per cialtrone che sia (quanti,…), ha interesse a far cadere il Governo attuale, meglio che la colpa di provvedimenti impopolari non abbia un nome, un responsabile, un colore: tutti colpevoli, nessun colpevole! Ma la caduta del Cavaliere potrebbe scompaginare le carte ed indurre Berlusconi a far sì cadere il governo, obbligando alle elezioni anticipate o ad un governo molto ben connotato sia nelle responsabilità che nelle misure da prendere: secondo voi qualcuno avrà il coraggio di assumersi la responsabilità, ad esempio, di un provvedimento straordinario sul debito? Io lo dubito. Dunque, a logica, verrebbe da dire che il Cavaliere verrà salvato dalla decadenza, sul voto segreto ci sarà da ridere, vedremo (ma, vi prego, non aspettatevi comportamenti necessariamente razionali dai nostro politici…).
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L’ultimo punto che vorrei commentare è reiterare l’inutilità di provvedimenti straordinari, soprattutto sul debito: un’ipotetica patrimoniale – misura per altro citata da Saccomanni sabato scorso nella sua intervista a “Che Tempo che Fa” – non servirebbe a nulla se non a deprimere ulteriormente i consumi e la successiva crescita annullando il credito bancario disponibile (in quanto si andrebbe a prelevare principalmente dai valori mobiliari depositati negli istituti di credito), ossia attuando proprio quanto vorrebbe la Germania con il fine da una parte di trasformare il suo più grande competitor manifatturiero continentale in una sacca di manodopera a basso costo, dall’altra di acquisirne i pezzi pregiati.

Italiani sveglia, bisogna fare qualcosa. Se oggi si può dire che, finalmente, la maggioranza dei cittadini ha capito che la moneta unica è nell’interesse principalmente della Germania e non dei paesi periferici, ora bisogna anche reagire e dunque minacciare seriamente di uscire dall’euro se non verranno rivisti pesantemente i limiti di bilancio imposti dalle regole europee, essendo pronti anche ripudiare la moneta unica se necessario. Non bisogna continuare a permettere a politici come Saccomanni di prendere decisioni contro gli interessi del Paese, neanche solo a parole. E questo deve avvenire, si noti bene, senza alienare le aziende strategiche, utili in un futuro non troppo lontano per eventualmente collaterizzare il debito pubblico, come da precedente intervento dello scrivente (nota vii): anche Micromega, storica testata dell’intelligezia progressista, si è spinta a dire che l’euro è una moneta senza futuro, sulla scia di Le Monde Diplomatique (aggiungo, seguendo il filo logico dell’eminente testata d’oltralpe, che si sta attuando lo storico sogno egemonico tedesco in Europa, di fatto riferendosi senza citarlo all’applicazione del progetto nazista di Europa comune di W. Funk (vi): quello che NON deve succedere è che nel transitorio – da qui alla caduta della moneta unica – l’Europa tedesca possa impossessarsi di aziende strategiche dei paesi periferici che possano contribuire a rafforzare il sistema tedesco di stampo renano anche dopo l’inevitabile caduta dell’euro – sono parole di Le Monde Diplomatique, relativamente all’inevitabile fallimento del progetto europeo incentrato sulla moneta unica –.

Un ultimo pensiero merita una delle cause “esterne” dell’immenso pasticcio che si sta ingenerando in Europa. Visto che chi scrive ritiene che, nell’ambito della crisi dell’euro, quello che sta accadendo ai periferici in generale e all’Italia in particolare non può non essere stato quanto meno “sdoganato” dall’alleato/ex alleato storico d’oltreoceano, vedremo nelle prossime settimane se l’attuale amministrazione USA, avendo “assaggiato” la rigidità da parte tedesca a derogare sulle innegabili colpe dell’NSA nel caso Datagate e relative intercettazioni alla Cancelliera, ritenga ancora che la politica di rafforzamento tedesco in ambito europeo (con parallelo indebolimento dei paesi mediterranei) sia nell’interesse degli Stati Uniti, rafforzamento che fa leva sulla stessa rigidità germanica che nel caso dell’Italia si riferisce all’indisponibilità a riconoscere vie di fuga a quei paesi che agli occhi teutonici non hanno rispettato i patti, soprattutto del debito. Chi di spada ferisce….. Incredibilmente, l’America sembra non accorgersi che sta contribuendo alla nascita di un nuovo e temibile competitor globale – che va ad aggiungersi alla vicina Russia e alla Cina -: la storia si ripete. I prossimi mesi saranno interessanti.

Mitt Dolcino
Fonte: www.scenarieconomici.it
Link: http://www.scenarieconomici.it/saccomanni-ci-riprova-ora-dice-che-la-crisi-globale-e-finita-ed-intanto-annuncia-la-svendita-dei-gioielli-di-stato-come-previsto-leuropa-tedesca-ringrazia/
29.10.2013

Riferimenti e Note:
v :
- La sinistra e il tabù dell’uscita dall’uro, E: Grazzini, Micromega, 28.08.2013
- Frederic Lordon, Le Monde Diplomatique – il manifesto, agosto 2013, “Uscire dall’euro? Contro un’austerità perpetua”
vi :
- “Europäische Wirtschaftsgemeinschaft”, – Berlin 1942, The Society of Berlin Industry and Commerce and the Berlin School of Economics – Editore: Haude & Spener, 1943 / Berlin – WorldCat OCLC number: 31002821
- Limes 4/2011 “La Germania tedesca nella crisi dell’euro, [http://temi.repubblica.it/limes/la-germania-tedesca-nella-crisi-delleuro/27080 ]“: analisi del documento da parte della rivista italiana di geopolitica
vii http://www.scenarieconomici.it/patrimoniale-per-uscire-dalleuro-pagando-il-debito-estero-sarebbe-un-prestito-richiesto-ai-cittadini-e-costerebbe-quanto-la-patrimoniale-che-la-germania-vuole-imporre-allitalia/

martedì 29 ottobre 2013

Ripensare la società del lavoro. Proposte


di Alberto Castagnola

Le prospettive dell'occupazione
I dati apparsi negli ultimi mesi, sia relativi al paese che al contesto internazionale, sembrano non lasciare alcuno spazio a dubbi sullereali prospettive del cosiddetto mercato del lavoro.
Quali sono le tendenze di fondo, al di la delle statistiche? In primo luogo, nella intera struttura produttiva mondiale, continual'eliminazione di posti di lavoro, solo in parte compensati dallo spostamento delle attività nei paesi dove i salari sono molto bassi e le tutele sindacali inesistenti. Anche le analisi che ipotizzano un ritorno ai paesi di origine di alcune delocalizzazioni del passato sembrano delle interpretazioni forzate del giornalismo meno qualificato, in quanto si è in presenza al momento solo di casi isolati e non di un vero e proprio cambiamento di strategia.
In secondo luogo, sono in aumento la disoccupazione, in particolare la componente protratta per lunghi anni, e tutte le forme di precariato, sia quelle tipiche dei paesi industrializzati che quelle in fase di ulteriore aggravamento nei paesi del Sud, compresi quelli di nuovissima industrializzazione.
Infine, le speranze di una ripresa nei paesi occidentali continuano ad essere deluse o posposte nel tempo, mentre è sempre più evidente (anche se poche istituzioni hanno il coraggio di parlarne) che in ogni caso questa crisi economica così prolungata lascia intravedere al massimo un riavvio delle produzioni non accompagnate da un riassorbimento della occupazione precedente.

Come lavorare senza padroni in Italia



FENICI D'ITALIA
COME ALCUNE IMPRESE ITALIANE SONO RIUSCITE A REINVENTARSI E SOPRAVVIVERE ALLA CRISI

di Leonardo Bianchi.

Il 2012 è stato l'Anno Internazionale delle Cooperative, un riconoscimento voluto dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per «mettere in risalto il contributo che le cooperative danno allo sviluppo socio-economico, in particolare riconoscendo il loro impatto sulla riduzione della povertà, l'occupazione e l'integrazione sociale».

L'Organizzazione Internazionale delle cooperative industriali, artigianali e produttrici di servizi (CICOPA) ha studiato come le cooperative abbiano reagito alla crisi, pubblicando i risultati in un dettagliato rapporto del 2011. «Il tasso di occupazione e di sopravvivenza dell'impresa cooperativa - si legge nel documento - è più alto rispetto alle imprese normali». Le cooperative, inoltre, «tendono a produrre un tipo e un livello d'innovazione organizzativa che contribuisce in maniera significante alla sostenibilità economica dell'impresa» e, durante i periodi di incertezza economica, «preferiscono conservare i posti di lavoro attraverso la flessibilità».

Queste caratteristiche si sono rivelate assolutamente decisive per la sopravvivenza di molte aziende - anche in Italia. Grazie al workers buy out (WBO, ossia quando i dipendenti rilevano l'azienda e ne diventano proprietari), alcune imprese sono riuscite a non farsi travolgere dal tracollo del Paese e a rimanere sul mercato proprio attraverso il passaggio a una società cooperativa. Secondo unmonitoraggio di Coopfond (il Fondo Mutalistico di Legacoop), dal 2008 a oggi i casi di WBO sono stati 29 in svariati settori, tra cui anche l'informatica e la farmaceutica. Le regioni coinvolte ricalcano la mappa del radicamento cooperativo: Emilia-Romagna e Toscana in testa; Veneto, Lombardia, Umbria, Marche e Lazio a seguire. Per queste operazioni Coopfond ha erogato complessivamente circa 30 milioni di euro. I posti di lavoro «resuscitati» sono più di 600.

Uno dei casi più riusciti è sicuramento quello della Modelleria D&C di Vigodarzere (Padova), una cooperativa industriale sorta dalle ceneri dell'ex Modelleria Quadrifoglio. Per questa impresa i problemi erano iniziati verso la fine del 2008 e l'inizio del 2009. Stando a un articolo di Devis Rizzo (responsabile del settore Produzione Lavoro di Legacoop Veneto) pubblicato nel 2010 sulla rivista Economia e società regionale di Ires Veneto, la crisi dell'azienda non era tanto da imputare alla mancanza di commesse, quanto piuttosto «ad una cattiva gestione da parte della proprietà [una società egiziana subentrata da poco a precedenti gestioni, nda], assolutamente impreparata e incapace di misurarsi con la gestione dell'azienda, probabilmente anche disinteressata al processo industriale».

D'accordo con il sindacato Fillea-Cgil, i lavoratori avevano deciso di accodarsi all'istanza di fallimento presentata da un fornitore della Modelleria Quadrifoglio. Il 20 maggio del 2010 il Tribunale di Padova aveva dichiarato il fallimento dell'azienda. «All'inizio non sapevamo cosa fare - racconta Simone Broetto, attuale vicepresidente della Modelleria D&C - Eravamo però ben consapevoli che la nostra situazione era stata causata dalla mala gestione. Così abbiamo iniziato a sondare varie possibilità».

L'idea di riavviare l'attività in forma di cooperativa autogestita inizia a farsi strada negli incontri costanti tra lavoratori, sindacato e Legacoop Veneto, e si realizza l'8 giugno del 2010 con la costituzione della cooperativa. «In tutta onestà, noi conoscevamo anche poco le cooperative», spiega Alberto Grolla, membro del cda di Modelleria D&C. «Ci sembrava però che la cooperativa fosse il sistema migliore per inquadrare la nostra realtà. Noi nascevamo come dipendenti e stavamo diventando soci di un'azienda, per cui pensavamo che questo fosse il percorso più naturale».

Per quanto riguarda l'assetto societario, i soci sono 12 (15 i dipendenti complessivi). Il capitale iniziale è costituito dall'anticipo della mobilità volontaria chiesto dai lavoratori (circa 300mila euro), dall'importo analogo versato da Coopfond e Cooperazione Finanza Impresa (Cfi) e infine dall'apporto (in qualità di soci sovventori) di altre quattro cooperative industriali di Legacoop Veneto. I dipendenti della D&C si riuniscono almeno una volta al mese per proporre idee, miglioramenti o modifiche e discutere l'andamento dell'azienda. Finora i risultati sono stati incoraggianti: l'anno scorso il fatturato ha superato il milione di euro, con un utile di circa 13mila euro.

Un altro caso interessante verificatosi nel padovano è quello delleFonderie Zen, una fabbrica storica fondata nel 1925 dalla famiglia Zen. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l'impresa avvia un processo di industrializzazione e si trasforma in una fonderia che produce ghisa sferoidale di componenti per macchine agricole, movimento terra e trasporti. Nel 2008 il gruppo Zen - nel frattempo rilevato dall'imprenditore Florindo Garro - arriva a disporre di sette siti produttivi tra Italia e Francia, può contare su 1.900 dipendenti e ha un fatturato di circa 500 milioni di euro. Poi le cose cominciano a precipitare rapidamente, e alcune scelte manageriali del gruppo aggravano la situazione.

In Italia, le circa 200 tute blu delle Fonderie Zen finiscono in cassa integrazione a rotazione e, da fine settembre a metà novembre del 2009, organizzano un presidio permanente davanti ai cancelli dell'impianto. Nello stesso anno il Tribunale di Padova concede l'amministrazione straordinaria. Quest'ultima produce sin da subito i suoi primi frutti, anche grazie alla volontà del commissario Giannicola Cusumano di riavviare l'attività. Gli operai, capita la gravità della situazione, si autoriducono lo stipendio e alla fine del 2010 le Fonderie ottengono un risultato positivo di bilancio.

Nel 2011 alcuni gruppi internazionali si mostrano interessati al rilevamento dell'azienda. Le trattative, però, si arenano e i potenziali acquirenti si defilano: c'è un calo nella produzione e, soprattutto, il «rischio Paese» è troppo elevato. Con l'amministrazione straordinaria agli sgoccioli e nessun compratore in vista, la prospettiva di portare i libri in tribunali torna drammaticamente a farsi concreta. È a quel punto che tra operai e management matura l'idea di riprendersi la fabbrica dall'interno.

Nel dicembre del 2011 vengono costituite la srl GDZ, formata da manager e dipendenti di alto livello, e la Cooperativa Lavoratori Fonditori (CLF), guidata dall'operaio e sindacalista Fiom Marco Distefano. Il capitale sociale della CLF proviene interamente da una quota del Tfr (2000 euro) a cui 120 dipendenti hanno rinunciato. Michele Prà - che ha cominciato a lavorare come operaio per le Fonderie nel 1978 ed è l'amministratore delegato della nuova società- ha così descritto la dinamica di questo «esperimento societario» che per certi versi si avvicina alla cogestione tedesca: «Negli ultimi due anni, pur sotto l'ombrello dell'amministrazione straordinaria, di fatto l'azienda l'abbiamo portata avanti noi. Quindi abbiamo deciso di provarci, ecco». Per Sandro Schiavo, operaio della Zen, quella della cooperativa è «l'unica prospettiva»: «Vorremmo entrare nella gestione dell'azienda e avere un peso anche a livello decisionale, negli investimenti e nella governance».

L'assetto societario delle nuove Fonderie Zen è costituto dal 70% dal capitale di Overseas, il 25% dai manager aziendali e il 5% dalla cooperativa degli operai. Il piano iniziale prevede di aumentare la produzione del 75% e di passare da 115 dipendenti a 150 in tre anni. Il rilancio, come ha spiegato Prà al Mattino di Padova, non è però automatico: «La cosa che ci frena di più in questo momento paradossalmente è la spesa per l'energia elettrica, cresciuta del 40% in 2 anni e che dall'8% delle spese è salita al 14. Ci sono aziende che chiudono perché non possono pagare le bollette elettriche». In più, «le commesse sono scarse e il lavoro stenta a ripartire velocemente, tanto che all'inizio dell'anno si è resa necessaria una decina di giorni di cassa integrazione».

Altre esperienze possiedono una carica più politica, simbolica e militante. Nel 2009 la Maflow, impresa di Trezzano sul Naviglio (Milano) attiva nel settore della componentistica automotive, viene dichiarata in stato d'insolvenza dal Tribunale di Milano. L'anno successivo il gruppo polacco Boryszew acquista l'azienda, ma non ha nessuna intenzione di rilanciare la Maflow o fare investimenti. Scaduti i due anni di amministrazione straordinaria, la fabbrica viene chiusa e i 330 dipendenti licenziati in tronco. Quest'ultimi, però, non si danno per vinti.

Come ha raccontato il sito L'Isola dei cassintegrati, già prima che il gruppo polacco abbandonasse la Maflow al suo destino, tra i lavoratori in cassintegrazione si insinua «l'idea di costituire una Cooperativa, una Società di Mutuo Soccorso. Con il sogno di un nuovo futuro, per tutti». Nell'estate del 2012 viene individuato il settore in cui la Cooperativa debba lavorare: quello del riciclo dei rifiuti, soprattutto tecnologici. Nel febbraio del 2013, a seguito dell'occupazione della fabbrica, nasce la cooperativa autogestita Ri-Maflow. L'obiettivo, come si legge sul sito, va ben oltre il riciclo dei rifiuti: «Inutile negarlo, vogliamo essere anche una RI-voluzione, ma non di quelle violente, che inevitabilmente offrono un pretesto per essere arrestate, piuttosto di quelle che nascono piano nell'intimo di ognuno, prendono forza, crescono e non si fermano più.»

Lo scorso giugno a Roma sono nate le Officine Zero all'interno dell'ex Rsi (Rail Service Italia) di Casal Bertone, una fabbrica di manutenzione dei treni notte a lungo occupata dai 33 operai in cassa integrazione. La storia della Rsi inizia nel 2000, quando la Wagon Lits cede al fondo d'investimento Colony Capital manutenzione, riparazione e trasformazione dei treni. Nel 2008 Rsi viene acquistata dalla Barletta srl con un piano ben preciso: «immobili al posto della produzione». Il 3 maggio 2013 la magistratura decreta il fallimento dell'azienda, e poco dopo nascono le Officine Zero.

Ai lavoratori si uniscono studenti, precari, freelance e il centro sociale della zona, lo Strike. Un articolo dell'edizione locale di Repubblicaritrae così il nuovo corso dell'officina:

Oggi oltre lo striscione "Studiare senza baroni, lavorare senza padroni", si apre una cittadella di 4 ettari che brulica di attività: tra rotaie e vagoni c'è lo studentato autogestito Mushrooms; gli uffici per il co-working e la Camera del lavoro autonomo e precario; la mensa; i reparti di falegnameria, tappezzeria ed elettronica con macchinari funzionanti da rimettere in moto; gli spazi per reimpiegare le competenze degli operai in formazione sulle energie rinnovabili e il riuso di scarti elettronici. "Vogliamo ripartire dalle origini del movimento operaio - dicono proprio accanto allo snodo della Tav - unendo conflitto, mutualismo e produzione autonoma".

Insomma, il workers buy out è un fenomeno nuovo nel nostro Paese che, grazie alla conformazione del tessuto imprenditoriale italiano, può ulteriormente svilupparsi. Ma gli ostacoli sono numerosi.

Anzitutto, per partire deve necessariamente esserci «un minimo di mercato»; in secondo luogo, la compagine sociale deve mostrarsi molto coesa e risoluta. Come dice Simone Broetto di Modelleria D&C, la cooperativa «non è una cosa che si può fare in qualsiasi azienda. Se non c'è la base sociale ben convinta e amalgamata è uno strumento molto, molto rischioso». Un altro grosso problema, inoltre, è la gestione del rapporto tra soci. Il passaggio alla cooperativa - mi spiega Alberto Grolla, sempre di Modelleria D&C - «implica un cambiamento di mentalità che per alcuni è spontaneo e per altri è più difficile e forse non arriverà mai. Alcuni nascono come dipendenti e rimangono dei dipendenti».

Uno dei maggiori studiosi di cooperative in Italia, il professor Bruno Jossa, è comunque convinto che in un momento storico come questo la cooperativa possa costituire un perfetto modello "alternativo" per le imprese in difficoltà. Al contempo, però, trova «stranissimo» e «inspiegabile» che ciò «succeda così di rado»:

È successo altre volte in Argentina, è successo nell'Italia degli anni '70, ma non è la regola. Oggi che viviamo in una crisi così grave la soluzione sarebbe sempre quella di lasciare gestire le imprese ai lavoratori. Purtroppo c'è un'area ostile a questa idea. L'idea non è gradita dai "padroni" e, quello che è più strano (ma purtroppo è così) è che sono i sindacati che non appoggiano questa soluzione. Se i sindacati si convertissero a questa che è un'idea guida del vecchio socialismo, risolveremmo le crisi in modo magnifico. La crisi attuale non sarebbe più così grave e non perderemmo migliaia e migliaia di posti in poco tempo.

In For all the people - saggio sul movimento cooperativo statunitense - l'autore John Curl scrive che, nonostante una crisi sempre più dura e la sostanziale indifferenza dei media sull'argomento, gli «elementi embrionali di un'economia più cooperativa sono sempre più evidenti». Ora spetta alla società scegliere quale strada imboccare: «il mondo può emergere da questa crisi con una nuova economia, oppure può sprofondare in una distopia davvero cupa».

Renzi, sotto il vestito niente



di Pierfranco Pellizzetti

Non date retta alle “anime belle” che, a fronte del venerabile confronto delle idee, invitano a “non  personalizzare”. In una politica dove idee non ce ne sono e l’abilità di intercettare le emozioni diventa primaria condizione di successo, il linguaggio del corpo fornisce le informazioni che davvero contano; la fisiognomica – come ironizzava Paolo Sylos Labini – rischia di assurgere al rango di “scienza esatta”.
Del resto nel set da reality, in cui si è trasformata l’arena pubblica, la mimica facciale degli interpreti vale almeno quanto gli script che recitano.

Dunque guardiamoli in faccia, i lorsignori che decidono per noi e sulla nostra pelle.
Tempo fa un ex sottosegretario (pentito) di Forza Italia mi confidava il suo sospetto che “l’amoroso” (in quanto leader del partito dell’amore) Silvio Berlusconi sarebbe cattivissimo d’animo, al di là dell’ostentata bonomia barzellettiera. Difatti la sua vera natura cannibalesca e primordiale appare per un istante a Montecitorio quando si allontana col sorriso sulle labbra dal solito capannello di yesmen (che hanno appena sghignazzato secondo copione alla sua battuta) e lui, reputandosi ormai fuori portata degli sguardi, cambia repentinamente espressione; si sfila la maschera: le labbra si stirano in una smorfia ostile e negli occhi dardeggiano i lampi feroci del predatore. Uno spettacolo da paura.

Ma forse potrebbe iniziare a farci paura anche il mutare di espressione di Matteo Renzi; quando viene contraddetto e sul volto paffuto con sventagliata di nei del sorridente giovanotto cala per un istante l’ombra di un odio allo stato puro. Poi il ragazzo meraviglia recupera il cliché modello “compagnone in gita”. Ma intanto il velo si è squarciato e si capisce il vero senso di quanto avviene; cui le parole forniscono un semplice supporto sonoro – tutto sommato privo di trasmissioni concettuali – al servizio di operazioni puramente emotive. 

Una tecnica messa a punto nelle parrocchie degli anni Sessanta, quando imperava la finta modernizzazione delle chitarre in chiesa e tutti a cantare il jingle di “Viva la Gente”, uniti in un abbraccio a simulare affratellamento. Quando – in effetti – era pura manipolazione subliminale al servizio di quell’istituzione ecclesiastica retrograda, incrollabilmente ostile ai diritti civili; alla faccia della gente e dei suoi problemi esistenziali. 

Ossia la tecnica della rassicurazione di animi smarriti mediante i rituali dell’appartenenza, che saranno portati a livelli di occupazione della società dalle organizzazioni promosse da don Giussani (Gioventù Studentesca, Comunione e Liberazione, Compagnia delle Opere). Dunque, strumentalizzazione dell’insicurezza diffusa a scopo di potere. Cui la mediatizzazione della politica ha fornito mezzi formidabili per espandersi nei grandi numeri e potenziarsi nell’efficacia.

L’unico modo per spezzare il cerchio stregato dell’incantesimo è tornare ad ancorarsi alla realtà come unico metro di giudizio: evidenziare gli effetti concreti dei comportamenti e ricercare il significato intrinseco delle parole. Testardamente.

Se si attua questa operazione sui punti programmatici promossi domenica scorsa dalla convention fiorentina alla stazione Leopolda, risulta subito evidente che l’intera proposta politica renziana ha la consistenza di una bolla di sapone; anche se può affascinare i bambini di tutte le età, come il gioco di creare con un soffio effimere sfere iridescenti. Sicché, anteponendo la testardaggine all’incantamento, l’analisi dei quattro punti della Visione (Italia, Europa, Lavoro, Educazione), accompagnata dallo slogan misterico (e con l’impronta digitale del solito spin-doctor) “diamo un nome al futuro”, rivela una banalità al limite della presa in giro. Pura cultura dei preliminari; che poi è l’antico “partiam partiamo” apoteosi dell’inconcludenza.

Per l’Italia si prospetta una svogliatura di ovvietà, ma senza dire come e perché; semplici enunciazioni da inventario: legge elettorale (il sindaco d’Italia, boh), revisione dell’articolo V, abolizione del Senato e delle Province, riforma della giustizia (incaprettare la magistratura impicciona o meglio strumentarla?). Per l’Europa la panacea sarebbe una maggiore proiezione verso il Mediterraneo (evviva!) e la revisione dei parametri. Per il Lavoro l’apertura ai capitali stranieri (svendendo i residui marchi di pregio, come farebbe pensare l’esempio di Gucci?) e la chiusura difensiva dell’italica bellezza (un mix Ferrari, Cavalli style burino rifatto, Billionaire alla Briatore?). Sull’educazione resta il dubbio di che cosa significhi il richiamo all’ennesima “rivoluzione culturale”, anche se comprendiamo trattarsi di una rassicurante messa in scena innocua, visto che – nientepopodimeno – nascerà da “una strategia di ascolto degli insegnanti”.

Insomma, un po’ di temi sparsi con finalità deliberatamente (e furbescamente) “non divisive”. Accompagnata da un mood molto “made in Tuscany”.
Un mio amico di Asciano, in quel di Siena, usava l’espressione “acchiappacitrulli”. Dunque, personaggi che tirano a prenderti per il naso. Stando al successo mediatico sembra proprio che l’acchiappacitrulli Renzi ci stia riuscendo.

(28 ottobre 2013)

Datagate: i colpevoli sono due



I leader europei hanno reagito con veementi proteste alle rivelazioni sulle intercettazioni della National Security Agency. Ma l’atteggiamento dell’Unione europea, quando ha negoziato con l’amministrazione americana in queste materie, è sempre stato debole, addirittura subalterno: se la posta in gioco è la democrazia, né cedimenti, né convenienze sono ammissibili.

di Stefano Rodotà, da Repubblica, 26 ottobre 2013

Chi aveva decretato la fine dell’età dei diritti, oggi dovrebbe riflettere sul fatto che la prima, vera crisi tra Stati Uniti e Unione europea si è aperta proprio intorno alle violazioni di un diritto fondamentale — quello alla privacy. Ed è una crisi che mostra con chiarezza che cosa significhi in concreto la globalizzazione, quali siano i limiti della sovranità nazionale, di quale portata siano ormai le sfide rivolte alla democrazia attraverso diverse negazioni di diritti.

L’Europa reagisce, ma non è innocente. Non si può dire che questa sia una sorpresa, una vicenda imprevedibile, se non per la dimensione del fenomeno. Fin dai giorni successivi all’11 settembre, era chiaro che la strada imboccata dall’amministrazione americana andava verso l’estensione delle raccolte di informazioni personali, la cancellazione delle garanzie per i cittadini di paesi diversi dagli Stati Uniti, l’accesso alle banche dati private.

Vi è stata una colpevole sottovalutazione di queste dinamiche e sono rimaste inascoltate le sollecitazioni di chi riteneva indispensabile un cambio di passo nelle relazioni tra Unione europea e Stati Uniti, per impedire che sul mondo si abbattesse il “digital tsunami” poi organizzato dalla National Security Agency e provvidenzialmente rivelato da Edward Snowden.

Angela Merkel ha reagito alla notizia di un controllo sulle sue telefonate. Ma negli anni Novanta si seppe di un sistema mondiale di intercettazione delle comunicazioni chiamato Echelon (gestito da Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia, Nuova Zelanda), che riguardò anche Romano Prodi, allora Presidente del consiglio. Le reazioni furono deboli e il Parlamento europeo svolse una indagine assolutamente inadeguata. L’atteggiamento dell’Unione europea, quando ha negoziato con l’amministrazione americana in queste materie, è sempre stato debole, addirittura subalterno, e le pressioni delle lobbies americane continuano a farsi sentire in relazione al nuovo regolamento europeo proprio sulla protezione dei dati personali. Ora Barroso fa dichiarazioni molto dure, che tuttavia hanno senso solo se accompagnate da un profondo cambiamento di linea.

Tutto questo non diminuisce le responsabilità degli Stati Uniti, gravissime, perché è ormai chiaro che la gigantesca caccia alle informazioni non aveva come fine la sola lotta al terrorismo. Altrimenti non si sarebbero intercettate le comunicazioni di capi di Stato o di governo. Fin dai tempi di Echelon era chiaro che i dati raccolti servivano per conoscere strategie politiche ed economiche, per dare alle imprese americane un di più di informazioni per renderle più competitive rispetto a quelle europee.

Vale la pena di ricordare le parole dette all’ultima assemblea dell’Onu dalla Presidente del Brasile, Dilma Rousseff, anch’essa intercettata: «Senza tutela del diritto alla privacy non v’è libertà di opinione e di espressione, e quindi non v’è una vera democrazia». E questa dichiarazione è stata seguita dalla cancellazione del suo viaggio ufficiale negli Stati Uniti. Siamo dunque di fronte ad una vera questione di democrazia planetaria, che nessuno Stato può pensare di affrontare da solo, sulla spinta di risentimenti nazionali o personali. Angela Merkel usa parole dure, Enrico Letta invoca verità, François Hollande protesta. Ma loro sono governanti della regione del mondo dove la tutela dei dati personali ha trovato la tutela più intensa, considerata come diritto fondamentale dall’articolo 8 della Carta dei diritti dell’Unione europea. Essi hanno l’obbligo e l’occasione per aprire una fase in cui la tutela dei diritti fondamentali sia adeguata alle nuove sfide tecnologhe, che si traducono in una offerta crescente di strumenti utilizzabili proprio per violare quei diritti.

Di fronte al Datagate non bastano fiere dichiarazioni di buone intenzioni, e quindi non ci si può appagare delle parole di chi, dagli Stati Uniti, promette misure in grado di “bilanciare le esigenze di sicurezza con quelle della privacy”. Non si tratta di scegliere la via delle ritorsioni, ma bisogna dire chiaramente che, proprio per le dimensioni della vicenda, questa non può essere gestita come un affare interno statunitense. Alcuni punti fermi, comunque, vanno stabiliti subito. 

Accelerare le nuove normative europee sulla privacy con un rifiuto netto delle pressioni americane. Rendere effettiva la linea indicata dalla risoluzione del Parlamento europeo che ha chiesto di sospendere l’accordo che prevede la trasmissione agli Stati Uniti di dati bancari di cittadini europei per la lotta al terrorismo, già per sé inadeguato per la debolezza con la quale l’Unione concluse quell’accordo. Mettere in evidenza l’impossibilità di proseguire la negoziazione del trattato commerciale in un contesto in cui la fiducia reciproca si è incrinata, sì che non è pretesa eccessiva chiedere agli americani azioni effettivamente risarcitorie e non cedere al ricatto di chi sottolinea i vantaggi di quel trattato, ponendo così le premesse per un perverso scambio tra benefici economici e sacrificio di diritti. E poiché l’intero continente latinoamericano ha adottato il modello europeo in questa materia, è davvero impossibile pensare all’avvio di iniziative coordinate, come esige una situazione in cui la tecnologia non conosce frontiere e, quindi, conferisce agli Stati più forti l’opportunità di divenire potenze globali? A questa globalizzazione delle pure politiche di potenza, incarnate anche dai grandi padroni privati della Rete, bisogna cominciare ad opporre una politica dei diritti altrettanto globale. 

Questa strategia più larga può incontrare l’opinione pubblica americana, dove già le associazioni per i diritti civili avevano avviato azioni giudiziarie e ora vi sono esplicite e diffuse manifestazioni di dissenso. Lì è vivo il “paradosso Snowden”, con l’evidente contraddizione legata alla volontà di perseguire proprio la persona che ha svelato le pratiche oggi ufficialmente ritenute illegittime. E non cediamo al riduzionismo, dicendo che si è sempre spiato e che, tanto, le tecnologie hanno già sancito la morte della privacy. Si è ormai aperta una partita che riguarda proprio i caratteri della democrazia al tempo della Rete, e questo terreno non può essere abbandonato.

Bisogna, allora, contestare la perentorietà dell’argomento che, in nome della lotta al terrorismo, vuole legittimare raccolte d’informazioni senza confini: da parte di molti, e in Italia lo ha fatto un esperto come Armando Spataro, si è dimostrata la pericolosità e l’inefficienza di raccolte d’informazione che non abbiano un fine ben determinato. Bisogna ricordare che la morte della privacy, troppe volte certificata, è una costruzione sociale che serve alle agenzie per la sicurezza di affermare il loro diritto di violare la sfera privata, visto che ad essa non corrisponde più alcun diritto. E serve ai signori della Rete, come Google o Facebook, per considerare le informazioni sugli utenti come loro proprietà assoluta, utilizzandole per qualsiasi finalità economica, come stanno già cercando di fare. 

Bisogna seguire la tecnologia e mettere a punto regole nuove per la tutela della privacy, com’è accaduto in passato, e con una nuova determinazione, dettata proprio dalla gravità degli ultimi fatti. Ma bisogna pure chiedersi se gli Stati, che oggi virtuosamente protestano contro gli Stati Uniti, hanno le carte in regola per quanto riguarda la tutela dei dati dei loro cittadini. Se la posta in gioco è la democrazia, né cedimenti, né convenienze sono ammissibili.

(28 ottobre 2013)

lunedì 28 ottobre 2013

IL MONDO SI RIBELLERA' AI BANCHIERI



DI J.S.KIM
smartknowledgeu

Intervista a Karen Hudes, avvocato ed economista. Ex consulente senior per la Banca mondiale, con la quale ha lavorato per circa 20 anni.

Ecco la seconda parte della nostra esclusiva intervista con la “talpa” della Banca Mondiale Karen Hudes, intervista nella quale la Signora Hudes parla: della necessità di porre fine a un immorale sistema bancario di riserve frazionarie che continua a drenare le ricchezze dei cittadini senza il loro consenso e senza che ne siano a conoscenza; della speranza di poter ristabilire una reale ed aperta competitività del denaro, in modo da poter adottare a livello mondiale le migliori forme monetarie; di come le Banche Centrali manipolino i media e le stesse religioni per ingannare la gente, provocandone reazioni viscerali che finiscono con l’appoggiare le azioni dei banchieri immorali; della necessità, quindi, che la gente inizi ad interrogarsi sui meccanismi in cui questi banchieri li hanno indotti attraverso la manipolazione dei mezzi d’informazione, dell’insegnamento e della religione.
Sotto i punti più salienti dell’intervista

SmartKnowledgeU: “Io credo che una moneta forte che protegga i cittadini dalla svalutazione, debba essere sostenuta al 100% dall’oro o da uno standard oro/argento. Alcune persone sostengono che uno standard di riserve auree frazionario, come il Bretton Woods, potrebbe ancora funzionare. Lei cosa ne pensa?

Karen Hudes: “Io penso che un sistema bancario di riserve frazionarie non può funzionare…bisogna permettere alla gente di scegliere tra le varie valute quella che vuole usare…Stiamo iniziando a muoverci verso un’aperta competizione valutaria, poiché non abbiamo altra scelta.“

  SmartKnowledgeU: (Poichè i banchieri finanziano e controllano il mondo militare) se questa situazione continua a peggiorare, lei prevede una controffensiva del mondo militare contro la concorrenza valutaria?”

Karen Hudes: “il gruppo in cui lavoro è gente tosta, e siamo tutti molto fermi e determinati a riprenderci il nostro mondo dalle grinfie di questi banchieri. Diciamo che li abbiamo licenziati…Andiamo un attimo indietro a quella cronologia che ho esposto al Parlamento Europeo per ricordare a tutti quali dovrebbero essere le regole...è tutto un grande sotterfugio: la gente non si rende conto di quello sta succedendo veramente e quando capirà come funziona il sistema, crede che vorrà che continui così in eterno? Non credo proprio…(questi banchieri) sono potenti perché nessuno sa cosa fanno veramente.”

Riguardo poi alla domanda se dei normali cittadini siano o meno in grado di sconfiggere un cartello bancario criminale che attualmente controlla gran parte delle risorse mondiali, Karen Hudes pensa che: “Ritorniamo un momento all’Analisi delle Parti Interessate…come sapete, lavoro a questo da più di quindici anni ormai. A mano a mano che procedevo, mi domandavo se stessi facendo dei progressi o meno, perché questo modello prevede che se si riesce a convincere una nazione a sostenere lo stato di diritto, questa transizione cioè, allora saremmo un passo avanti nell’adozione dello stato di diritto…e sono riuscita ad arrivare al Parlamento Britannico, che, possiamo dirlo, ha pubblicato tre delle mie dichiarazioni in materia.”

L’accuratezza dell’Analisi sulle Parti Interessate eseguita da Karen Hudes è riportata a pag. 62 di “Il contributo della Ricerca di Politica Internazionale alla Politica”, di Randolph M. Silverson - Scienze Politiche e Politica - pubblicato in Marzo 2000.

Jacek Kugler ha spiegato alla Hudes che lo stato di diritto si ristabilirebbe se anche solo un paese avesse il coraggio di optare per esso, poiché quest’azione individuale indurrebbe altri paesi a seguirne l’esempio. L’analisi di Jacek la troviamo qui:  Jacek Kugler, Ron Tammen e Brian Efird: “La Presidenza della Guerra: le opzioni sottratte e perse”. Incontri del’Associazione di Studi Internazionali, Montreal, Canada, pubblicazione Febbraio 2004.

L’analisi di Karen Hudes sullo stato di diritto alla Banca Mondiale inizia a pag. 16 di questo documento.

SmartKnowledgeU: l’industria bancaria appare come un classico esempio di “branco di volpi di guardia al pollaio”. Come possiamo quindi riuscire a raggiungere una visione esterna e indipendente che possa realmente ristabilire uno stato di diritto?” 

Karen Hudes: “Il cittadino americano ora sa che ogni mail che scrive viene letta e classificata. Avrà il fegato necessario per reagire? Resterà passivo o ci sosterrà? Perchè, se pensa: “Beh…il Grande Fratello finirà con il controllare tutto…che posso farci? Questo e’ quello che le banche vogliono che noi pensiamo….allora quello che bisognerebbe fare, se si vuole risolvere la situazione, è di andare a vedere chi e cosa siano davvero le parti interessate. Quello che risulta dalla mia “Analisi delle Parti Interessate” è che quei truffatori non sarebbero così forti se noi credessimo in noi stessi.
Dobbiamo credere in noi stessi…
e credo che quello che ognuno deve domandarsi, soprattutto se ha dei figli, è: “Che mondo vorrei che fosse il mondo dei miei figli? Il mondo con il Grande Fratello, o un mondo in cui uno ha la possibilità di fare la differenza, un mondo in cui tutti sanno che ognuno può fare la differenza?”

E se il mondo militare reagirà e difenderà i cittadini delle nazioni sovrane, che in fondo è il suo principale e ufficiale compito a cui è stato demandato, o se invece opterà per difendere gli interessi criminali dei banchieri che lo finanziano, la Sig.ra Hudes ha così risposto: “Esiste un gruppo chiamato Consiglio dei Governatori, che risponde al Dipartimento della Difesa Americano. E’ collegato alla Difesa Nazionale. Così, ho scritto a tutti questi governatori e ho detto: ‘Sapete, non siete lì per schiacciare questo o quello (e per applicare la corte marziale), siete lì per aiutarci a ristabilire una moneta pulita’. 

Sull’Egitto e sulla Siria, la Sig.ra Hudes ha detto: “ La situazione è davvero tragica perché non era affatto necessaria…C’e’ stata una presa di potere da parte di gente senza scrupoli che sta usando questi conflitti per distrarre l’attenzione pubblica”. 

Su Israele e sul mondo Cristiano e Cattolico la Sig.ra Hudes afferma:  “La gente in Israele non è affatto d’accordo sul fatto che il suo governo sia composto da ladri saccheggiatori delle ricchezze del mondo. La gente non sa cosa sta davvero accadendo. Sono in contatto con il rappresentante del governo israeliano nel consiglio della Banca Mondiale. Stiamo lavorando insieme per tentare di trovare un modo per permettere ai popoli del Medio Oriente di convivere pacificamente in un luogo sereno, senza eterni conflitti laceranti…lo sapete, quei “guerrieri della libertà” in Siria non sono che mercenari. Ormai lo sanno tutti…Ho detto agli israeliani di prepararsi al momento in cui il mondo avrà realizzato chi siano davvero questi truffatori e che cosa hanno fatto, poiché alcuni di essi sono israeliani. Questo vuol dire che la religione ebraica sia sbagliata? Assolutamente no! E per quanto riguarda la religione Cattolica: la Bank of America è nelle mani dei Gesuiti. Anche loro sono stati implicati in quelle nefaste pratiche bancarie. Se un giorno la gente iniziasse a indagare su tutti quei flussi di denaro e a capire che le tasse che hanno versato e parte del reddito nazionale finiscono nei forzieri del Vaticano…ma come pensate che riusciranno a scoprirlo? La gente deve iniziare a discernere, DEVONO INIZIARE A DISTINGUERE TRA LE COSE… questi banchieri sono bravi a metterti in bocca delle parole che non hai mai detto…La gente di tutte le religioni hanno molti, moltissimi nemici in comune. Se solo riuscissimo a lavorare insieme, faremmo dei grandi progressi. Perché il nostro mondo sembra così assurdo? Siamo davvero così stupidi? Dobbiamo iniziare ad ammettere a noi stessi che siamo costantemente manipolati. Dobbiamo ammettere che ci hanno resi idioti”.

Riguardo a questi suoi commenti, la Sig.ra Hudes mi ha detto che ha lavorato nel dipartimento legale della Banca Mondiale che ha lavorato all’istituzione del World Faiths Development Dialogue WFDD (Promozione del Dialogo tra le Religioni del Mondo) all’interno della Banca stessa, pur ammettendo che non è stata lei a fondare lo stesso WFDD. (http://berkleycenter.georgetown.edu/wfdd/about)

Riguardo ai banchieri che subito riescono ad emarginare chiunque li accusi di attività criminali affibbiandogli l’appellativo di teorici delle cospirazioni” , anche se questi stessi banchieri hanno spesso eluso e minimizzato le accuse di speculazioni sui tassi LIBOR, F/X, prezzi dell’oro e dell’argento, dell’etanolo, tariffe elettriche e diversi altri prezzi, ognuna di queste singole accuse si è poi dimostrata certa e concreta e NON frutto di teorie di cospirazione. Durante la nostra intervista, la Sig.ra Hudes mi ha parlato di come, appunto, questo termine di “teorie di cospirazione” sia usato proprio per emarginare e ridicolizzare la verità. “Le persone che se la prendevano con questi “teorici di cospirazioni” erano le persone più rigide, quelle che avevano un’idea piuttosto limitata della realtà e quindi non capaci di comprendere a fondo i fatti. In questo nostro tempo, in cui i principali mezzi d’informazione sono controllati dalle banche, è proprio necessario diventare dei ‘teorici di cospirazioni’, altrimenti non si arriverebbe mai alla verità. Ora viene fuori che quei “teorici” sono i veri realisti.” 

Riguardo a quello che si può fare per aiutare la gente a comprendere che l’unica soluzione per difendersi dalle azioni criminali delle banche sia quella di convertire delle valute deboli, malsane e intrise di rischi in un denaro “forte” collegato a oro e argento, la Sig.ra Hudes ha detto questo: “Tutto quello che bisogno fare con quelle persone che preferiscono, nonostante tutto, mantenere valute deboli invece che una moneta forte, come quella legata a oro e argento, è dirgli che la Germania ha chiesto indietro il suo oro e gli e’ stato risposto di scordarselo e di farsi un giro per almeno altri sette anni, e che in risposta la Germania ha annullato il suo accordo di collaborazione di intelligence con gli Stati Uniti, accordo che durava da più di cinquant’anni. Io credo che questo gli Americani lo capiranno bene. Stiamo iniziando a licenziare quei grigi banchieri. Non sono loro che decidono chi debbano essere o non essere i nostri alleati…non sono loro che scateneranno un guerra con la Germania. Nessuno vuole una guerra con la Germania.”

Da notare che secondo la Sig.ra Hudes paesi come la Germania non vogliono più fare da tappetino al prepotente cartello bancario privato della Federal Reserve Americana e che stanno mettendo a punto delle controffensive contro gli Stati Uniti con conseguenze molto negative. Quindi, se i cittadini non vogliono vedere il proprio paese distrutto, devono ribellarsi contro le Banche Centrali criminali. Stare fermi e non fare niente vuol dire arrendersi ad un futuro di sicura rovina. Come sarà il futuro, dipende soprattutto dai singoli cittadini.

Inoltre, quando si analizza il valore in costante declino delle attuali valute in confronto al valore sempre crescente della moneta collegata all’oro e all’argento, bisogna concentrarsi sui prezzi reali dell’oro e dell’argento, e non su quei valori fantasma di valute virtuali collegate all’oro e all’argento fissate dai mercati dei derivati dai sindacati bancari criminali. Molta gente oggi ancora non sa che quei prezzi dell’oro e dell’argento che vede bene in mostra in televisione durante i comunicati finanziari, NON SONO i prezzi del vero oro e del vero argento, ma il prezzo di prodotti finanziari derivati calcolati in oro-cartaceo e argento-cartaceo. Ad esempio, la mattina del 23 settembre del 2013 le banche hanno fissato in Asia il prezzo dell’argento-cartaceo a $21.73 e quello dell’oro-cartaceo a $1328.30. Ma, nello stesso preciso momento, il sito del gestore miliardario Apmex ha fissato a $1364.59 l’oncia un lingotto d’oro del Credit Suisse, con un incredibile maggior premio di $36.29 l’oncia; una moneta d’argento Canadian Maple Leaf 2012 a $27.27 l’oncia, ovvero un prezzo maggiore di $5.54 l’oncia (o il 25,5% di prezzo maggiore). Se si vuole, quindi, comprare, dell’oro-cartaceo o dell’argento-cartaceo che non forniscono alcuna garanzia contro le guerre valutarie delle banche centrali, allora si può comprare quella ‘cartaccia’ al quel prezzo che vediamo flashare ogni giorno in TV o sul computer. Ma se si vuole del VERO oro e del VERO argento a zero rischi, dovremmo sborsare un premio molto, molto più alto.

In conclusione, credo che questa domanda che la Sig.ra Hudes mi ha posto, sia la più importante di tutte: “Riusciremo a trovare le parole giuste affinchè la gente possa capirci, crederci e sostenerci?”.

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“Possiamo dimostrare che il Grande Trafficante in Stupefacenti Pablo Escobar ha più contribuito alla società di quanto abbiano fatto i Grandi Trafficanti in Crimini Bancari come Jamie Dimon, Lloyd Blankfein & Stuart Gulliver?” (articolo scritto con annesso video che sarà pubblicato la prossima settimana)”.

“Porre fine all’ Effetto ‘Il Cattivo e l’Osservatore Passivo’, ovvero: come i cattivi banchieri ingannano la buona fede della gente fino a farli lavorare per loro”. (articolo scritto che sarà pubblicato la settimana prossima).

JS Kim è il fondatore e amministratore delegato di SmartKnowledgeU, una società fortemente indipendente di ricerca e di consulenza, concentrata sulle strategie intelligenti di investimenti dinamici mirate a contrastare la distruzione della ricchezza e il rallentamento monetario attuati dalle Banche Centrali. Sulla nostra pagina internet iscrivetevi per ricevere la newsletter su I modi migliori per l’acquisto di oro e argento. Seguiteci su Twitter: @smartknowledgeu

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